Il populismo pallonaro è persino peggiore del populismo politico.

Quante discussioni e lacerazioni, ci saremmo potuti evitare: la fede contro la laicità, la storia contro la filosofia. Le radici europee stanno nella civiltà giudaico-cristiana, in quella greco-romana o nei valori dell’Illuminismo? Alla fine, non se n’è fatto niente – d’altronde della stessa Costituzione europea non se n’è fatto niente. Abbiamo un Trattato però, quello di Lisbona.
E lì, nel suo Preambolo, nella sua Grundnorme, andrebbe inserito il vero fondamento costitutivo europeo: una palla dietro la quale corrono ventidue uomini in mutande, undici di un colore e undici di un altro.
Dal brexiter Bo-Jo che ha stracciato con determinazione ogni patto con Bruxelles all’ultra-sovranista Orbàn che mette i fili spinati elettrificati alle frontiere, passando per il liberista Macron e per “l’uomo delle banche” Draghi, insomma tutto il ventaglio politico immaginabile, l’Europa politica tutta, come un sol uomo, dice no alla Super-Lega di Florentino Pérez, presidente del Real Madrid, in fondo solo una squadra di calcio; ma che ha ottenuto quello che né le crisi umanitarie dei migranti né le guerre ai confini erano riuscite a ottenere. Niente Super-Lega, dodici squadre le top del top che si fanno un campionato tutto per conto loro, incontri settimanali e ciao a tutti.
Dice no l’emiro del Quatar Tamim bin Hamad al-Thani che detiene il Paris Saint-Germain, mentre invece dice sì il cugino emiratino Mansur bin Zayd Al Nahyan che ha la maggioranza di proprietà del Manchester City, proprio come dice sì l’oligarca russo Roman Abramovich, proprietario del Chelsea. Il gruppo Suning per l’Inter e il fondo Elliott per il Milan aderiscono – ma cinesi e americani, si sa, sono globali. Anche tutti europei – emiri, oligarchi e fondi sovrani e privati – se serve. I tedeschi per ora stanno a guardare, intrappolati, come sempre, nel dilemma di Thomas Mann: la Germania vuole essere europea o vuole un’Europa tedesca? Che ora si sciorina così: Bayern Monaco e Borussia Dortmund vogliono una Super-Lega europea a trazione tedesca o vogliono essere europei?
Dietro tutta l’operazione c’è JP Morgan, la più grande banca al mondo e una delle Big Four americane, peraltro da sempre vicina al Manchester United, ma che qui interviene con altre banche d’affari: finanzieranno loro tutta l’operazione. I dodici (o quindici) club «riceveranno complessivamente 3,5 miliardi di euro per supportare i loro piani di investimento infrastrutturale e per fronteggiare l’impatto della pandemia». Secondo il «Financial Times», si tratterà di un prestito a lungo termine (23 anni) con tasso del 2-3%. Ciascun club fondatore dovrebbe ricevere tra 200 e 300 milioni, che fanno gola, eccome, anche se non potranno essere spesi per ingaggi e calciomercato. È questo il punto: i club stratosferici stanno in grave crisi finanziaria, per via della pandemia.
