Ora che è fuori dai giochi, Silvio punta a un partito leggero: Forza Silvio

silvio_berlusconi_1Penserete che io lo dica per dire un paradosso, o che vi sia una malcelata ironia, invece lo penso davvero. Berlusconi, ora che sta fuori dalla politica, si sta mostrando un gran politico. Lo ha ripetuto ieri, a Saronno, Varese – un cinquantenne con intenzioni presumibilmente aggressive è stato bloccato immediatamente –, dove era andato a sostegno della campagna elettorale del candidato sindaco Pierluigi Gilli: «Ormai sono fuori dalla politica» Voi penserete che sia solo una boutade, o più semplicemente una bugia, un’arma di distrazione. Invece, io ci credo. La sua, e la nostra, “maledizione” – passare alla Storia come un grande statista e intanto agire in politica per i propri interessi personali, per la propria bottega – è sempre stata questa, una meschinità reale affabulata e spacciata per un grande disegno intelligente, fosse fermare i rossi e cacciarli dal tempio delle istituzioni, fosse modernizzare il Paese, svecchiandolo finalmente da corporazioni e lobby, liberalizzando mercato, imprese e lavoro. Quando “scese in campo” – era il 1994 – la Prima repubblica era a pezzi e l’elettorato moderato, quello che aveva sempre votato Democrazia cristiana, allo sbando. In tre mesi mise insieme un movimento, Forza Italia, e vinse le elezioni. Lo votò chi credé alle sue parole e promesse, meno tasse meno Stato. Un elettorato complesso, stratificato, articolato, perché intanto l’economia del Paese era cambiata e anche i soggetti produttivi. Berlusconi guardava al bipolarismo a vocazione maggioritaria, annunciava la rivoluzione liberale, menzionava la Thatcher e Reagan, puntava su una netta polarizzazione tra destra e sinistra, togliendo spazio a ipotesi di centrismo. Invece. Sapete tutti come è andata.
E ora, che un gran salasso economico gliel’ha fatto De Benedetti (buono quello!), e un altro, uno stillicidio milionario, gliel’ha fatto la moglie e lui non ha più i dobloni da mettere sul piatto per smuovere le cose; ora che è arrivato sul punto di vendere il Milan, che dev’essere come lasciare il figlio diletto davanti la ruota dell’orfanotrofio; ora che gli impresentabili, le facce da galeotto e quelle da farti venire i brividi su per la schiena – i Dell’Utri, i Previti, gli Scajola – si sono o li hanno tolti via fuori dalle balle; ora che sono scomparsi figli politici di primo letto e figliocci di secondo, comparelli e comparucci, nani e ballerini; ora che si è fatto infinocchiare da quel venditore di saponette di Renzi come fosse un babbalucco qualunque e non fosse stato, proprio lui, il più grande venditore di saponette mai visto in Italia; ora che persino quello a cui mancava il “quid”, Alfano, sembra essersi fatto crescere le palle di sotto ma solo per dare addosso a lui, che l’aveva preso, l’aveva ripulito, gli aveva insegnato come stare seduti a tavola e poi l’aveva mandato per il mondo; ora che un suo erede praticamente designato, Fitto, gli si è rivoltato contro politicamente e non vuole saperne di trovare un accordo, e lava i panni sporchi in piazza, e gli fa la guerra dentro casa, e sembra voler bastonare il cane mentre annega come fosse la cosa più giusta da fare. Ora che nessuno sembra capire che è il momento più debole per il centrodestra in Italia, e che di questo pare preoccuparsi solo la grande borghesia, quella proprio che per vent’anni gi ha dato addosso, perché che democrazia è quella in cui non esiste opposizione, come se alla grande borghesia fosse mai fregato un fico secco dell’opposizione e pure della democrazia. Ora, che c’è tutto questo, l’uomo mostra una quale grandezza.
