Germania e Ungheria: una lunga storia di calcio e guerre.

germania-ungheria_1954Germania e Ungheria sono ai ferri corti. Il primo ministro ungherese Orban accusa la Merkel di avere provocato lei i disordini tra i profughi siriani accampati a Budapest, per avere deciso di accoglierli tutti. La Merkel tuona contro chi vuole abolire il trattato di Schengen, che permette la libera circolazione di uomini e merci in Europa, e contro chi continua a costruire muri di filo spinato, a piombare furgoni, a segnalare identità sulle braccia – è l’orrore storico da cui la Germania del dopoguerra ha scavato un abisso di distanza e di senso di colpa.
«Con gli ungheresi, politicamente, non c’era da scherzare». Lo scriveva Robert Musil, negli appunti preparatori de L’uomo senza qualità – il romanzo che racconta l’ultimo anno della società viennese prima dell’inizio della fine dell’Impero austro-ungarico, ovvero da quella famosa «bella giornata d’agosto del 1913» fino allo scoppio della Grande Guerra. La fine dell’Europa come la si conosceva fino alla Prima guerra mondiale. Il pensiero – Con gli ungheresi, politicamente, non c’era da scherzare – Musil lo mette in testa al conte Leinsdorf, motore propulsore dell'”Azione Parallela”.
Nell’alta società viennese si era formato un comitato per preparare le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono dell’imperatore Francesco Giuseppe, ricorrenza che si sarebbe dovuta festeggiare nel 1918. Parallelamente a questo anniversario (e per questo si chiama “Azione parallela”) si sarebbero celebrati anche, insieme ai fratelli amati–odiati germanici, i trent’anni di reggenza dell’imperatore tedesco Guglielmo II. Dopo cinque lunghi anni di preparativi bizzarri e inconcludenti – tra i quali, l’idea della fondazione di un grande “Istituto austriaco Francesco Giuseppe per la distribuzione della minestra” –, nel 1918 non ci sarebbe più stato niente da festeggiare. La guerra aveva distrutto quel mondo.
Austria e Ungheria erano allora una cosa sola, benché la prima fosse l’Impero austro-ungarico – la parola “Austria” era stata bandita – e la seconda, il Regno d’Ungheria. Insomma, era una Doppia Monarchia, con gran difficoltà dei sudditi, i quali «dovevano sentirsi patrioti austro-ungarici imperiali e regi, ma nel contempo ungarici-regi oppure austriaci imperial-regi», è sempre Musil. La Doppia Monarchia era una specie di mistero uguale a quello della Santa Trinità. E fu per questa “lacuna linguistica” che l’Impero andò a puttane.
Tutto il “cuore” dell’Europa andò a puttane, la Germania, la Romania, la Bulgaria, giù giù fin dal mar Baltico al mar Nero. Le terre bagnate dal Danubio. Era questa la Mitteleuropa, l’Europa del centro, il centro dell’Europa, l’Europa di mezzo. In realtà, la Mitteleuropa non è mai esistita, o ha significato cose assai diverse: chi la pensa come Europa danubiana – i dieci Paesi bagnati dal Danubio, in pratica dalla Germania all’Ucraina, passando per Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria, Romania, Moldavia – e chi vi include i paesi baltici. Ma la vera questione della Mitteleuropa è sempre stata l’influenza e la potenza della Germania. Il timore è sempre stato quello che la Mitteleuropa non foss’altro che una Grande Germania. E questo era il timore non solo delle nazionalità danubiane, ma anche di tutti gli altri Stati europei.
Ci si dimentica che il più strenuo avversario di un qualunque accordo austro-tedesco sia stato Mussolini, che vedeva di malocchio la possibilità che truppe tedesche stazionassero al Brennero. «L’Italia non potrebbe mai tollerare il paradosso che l’unica nazione che aumenterebbe i suoi territori, la sua popolazione, sarebbe la nazione sconfitta nella guerra». Arrivò, Mussolini, a finanziare formazioni fasciste austriache perché fronteggiassero le formazioni paramilitari naziste; arrivò, Mussolini, a sostenere una svolta fascista del governo austriaco purché rimanessero fuori i nazionalsocialisti; arrivò, Mussolini, a minacciare di intervenire militarmente se la Germania avesse preso l’Austria. L’Italia aveva siglato una serie di accordi con il governo ungherese, accordi commerciali. Mussolini faceva di tutto – anche un trattato con i francesi, preoccupati quanto lui – perché non passasse una qualsiasi forma di pangermanesimo, un’estensione della Germania sulla Mitteleuropa. Poi, si piegò a Hitler.