Quanta retorica mielosa in questi giorni – dalla favola del Leicester che vinse la Premier League del 2016, sorprendendo tutti, ma dietro il cui “miracolo” c’era l’impronunciabile nome del thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, re dei duty-free aeroportuali, scomparso in un incidente nel 2018; a ritroso a quella del Cagliari di Gigi Riva, Rombo-di-tuono. «È la vittoria del censo sul merito» – si è tronituonato qui e là. Ma JP Morgan, l’irruzione del denaro nel calcio, non è la novità: l’Arsenal è di proprietà del miliardario e imprenditore sportivo statunitense Stan Kroenke che ne prese il pieno controllo nel 2018, rilevando la quota del rivale russo Alisher Usmanov; il Liverpool è di proprietà del Fenway Sports Group dal 2010 dopo un accordo da 300 milioni di sterline; il Manchester United è stato acquistato dalla famiglia americana Glazer per 790 milioni di sterline nel 2005 e quotato alla Borsa di New York dal 2012; il Tottenham è della ENIC International Limited, di proprietà del miliardario self-made Joseph Lewis; degli altri ho già detto. Certo, Real, Barcelona e Bayern sono anche di proprietà dei loro tifosi, con un sistema di affiliazioni – ma lo “scandalo” dove sarebbe ora? Nella secessione, si dice, la “secessione dei ricchi”. Vero, ma qui parliamo di business, mica di patrie – e se la Uefa dalle licenze delle Coppe europee prende 3,3 miliardi, deve poi dividerli con le squadre partecipanti a Champions e Europa League, tante: i “secessionisti” pensano che il calcio europeo, anzi il “loro” calcio valga molto di più, e che non debbano dividerne i guadagni.
La Uefa minaccia sfracelli e sanzioni, ma si capisce: “spariscono” miliardi di euro. Le Leghe nazionali minacciano di escludere i giocatori della Super-Lega dalle loro selezioni nazionali: già, poi, se togli i giocatori di Real e Barcelona, la nazionale spagnola, la Roja, con chi la fai, con i calciatori delle Isole Canarie?
Un improvviso rigurgito di nazionalismo pallonaro ha attraversato l’Europa, anzi più propriamente: di “populismo pallonaro”, che qui le “nazioni” hanno solo le bandiere dei club. Contro la globalizzazione finanziaria, scende in campo il populismo pallonaro. Rivalità antiche quanto l’uomo tra tifoserie e squadre – spesso, ahimè, motivo di orribili episodi di cronaca – improvvisamente dismesse e tutti affratellati contro l’orribile denaro che distrugge “i sogni” dei tifosi. Ma di quali “sogni” parliamo? Non siamo già tutti “clienti” delle televisioni? La nostra “cittadinanza europea”, l’unica peraltro davvero in vigore, ovvero la fruizione delle partite di Champions, non passa già attraverso un abbonamento?
Certo, è la “provincia” che viene abbandonata, e tutta la “produzione del calcio”, la filiera del valore del pallone si concentra in alcune aree e dismette interi territori. Ma non è questo che sta propriamente già avvenendo nel mondo reale? Non ci sono intere regioni europee che sono ormai ai margini, mentre la ricchezza si va concentrando in alcune? Fa impressione pensare che Arsenal, Tottenham e Chelsea sono poi tre quartieri di Londra, un po’ come il Chievo del signor Campedelli è un quartiere di Verona: ma, appunto – sta qui la differenza: le tre inglesi sono ormai “entità globali”, il Chievo è una squadra di provincia: nessun Messi, nessun Ronaldo ci giocherà mai.
Io non so se questa Super-Lega si farà, e quando si farà: le resistenze dei tifosi ci sono, ma non credo che avranno peso, i tifosi seguono, come le truppe e le vettovaglie. Due campionati quasi azzerati, per la pandemia, dopo anni di follie finanziarie fatte per accaparrarsi il cartellino di questo o quel giocatore, pesano come macigni – c’è una crisi finanziaria acuta dei club e in qualche modo bisogna far ripartire la “formazione di valore”.
Per chi ama il calcio, “il gioco più bello del mondo”, si vedrà.