La lettera del 9 maggio al «Corriere della Sera» – dal titolo: «L’Occidente e l’errore di voler isolare la Russia di Putin» – in cui stigmatizzava la decisione dei leader europei di non prendere parte alle celebrazioni a Mosca per il settantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale, oltre che come una mancanza di rispetto un gesto di miopia politica, era uno sguardo da politico di prima grandezza e di una levatura non certo provinciale. Costringere la Russia a «scegliere l’Asia e non l’Europa» non è una strategia lungimirante, soprattutto pensando alle sfide che l’occidente ha davanti, da quelle militari, geopolitiche, a quelle economiche. Insomma – concludeva Berlusconi – «quelle poltrone vuote sulla Piazza Rossa non sono una prova di forza, ma l’emblema di una nostra sconfitta». Parole da leader europeo, altro che i sorrisini di Sarkozy e Merkel.
E vogliamo parlare del “partito repubblicano all’americana”? Può darsi che con l’approvazione dell’Italicum si riproponga la situazione di vent’anni fa: una legge elettorale su misura (allora fu Occhetto che se la ereditò dalla Dc in pieno cupio dissolvi, Renzi ci sta puntando tutto il suo prossimo ciclo di potere politico). Vent’anni fa a Berlusconi riuscì di mettere insieme tutto il centrodestra, e di ribaltare la scontata vittoria dell’ex-Pci. E ora, come impedire che il popolo dei moderati, di nuovo disperso e frammentato, torni a essere marginale? Eccolo l’ennesimo coniglio dal cappello: l’elefantino all’americana.
Finora se n’è capito poco, è sembrata più un’evocazione, una suggestione che un progetto preciso. Non sarà un nuovo partito: quelli che ci sono bastano e avanzano. Non sarà una riedizione del Popolo della Libertà, che non ha funzionato proprio per nulla ultimamente. Non sarà una coalizione di partiti, che la nuova legge non incoraggia, e che non funziona. Più probabilmente un coordinamento elettorale, con poche regole chiare, al quale possono partecipare partiti, associazioni di singoli cittadini, che si ritrovano su un programma, per quelle elezioni, e per governare con alcuni obbiettivi concreti. Una cosa snella, senza apparati, senza sedi, senza spese fisse (che già adesso ci sono le fidejussioni che vanno scadendo e nessuno sa dove trovare i soldi). Forse non riuscirà a compiere di nuovo il “miracolo” del ’94 – i miracoli, come le bombe, non capitano mai due volte nello stesso posto – e forse è invece vero che Berlusconi ha esattamente chiaro il quadro realistico, le percentuali elettorali che ci sono e quelle che verranno, e punta a mantenere solo una pattuglia di fedelissimi, una cinquantina di parlamentari, e va bene così. Pure, bastasse solo a impedire che l’elettorato moderato smotti verso le nequizie di Salvini, basterebbe già solo questo, per fare della resilienza di Berlusconi un segno di grandezza politica.
Fitto ha ufficializzato l’uscita da Forza Italia. Il Cavaliere non si è scomposto: «Ci siamo tolti un peso». Sembra – non sorprenda l’accostamento, la storia è bizzarra – l’eco togliattiana del «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato», quando il Gran capo comunista fece spallucce e trattò con sufficienza le questioni che lo scrittore siciliano aveva posto.
E ora le regionali, dopo la scoppola delle amministrative e, tutto lo lascia presumere, quella dei ballottaggi. Quelle percentuali scandalose erano messe in conto? Chissà. Certo, Renzi pensa a un sette a zero, come fosse il 61 a zero siciliano del 2001 – vedete che la storia è bizzarra? –, quando Forza Italia rastrellò tutti i collegi elettorali che c’erano da rastrellare. Andrà così?
Chissà. Ora, certo non è che siccome la Juventus ha battuto il Real Madrid finendo in finale di Champions, tutte le mattine il mondo ci manda una sorpresa. Però, se quel sette a zero – Boschi dixit – fosse invece un sei a uno, un cinque a due, e – sorpresa à la Juventus – un quattro a tre?
Beh, dovremmo proprio ripensare il renzismo e Renzi.
Beh, dovremmo proprio ripensare il berlusconismo e Berlusconi.