Mentre finiva la Prima guerra, in Ungheria (e Austria) si discusse a lungo di un’unione doganale con la Germania – l’idea di mettere assieme centoventi milioni di persone e costituire così una potenza invincibile era molto allettante. Alla Germania interessava l’accesso verso l’Asia minore, la Turchia, e i Balcani; l’Ungheria poteva trarre vantaggio da tutti i sistemi di modernizzazione dell’industria e dell’agricoltura tedesca. I più favorevoli erano i grandi latifondisti ungheresi, i finanzieri, gli speculatori, che speravano così di fermare il movimento sociale e nazionale che li attaccava. C’erano, insomma, grandi complicazioni economiche – i dazi, le tariffe, l’export che si sarebbe sovrapposto tra le industrie nazionali – ma una necessità politica urgente.
Ma dovevano aver fatto male i conti, i grandi latifondisti ungheresi: dalla Germania venne vento di rivolta, verso tutta la Mitteleuropa. Tutto era iniziato verso la fine del ’18, quando ormai la Germania aveva compreso di aver perduto la guerra ma i comandi militari ciecamente volevano continuare a combattere. Solo che i marinai non ci sentivano più da quell’orecchio. E così si rivoltarono. La rivolta di Kiel si diffuse a tutta la Germania, arrivò a Berlino. Ovunque nascevano Consigli degli operai e dei marinai, ovunque manifestazioni popolari – a Berlino manifestarono per più giorni di seguito in cinquecentomila – chiedevano la fine della guerra e la fine della monarchia. Chiedevano una Repubblica. La Russia aveva dimostrato che si poteva fare.
È così che nasce la rivolta spartachista. A novembre 1918, dopo che il Kaiser è scappato in Olanda (dev’essere un vizio dei reali, questo di fuggire quando l’aria si fa calda), sono i socialdemocratici gli unici che sembrano in grado di tenere assieme la Germania, di tenere buoni operai e marinai. Così, Ebert, il capo socialdemocratico dichiara: «Il vecchio e il marcio, la monarchia è crollata. Viva il nuovo. Viva la repubblica tedesca!». Neanche un paio d’ore e Karl Liebknecht, capo della Lega Spartachista insieme a Rosa Luxemburg, al Giardino zoologico di Berlino davanti a una gran folla radunata, dichiara: «Il dominio del capitalismo, che ha trasformato l’Europa in un campo di cadaveri, è spezzato. Compagni, io proclamo la libera Repubblica socialista di Germania».
E così, dopo un Impero, nella stessa Germania, ci saranno due repubbliche, una socialdemocratica e una comunista. E sarà quella socialdemocratica a ammazzare – letteralmente, Liebknecht e la Luxemburg verranno rapiti e uccisi dai Freikorps, ex-soldati “sciolti” mobilitati da Ebert – quella comunista.
Dura un pugno di giorni la Repubblica spartachista, dal 4 al 15 gennaio del 1919. Non molto di più dureranno le rivolte a Brema e Monaco, solo il mese di maggio, e le rispettive Repubbliche. Sempre stroncate, militarmente, dai socialdemocratici. Solo che ormai la rivolta si va estendendo alla Mitteleuropa. Dalla Germania all’Ungheria non arriva pace sociale, come speravano i latifondisti, ma lotta di classe.
In Ungheria sarà Béla Kun, il comunista un po’ eretico, quello che con Terracini e Zinoviev e altri formeranno il gruppo convinto che l’offensiva rivoluzionaria vada portata avanti con tutti i mezzi, e che Lenin guarderà sempre con sospetto, a guidare la rivolta, a proclamare la Repubblica dei Consigli. Durerà poco anche questa – e i sovietici, che hanno già una guerra civile da fronteggiare contro i bianchi, non ce la faranno a dare agli ungheresi una mano, impantanati dai polacchi, che li fermano; nel 1956, invece, i carri russi arriveranno, ma stavolta a stroncarla, la rivolta – dal 21 marzo ai primi di agosto.
Se una Mitteleuropa c’è stata, è stata quella delle rivoluzioni di quel periodo, in cui parlare tedesco non era più segno e timore del pangermanesimo, ma lingua franca e libera di rivoluzionari. È curioso che le due rivolte più importanti, quella tedesca e quella ungherese, siano state guidate da due comunisti eretici. E ebrei. Era questa d’altronde l’unica Mitteleuropa reale, quella che si richiamava alla grande cultura ebraica – in Germania, Austria, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, senza contare la Russia, quella che da sempre sopravviveva ai pogrom contro gli shletl –, alla rivolta contro il Faraone, all’Esodo. La Luxemburg aveva scritto anche articoli di scetticismo verso Lenin e l’autoritarismo che si stava imprimendo alla rivoluzione russa; e lo stesso era per Béla Kun, che Lenin irrideva apertamente per quella sua smania di rivoluzione – les bêtises de Kun, dirà un giorno, le idiozie di Kun – e quel suo gruppettarismo – li chiamava “i Kuneristi”, i vari Terracini e Zinoviev. Persero entrambi, certo. Chissà come sarebbe stato il socialismo reale, se invece avessero vinto loro, dalla Germania all’Ungheria, gli eretici, gli ebrei rivoluzionari. Chissà come sarebbe stata l’Europa.
