La lucidità politica di Berlusconi come prossimo capo dell’opposizione

berlusconiL’interpretazione corrente delle recenti mosse di Berlusconi, attraversate da un continuo pendolare tra una cosa e l’opposta — tra il nuovo partito e la rifondazione di quello vecchio, tra l’appoggio a un nuovo sistema elettorale e il tenersi stretto il Porcellum —, assume le tonalità del tragico e del grottesco: è l’agonia di un sistema, il cui capo ormai folle imperversa contro i suoi senza freni, è la nudità di un “mondo” che non si rassegna al proprio declino e sceneggia una sua nuova giovinezza senza voler capire che il mondo lo ha ormai abbandonato. Siamo tra Macbeth e Falstaff.
A me sembra piuttosto che Berlusconi stia giocando con lucidità la sua partita politica, proprio prendendo atto che il berlusconismo è finito. Che le prossime elezioni sanciranno la fine della centralità di Berlusconi, dopo il lungo bagnomaria montiano, io credo ne sia consapevole: uno come lui, che è sempre stato attentissimo ai sondaggi, non può fare spallucce adesso che gli dicono quanto ridotto al lumicino sia il suo partito nelle proiezioni.
Prendere atto di questo declino può portare a due strade: la prima, impegnarsi per una sorta di persistenza del montismo sotto diverse forme in cui il ruolo del Pdl e di Berlusconi rimanesse in qualche modo ancora sostanziale, rinviando a dopo altre mosse; la seconda, prepararsi all’opposizione. Sulla prima ipotesi deve aver pesato negativamente la progressiva presa d’atto che se il montismo si ricostruirà sotto mentite spoglie il ruolo di Berlusconi ne è comunque escluso. Scontata la diffidenza e l’ostilità europee, il “lascito” di Napolitano — che comunque probabilmente sarà ancora in gioco e avrà un ruolo — si intestardirà su questo. Berlusconi aveva provato questa strada facendo un passo indietro e promuovendo condizionatamente Alfano, sia con l’intento di accattivarsi Casini sia con l’idea che un segretario debole significava un suo ruolo da leader assicurato. Questa strada deve essergli, e a ragione, sembrata preclusa. Che questa ipotesi sia preclusa è dipeso anche dall’intestazione di Bersani a un prossimo ruolo da primo ministro. Andrà così o no, la determinazione di Bersani può leggersi come un assoluto divieto a una riedizione della “strana maggioranza” con un ruolo determinante di Berlusconi, che equivarrebbe né più né meno al proprio suicidio politico in diretta [magari dallo studio di X Factor].
Rimane la strada di un’opposizione dura, fuori da qualsiasi forma di partecipazione al governo, e puntando a una frantumazione di qualsiasi maggioranza o addirittura a una possibile maggioranza di centrodestra al Senato. E questa è — oltre alla necessità di avere un partito piccolo ma pugnace di fedelissimi da lui personalmente scelti, quindi senza preferenze, come vorrebbero i residui di Alleanza nazionale — il motivo del boicottaggio di qualsiasi riforma elettorale e la sostanziale continuità del Porcellum.
Berlusconi sa quindi che perderà le elezioni, e quello che può fare è proprio quello che sta facendo: aspettare che la maggioranza che si creerà, sia attorno Bersani, sia attorno i centristi, abbia almeno un contraltare al Senato — dove, se Bersani sarà maggioranza autosufficiente alla Camera, potrebbe ritrovarsi con i centristi per impedire un “eccesso di potere piddino” — e aspettare che la crisi economica continui a minare la credibilità del montismo o del bersanismo.
Poi ci saranno le elezioni in Germania e chissà cosa ne verrà fuori: se vincerà la Merkel da sola, l’opposizione al rigorismo sarà fortissima; se si formerà una Grosse Koalition non cambierà molto e questo potrebbe andargli anche bene, per mettere in crisi il centrosinistra qui; e se vincessero i socialdemocratici della Spd non è detto proprio per nulla che saranno più generosi della Merkel verso l’Europa. Insomma, il quadro internazionale potrebbe non mettersi proprio male. In più, nessuno sa esattamente quali saranno le proporzioni del voto al M5S e nessuno sa quali saranno le dimensioni dell’astensione. E se questi numeri crescessero entrambi, la delegittimazione politica di qualunque esecutivo è sempre sulla testa delle cose, a volerla cavalcare.
È un orizzonte politico di due anni, dal momento delle elezioni. Qualcuno pensa che a uno come Berlusconi due anni possano sembrare un tempo troppo lontano?
Forse la determinazione con cui si spiega — per la Repubblica di Mauro è ormai una ideologia — a ogni piè sospinto che Berlusconi sia ormai impazzito, uno a cui mettere presto una camicia di forza, sta nella necessità di bruciargli tutto intorno prima che si costruisca una qualunque ridotta.

Nicotera, 1 dicembre 2012

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