Roma, 18 maggio 2015

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Dal familismo amorale al moralismo sociale: perché vince il boldrinismo

A metà degli anni Cinquanta, un giovane e brillante professore americano di trentott’anni, Edward Banfield, un politologo, se ne venne da Chicago – dove era stato amico di Leo Strauss e Milton Friedman, il fior fiore di quella che sarà l’ideologia conservatrice repubblicana per tutti gli anni a seguire – in Basilicata. Se ne venne con la moglie, di origini italiane, Laura Fasano, e i loro due figli. E si fermarono per nove mesi. Nove mesi di “ricerca sul campo”. Quattro anni dopo, pubblicava, per la Free Press dell’Università di Chicago, The Moral Basis of a Backward Society. È il libro in cui formula il concetto di “familismo amorale”, come cardine di comprensione dell’arretratezza di una società. Attraverso lo studio di Montegrano (un nome inventato, dietro cui si celava la comunità di Chiaromonte), Banfield voleva dimostrare che certe comunità sarebbero arretrate soprattutto per ragioni culturali, per le loro regole “etiche”. La loro cultura, la loro “etica” presenterebbe una concezione estremizzata dei legami familiari che va a danno della capacità di associarsi e dell’interesse collettivo. Gli individui sembrerebbero agire come a seguire la regola: «massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo».
Benché non mancassero diverse critiche anche accademiche sia sulla qualità dello studio – insufficiente nelle descrizioni, debole nell’analisi, non generalizzabile a altre aree del Mediterraneo rurale senza la conferma di altri studi indipendenti – sia sul nucleo della teoria, il fattore culturale inteso come causa, il lavoro di Banfield ebbe un successo straordinario e divenne una sorta di “monumento interpretativo” del Meridione, di molte regioni dell’Europa del Sud e del Mediterraneo.
Seppure Banfield fosse convinto del contrario, il concetto di familismo amorale sembrò adatto a descrivere anche i processi durante il miracolo economico e quindi indicare un fenomeno niente affatto arcaico, capace di sopravvivere anche dopo la modernizzazione. A esso – insieme alla civicness o alla mancanza d’essa, di Putnam – si fece ricorso anche durante gli anni più recenti, nel “sorprendente” verificare come si fosse esteso alle altre regioni. Una nuova forma di mancanza di virtù civiche veniva individuata da sociologi e politologi proprio nelle regioni del Nordest a più alto tasso di sviluppo, dove si erano diffusi nuovi modelli di comportamento caratterizzati da egoismo, rancore, insofferenza alle norme, mancanza di solidarietà.
Il familismo amorale non era più una prerogativa del Meridione d’Italia – o dei meridionali in genere, ovunque risiedessero. Non era più condensabile nella battuta che nel Padrino Clemenza fa a Rocco Lampone che ha appena ammazzato a freddo in automobile Paulie Gatto, facendogli saltare le cervella: «Leave the gun. Take the cannoli / Lascia la pistola, prendi i cannoli», che glieli ha promessi alla moglie per il pranzo della domenica, e questa cosa, sacra è.
Ha finito col descrivere – almeno per un certo punto di osservazione – lo scarso senso di legalità, la cura del proprio particolare interesse, la disaffezione per la cosa collettiva, la mancanza di un senso dello Stato, propri del “carattere nazionale”.
È diventato perfino banale, vero o meno che sia, far risalire la responsabilità di questo alla mancata “riforma protestante”, ovvero alla persistenza e invasività del cattolicesimo, storicamente “nemico dello Stato” – e non solo fino al Risorgimento – e attento sempre al nucleo familiare come fondazione d’ogni senso di comunità.
È perciò stupefacente lo “slittamento” del senso comune pubblico degli ultimi anni, il giustizialismo spiccio, il civismo esibito e aggressivo, un vero e proprio rovesciamento dal familismo amorale al “moralismo sociale”. Una sorta di puritanesimo da New England dei Padri Pellegrini, da streghe di Salem, una cosa da Lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne.
Nell’un concetto, come nell’altro, è assente la politica; nell’un concetto – Banfield fu minuzioso in questa parte di descrizione dei comportamenti – come nell’altro, la politica, i politici sono i nemici.