Nicotera, 20 aprile 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 aprile 2021.

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Morto Madoff, che architettò la più grande truffa finanziaria della storia.

82 anni, condannato a 150 di carcere dopo l’arresto nel dicembre 2008, 65 miliardi di dollari l’ammontare della colossale truffa da lui architettata e durata circa 40 anni, di cui solo 14,3 recuperati, 37 mila persone truffate in 136 Paesi diversi, 6 esposti presentati alla Sec – la Consob americana – tra il 1992 al 2008 contro di lui e tutti e sei “passati” tranquillamente, nel febbraio 2020 presentò istanza per poter uscire perché gli restavano meno di 18 mesi di vita per una malattia renale senza cura, respinta, morto il 14 aprile nella prigione federale di Butner, in North Carolina. Questi sono i numeri di Bernie Madoff. Ma i numeri non sono tutto in questa storia.
Due suicidi, uno era il finanziere francese Thierry Magon de La Villehuchet, che guidava un fondo che aveva investito 1,4 miliardi di dollari nelle società di Bernard Madoff, trovato morto nel suo ufficio a Manhattan. Un altro dei suoi investitori ebbe un attacco di cuore dopo mesi di contenzioso, rispetto il suo ruolo nello schema di Madoff. Molti persero le loro case. Molti persero i loro amici, che avevano convinto a entrare nel gorgo finanziario.
Lo stesso Madoff non fu risparmiato: il suo figlio maggior Mark, si suicidò la mattina dell’11 dicembre 2010 – a due anni di distanza dall’arresto del padre, a cui aveva contribuito in modo determinante con le sue accuse. Lasciò un biglietto all’avvocato: «Nessuno vuole sapere la verità». Nel giugno 2012 il fratello di Madoff, Peter, fu accusato di complicità e patteggiò con il governo la consegna di tutte le sue proprietà per risarcire le vittime della truffa: fu comunque condannato a dieci anni. Il figlio minore di Madoff, Andrew, morì di cancro il 3 settembre del 2014 a 48 anni, quello stesso cancro che aveva combattuto nel 2003 e che si era riaffacciato nel tumulto delle vicende.
Il nome “Madoff” fu bandito: una nuora nel 2010 chiese alla Corte suprema dello Stato di New York di poter cambiare il cognome del figlio, in Morgan. Il nome “Madoff” divenne sinonimo di truffatore: da noi in Italia abbiamo avuto, negli anni: il “Madoff dei Parioli”, il signor Lande che, con lo stesso schema, riuscì a raggirare a Roma molta gente dello spettacolo; la “Madoff in gonnella”, Bruna Giri, arrestata nel 2015 a Santo Domingo, che per anni aveva raggirato e stornato risparmi di professionisti, medici e vip dell’alta borghesia romana; e il “Madoff della Maremma”, Robert da Ponte, un italo-americano arrestato nel 2014 a Monaco di Baviera che era riuscito a rastrellare investimenti per 250 milioni, scomparsi.
I numeri non sono tutto in questa storia. Che è anche una storia dannata di “successo” – un giovane bagnino di vent’anni, Bernie Madoff, investì i risparmi del suo lavoro estivo sulle spiagge, convinse il suocero a dargliene un po’, e da lì iniziò la sua scalata al denaro. D’altronde, lo stesso Charles – Carlo, perché era un emigrato italianissimo – Ponzi aveva iniziato da lavapiatti. Non solo, ma come Ponzi si era mosso soprattutto nella propria comunità italiana, Madoff si mosse soprattutto nella propria comunità ebraica. Lo schema è semplice: prometti rendimenti alti (il 10 percento in genere) e ti fai dare i soldi e con quegli stessi soldi paghi i rendimenti; ma per continuare a farlo devi avere altri soldi, anche perché le “spese fisse” – lussuosi uffici che servono a dare credibilità alla tua astuzia e sagacia – aumentano; finché il giro continua e soltanto qualcuno, per un motivo improvviso, chiede la restituzione dell’intero capitale regge; il guaio accade quando la cerchia si è fatta molto larga e non si “pesca” più e quando la richiesta di restituzione diventa molteplice: nel caso di Madoff fu la crisi Lehman Brothers che indusse i suoi investitori a riavere indietro il denaro: ma il denaro non c’era più.
Nel cinema se ne trovano tracce. In Blue Jasmine – del 2013, scritto e diretto da Woody Allen, con protagonista Cate Blanchett, che si è aggiudicata il Premio Oscar per la Miglior attrice protagonista – Jasmine si trasferisce da New York, dove conduceva una vita agiata, a San Francisco, nel modesto appartamento della sorella adottiva Ginger. Jasmine è affetta da alcuni problemi psicologici, aumentati dopo la fine del suo matrimonio con Hal, uomo ricchissimo che tramite investimenti finanziari ha truffato molta gente. Hal è stato arrestato, e si è tolto la vita in carcere. In Those People, scritto e diretto da Joey Kuhn nel 2015, Charlie, un giovane studente d’arte di New York, viene invitato dal suo migliore amico, Sebastian, a trasferirsi nel suo appartamento mentre si sta occupando della sua stessa depressione e del pubblico disprezzo che sta ricevendo a seguito dell’arresto di suo padre, ricco finanziere, sul quale pende una condanna per un crimine finanziario di alto profilo.
E poi ci sono le storie proprio dirette: The Wizard of Lies è un film per la televisione del 2017 diretto da Barry Levinson, con protagonisti Robert De Niro e Michelle Pfeiffer. La pellicola è l’adattamento cinematografico del libro biografico Wizard of Lies: Bernie Madoff and The Death of Trust della giornalista Diana B. Henriques. E la miniserie televisiva americana del 2017 Madoff – in Italia è andata in onda su Sky – scritta da Ben Robbins, ispirata al libro di Brian Ross The Madoff Chronicles.
I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi allo stesso tempo. Nella Compagnia degli uomini (2011), Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra un padre e un figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. Il figlio, disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce – il testo è del 1990 – il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi allo stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è Il mercante di Venezia di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse, forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?
D’altronde, è dell’avidità umana che stiamo parlando.

Nicotera, 15 aprile 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 aprile 2021.

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