Perché non sono d’accordo con Maurizio Landini della Fiom

«È il momento di pensare a cose che non sono state mai pensate. Nel contesto attuale, io mi pongo anche il problema se può nascere una nuova formazione politica che rappresenti il lavoro», ha detto Landini alla festa Fiom di Torino, in un dialogo con Nichi Vendola, “moderato” da Concita De Gregorio. È vera la prima parte della frase – bisogna pensare cose mai pensate – ma la seconda è invece datata e abbondantemente sperimentata – una formazione politica che rappresenti il lavoro è esattamente quello che è già accaduto. E mica per un lasso temporale breve, ma per tutto un secolo, il Novecento.
Non che il lavoro oggi sia apprezzato, rispettato, valorizzato, tutt’altro, è vero. E ci sarebbe bisogno – e come – di rimetterlo al centro dell’attenzione sociale, della solidarietà, delle innovazioni. Ci sarebbe bisogno – e come – di un sindacato – ofelé fa’ ‘l tò mesté – che si batta per il lavoro, quello che c’è e quello che non c’è, che si batta per il lavoro “in generale”, mentre abbiamo tante federazioni che si battono, e anche duramente viste le condizioni, per segmenti di lavoro – quello metalmeccanico, edile, del commercio, del pubblico impiego e via così – oppure sindacati [la Cisl di questi ultimi anni, in particolare] che hanno sovrapposto al concetto di lavoro, che non è di parte ma generale, quello di paese [Cosa è buono per il paese? Che l’Alitalia sopravviva comunque. Cosa è buono per il paese? Che la Fiat rimanga un po’ anche qua. E via così] in una cointeressenza tra lavoro e capitale, tra lavoro e azienda, tra lavoro e Stato dove i soggetti non sono e non possono essere paritari e il lavoro porta a casa gli spiccioli.
Ma il lavoro non può più avere una rappresentanza politica generale perché non rappresenta più un interesse generale – o di masse enormi – come è stato per tutto il Novecento, quando la fabbrica era il cuore della produzione di massa, l’agricoltura era ancora intensiva e prevalentemente a braccia, il consumo era di massa, la distribuzione era di massa, il lavoro era di massa. Il lavoro si è trasformato, come si è trasformato il capitale. Ma mentre il capitale è rimasto elemento costitutivo dell’occidente – improduttivo, distruttivo, virtuale, quello che volete – il lavoro si può fare ovunque, si fa già ovunque. Quello che non poteva accadere per tutto il Novecento – che lavoro e occidente si separassero, perché qui era il sapere operaio, qui era il sapere artigiano, qui era la capacità scientifica di progettare e inventare – è invece accaduto adesso: non solo con le delocalizzazioni, dove gioca ancora un ruolo fondamentale la scienza e la conoscenza accumulata qui e solo applicata altrove, ma si lavora di massa in Cina, in India, in Brasile, e si progetta – a volte si copia pure – , si inventa, si costruisce, si dirige.
Quello che è rimasto costituivo dell’occidente, oltre il capitale, è la democrazia, o forse meglio i diritti. Certo, prima i diritti erano consustanziali al lavoro, erano stati sudati e insanguinati dal lavoro, erano costituzione formale della potenza materiale e politica del lavoro. Ora sono appesi nel cielo. Perché si sarebbero dovuti spostare sulla persona, sull’individuo, e sulle forme che il vivere associato sperimenta. Così non è, certo. Perché i diritti vivono se una forza politica li tutela e li protegge, non solo la norma, la legge. Quello che ci rimane è la democrazia, la sovranità. Che è sottoposta a una torsione fortissima, che sta travolgendo tutte le forme – tutti i partiti – della rappresentanza politica. Non è solo una emergenza o una eccezionalità, che presto finiranno. Soprattutto se questa emergenza non trova un potere politico capace di frenarne l’abbrivio e l’inerzia terribili.
Il lavoro non è sempre stato al centro delle trasformazioni e delle lotte degli uomini – c’è stato dio, la monarchia, la scienza, via via nei secoli. Poi il Novecento, che è stato il secolo del lavoro. I precari – ah, sta precarizzazione generalizzata – provano a farsi soggetto centrale, leva di una aggregazione generale del lavoro, ma non ci riescono; i lavoratori della conoscenza – ah, sto capitale cognitivo – provano a farsi soggetto centrale, leva di una aggregazione generale del lavoro, ma non ci riescono; i metalmeccanici – e tutti quelli che ancora in fabbrica lavorano e resistono, ah, sto lavoro che scompare eppure siamo sempre qui – provano a farsi soggetto centrale, leva di una aggregazione generale del lavoro, ma non ci riescono. Ci sono pochi leader capaci? Non è vero, ci sono persone serissime e responsabili, e mica solo tra i leader.
La segmentazione del lavoro e l’irriducibilità delle sue forme frammentate a lavoro in generale non è un complotto del capitale o solo la forma della sua produzione, ma anche un superamento della forma bruta dell’interscambiabilità del lavoro. La crisi costringerà a riconsiderare la priorità del lavoro, dell’occupazione? È probabile, ma una rappresentanza politica non può essere fondata su qualcosa che si va perdendo, su cui ci si trincera, ma su uno scenario futuro, futuribile. Una proposta di società. Una rappresentazione generale.
Allora, io credo che ci voglia sì una nuova rappresentazione – non saprei dire se il partito sia la sua giusta forma, ma va bene, se è per capirci – ma di come oggi si ponga la questione della sovranità e del potere di decisione dei cittadini. Forse, da questo punto di vista, quello che sta accadendo in Europa o quello che è già accaduto con la finanza internazionale, acquista senso generale. Senso dell’occidente, sua salvezza o sua perdizione. Questo è nodale.
E infine, pur ammettendo che questo mio ragionare sia fuori di centro, troppo spostato, la percezione sociale oggi della “questione principale” non è quella del lavoro ma quella dell’indecenza dei partiti e della politica. Se ne potrà uscire da destra – come già si uscì da destra alla questione territoriale, del nord e del sud, e delle periferie produttive rispetto un centro parassitario, dove all’oscena rappresentazione leghista non ci fu un contraltare di alcun genere, o quale balbettio presto messo a tacere –, se chi vuol pensare cose mai pensate lascia il terreno all’antipolitica – tanto per capirci –, a altri, dove invece si può trovare uno svolgimento progressivo e democratico.

Nicotera, 20 settembre 2012

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