È, in buona parte, il portato del lungo ventennio berlusconiano, del suo declino e del trionfo dell’antiberlusconismo, che ha “vinto” sul piano del moralismo, del bunga-bunga, delle olgettine, del Gran puttaniere, del comportamento da consegnare alla giustizia, perché “assolutamente pubblico” e quindi penalmente rilevante, per ristabilire il “decoro del Paese”. La delegittimazione del regime berlusconiano è passata attraverso la sfera della sessualità, esibita, svergognata, marchiata.
In un breve testo, titolato Il perturbante della sessualità, Cristina Morini scrive: «È un’Italia primitiva quella del Berlusconi processato per la sua condotta “amorale”. Più ancora dell’Italia anni Ottanta, plasmata sui valori del mercato, del denaro, del self made man, viene a galla l’immarcescibile Italia anni Cinquanta, un’Italia che sostiene la famiglia, la chiesa, i sani principi, suddivide tra il bene e il male, mentre la stampa mainstream butta dettagli piccanti in pasto al pubblico. Pubblico di guardoni e consenzienti, esempio contemporaneo di quel “consenso passivo” che connota la storia italiana».
Il moralismo sociale, con la sua appendice di giustizialismo, è qualcosa di diverso dal “politicamente corretto”. Anzi, ne è una sistematizzazione sul piano dell’agire pubblico. E dell’agire istituzionale. Mentre il “politicamente corretto” si limita al relativismo, a scartare di lato di fronte a ogni rigidità e rigorosità, a rimanere e riportare ogni conflitto comunque sul piano delle opinioni, sul piano del non-agire, il moralismo sociale “chiede” azione pubblica. Il diavolo è sempre tra noi, ma esporne il ludibrio al mondo gli farà sapere che noi non lo temiamo e siamo pronti. Le istituzioni della comunità si rafforzano attraverso la punizione esibita. È il nocciolo del “boldrinismo”, esemplificato a proposito della cancellazione del vitalizio a politici condannati a più di due anni – non me ne voglia il presidente della Camera, è un modo per dire, una metafora, un’allegoria. Si parla di cose simboliche.
Certo, forse non siamo davvero nel New England, ma questo puritanesimo, questo moralismo sociale è anche effetto della morte del cattolicesimo in politica. Da Woytjla in poi, la Chiesa si è concentrata sulla lotta globale contro il male del comunismo, prima, contro la finanziarizzazione e la povertà poi, perdendo di vista il suo terreno proprio, la politica italiana. La morte della Democrazia cristiana, sta tutta lì, proprio come per il comunismo, nel crollo del muro di Berlino nell’89. Sta nella fine della logica del compromesso nella società, nel pubblico, lasciando la lotta indefettibile tra bene e male solo al foro interiore, alla coscienza, al privato. È Todo modo di Sciascia – “Ogni mezzo per cercare la volontà divina”, come si dice negli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’Ordine dei Gesuiti –, il libro che ci parla ancora di queste cose.
In un testo del 1956, Furore Simbolo Valore, Ernesto De Martino scrive: «La vita religiosa tradizionale ha perso autorità nel mondo moderno, mentre la democrazia laica, con i suoi ideali mondani, non riesce a colmare il vuoto lasciato dalla religione e a sostituirsi a essa con forme istituzionali di efficacia sociale e psicologica equivalente… gli individui non trovano ancora nella società i modi adatti per partecipare attivamente all’esperienza morale che alimenta la democrazia laica, e per sentirsi protagonisti del suo destino».
Il “boldrinismo”, moralismo istituzionale, è scambiare l’esperienza morale della partecipazione alla democrazia laica, con l’acquiescenza verso il moralismo sociale – «Cinquecentomila cittadini ce l’hanno chiesto!». Non ne è la causa, certo, ma ne fa sistema. L’arretratezza della nostra società – il suo non essere al passo, l’aver ecceduto nel tempo, l’aver vissuto sopra i propri mezzi – sarebbe da colmare con l’asciuttezza moralista delle istituzioni.
Credo ci sia più d’un nesso tra il boldrinismo e l’incedere accelerato del presidente del Consiglio, Renzi, tra il moralismo e l’efficacia. Renzi, da fiorentino rottamatore della repubblica, savonaroliano, l’ha colto. La Boldrini, non saprei.

Nicotera, 8 maggio 2015

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