Borse o parafanghi? È questo il futuro del made in Italy?

La partita Fiorentina-Juventus che, date le polemiche di questi giorni, si configurava come un clasíco, è finita zero a zero, benché – così commentano tutti – il risultato stia molto stretto alla Viola che ha dominato in lungo e in largo. La partita De Valle-Marchionne è invece ancora aperta, e si gioca ormai in pieno recupero infinito e senza arbitro, visto che l’unico che ci ha provato – «Siccome parliamo di persone di qualità, spero ci sia un confronto serio e non fatto di polemiche né di battute» –, ovvero il signor Luca di Montezemolo non è proprio adatto, per carattere e per evidenti compartecipazioni di interesse. E poi, perché voleva toglierci uno degli innumerevoli sfizi della stagione?
Dice il signor Marchionne ai cronisti che lo incalzano: «Non parliamo di gente che fa borse, io faccio vetture. Quanto lui investe in un anno in ricerca e sviluppo, noi non ci facciamo nemmeno una parte di parafango». E aggiunge, con classico stile Fiat: «La smetta di rompere le scatole». Ora, qui si para dinanzi a noi la configurazione del modello di sviluppo italiano del futuro. Cosa sarà il made in Italy del millennio a venire: faremo borse o parafanghi?
Il fatto è che qui non fanno neanche più parafanghi, visto che li producono in Serbia o in Polonia o in Brasile o in America e che la Fiat, per continuare a rimanere qui – e a «a spendere più in ufficio-stampa che in ricerca», Della Valle dixit – vuole che lo Stato, cioè noi, come è praticamente accaduto da sempre, ci si faccia carico dei suoi problemi. Che oggi si chiama cassa integrazione in deroga [proprio ciò che la Fornero considera un orrore del mercato del lavoro].
Io non so se il ministro Profumo abbia davvero detto che l’industria pesa sul Pil italiano solo per il 19 per cento – che è peraltro una ovvietà, ma pure bisogna vedere perché lo si dice. So però che gli operai Fiat sono circa ventimila. E siccome questo ormai lo sanno tutti, ci si avvale dell’indotto, per misurarne la drammaticità. Dice la Camusso: «Il fatto è che un grande azienda, con gli ammortizzatori sociali, può in qualche modo reggere. Le ditte dell’indotto, invece, senza un programma e tempi certi no. Stiamo parlando di 500mila addetti». Dobbiamo perciò salvare, ovvero pagare, la Fiat per salvare 500mila addetti.
Secondo i dati del 2011, nei call center lavorano 220mila addetti, per 1400 imprese con 92.000 postazioni, e si prevede una crescita del 5,5 per cento nei prossimi cinque anni – solo a Roma Atesia aveva 2800 addetti. Non ho mai registrato un uguale barricadismo della Camusso. E siccome qui – ha ragione Landini – si sta parlando del sistema Italia, un’uguale attenzione spesa per la Fiat dovrebbe andare alle piccole e medie imprese, ai precari della scuola – sui quali sta calando uno dei peggiori esperimenti sociali liberisti, con il nuovo concorsone – ai forestali della Calabria e ai pastori sardi – il prossimo che dice che il Sud è assistito, metto mano alla pistola – ecc ecc. o questi non fanno parte del sistema Italia?
Il salvataggio della Fiat ci costerà i due punti dell’Iva, sempre rimandati. Non so come altro potrebbero trovare i soldi per la cassa integrazione e per gli sconti fiscali all’azienda. Bisogna salvare gli operai Fiat? Certo, ci mancherebbe, bisogna garantirgli un reddito. Come a tutti quelli che lavorano o lavorano poco e male o per nulla.
Dice ancora la Camusso che vorrebbe sapere cosa si è discusso per cinque ore nell’incontro governo-Fiat, visto che c’è solo uno striminzito comunicato stampa finale. Posso dirglielo io, se vuole: s’è discusso di cassa integrazione e di sconti fiscali. E di come di questo accordo non si debba fare gran chiacchiere ma farlo passare piano piano. Bonanni, che è un furbo di tre cotte, l’ha capito e si sta muto come un pesce. Perché altrimenti potrebbe costituire un “precedente”, per quelli che nella crisi si sono messi la corda al collo perché non vendevano più o perché non riuscivano a pagare Equitalia e invece avrebbero potuto aspettare gli sconti fiscali. O valgono solo per la Fiat?
E la Camusso vorrebbe che «ci svegliassimo» – chi altri dovrebbe suonare la sveglia, se non lei? – per far passare come risultato delle lotte una trattativa già compiuta e definita. Per il bene del paese, certo. E tutti gli altri? Visto che produrre parafanghi sarà la versione aggiornata per la Fiat del motto keynesiano di scavare buche e riempirle, non si potrebbe trovare un uguale rimedio per tutti gli altri? Che so, magari produrre borse.

Nicotera, 26 settembre 2012
[Photo by Claudio Villa/Getty Images]

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