Ma nella Mitteleuropa si poteva essere ebrei senza per questo essere necessariamente rivoluzionari. Ogni volta che passava da Vienna Franz Kafka andava allo stadio a veder giocare l’Hakoah, la squadra tutta ebraica con la maglia a strisce bianche e blu e la stella gialla sul petto. Erano a migliaia, gli ebrei sugli spalti. A vedere giocare tra i più forti d’Austria. Tra loro, militava quel Bela Guttmann, ebreo di Budapest, che si salverà dai campi di sterminio, e porterà in giro per il mondo il 4-2-4, il Grande Modulo Magiaro. Lo porterà, da allenatore, anche in Italia, al Milan, e in Portogallo, al Benfica, con cui vincerà due Coppe dei Campioni, e poi in Brasile, al San Paolo, e poi in Uruguay al Peñarol. Un caratteraccio, Guttmann, e sempre attento agli ingaggi – litigò al Milan, litigò al Benfica, litigò al Peñarol, altro che Mourinho. Quando i nazisti si prenderanno l’Austria, con l’Anschluss, quel campo di calcio diventerà il primo internamento per gli ebrei.
E sarà su un campo di calcio che Germania e Ungheria incroceranno di nuovo le loro storie. 1954, campionati del mondo in Svizzera, quelli in cui gli svizzeri – gli svizzeri – ci mandarono presto a casa con un sonoro 4 a 1. L’Ungheria era considerata la grande favorita per la vittoria finale; la chiamavano la “squadra d’oro” dato che aveva imposto negli ultimi anni una netta superiorità tecnica e tattica. Aveva vinto l’oro olimpico nel 1952, la Coppa Internazionale 1948-1953 e, nello stesso anno, aveva espugnato Wembley battendo l’Inghilterra 6-3, diventando la prima squadra non britannica a battere gli inglesi in casa loro. La squadra d’oro era imbattuta da quattro anni e ventotto gare. Dei tedeschi si sapeva poco – nel 1950 la Fifa non li aveva fatti neppure partecipare ai campionati del mondo, perché la guerra era ancora troppo vicina –, ma non erano considerati certo uno squadrone. Finale. Dopo otto minuti stanno 2 a 0. Per l’Ungheria. Avevano segnato Puskás e Czibor. Sembrava fatta. Ma coi tedeschi non è mai fatta. Tennero duro tutto il primo tempo. Quando tornarono in campo per il secondo tempo, sembravano indemoniati. Pareggiarono, e poi a pochi minuti dal termine segnarono il 3 a 2 definitivo. I tedeschi erano campioni del mondo. Si discusse a lungo – se ne discute ancora oggi – di quella prestazione tedesca. Di certo, poco dopo la finale una misteriosa infezione itterica colpì diversi calciatori tedeschi. Si parlò di doping, ma ormai quella partita era “il miracolo di Berna” e era diventato motivo di orgoglio e riscatto per un’intera – no, per la verità, metà, che l’altra metà era sotto il tallone sovietico – nazione, dopo la sconfitta militare. Il governo comunista ungherese accusò l’occidente capitalistico di complotto. All’Ungheria restò il record, tuttora imbattuto nonostante si giocarono solo cinque partite contro le sette di adesso, di reti segnate in una singola edizione: ben 27. Era proprio una squadra d’oro.
Germania e Ungheria sono di nuovo ai ferri corti. Giocassero a calcio forse non ci sarebbe partita oggi, che la Germania è davvero uno squadrone. Però, hai visto mai.
E forse è meglio pensare a un confronto di questo genere, che a quelli che la storia ci ha consegnato.

Nicotera, 3 settembre 2015

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Oddio, la Merkel mi è diventata buona.

angela-merkel.jpgDeutschland, Deutschland, si grida di nuovo nel cuore dell’Europa. Ma stavolta non tremano i polsi, stavolta quell’urlo non incute paura, stavolta – come un tempo, quando la Germania era faro della civiltà europea, la luce nel buio – battono i cuori. Sono voci siriane a gridarlo, alla stazione Keleti, Budapest. Il mondo è davvero in fuga, in cammino. Le voci sono dei profughi che la Merkel ha deciso di accogliere, rompendo le regole di Dublino. Unilateralmente.
L’Ungheria non li vuole, l’Ungheria ha costruito un muro lungo chilometri con piloni d’acciaio e filo spinato e ha messo i soldati di sentinella. Il ministro della Difesa ha precisato: «I militari non avranno però ordine di aprire il fuoco per mandare via la gente». Ah, bè, grazie tante. L’Ungheria, quando li prende, li mette in vagoni blindati e li porta verso centri di raccolta, poi verso l’Austria, o almeno fino a poco tempo fa li mandava verso l’Austria. L’Ungheria li tiene nei piazzali davanti la stazione, poi li caccia dalla stazione, sparando anche i lacrimogeni, poi chiude la stazione per non farli partire. Ieri, il vicepremier ungherese Janos Lazar, intervenendo in Parlamento, ha incolpato la cancelliera tedesca Angela Merkel – non è stato il solo a gridarle contro, anche i neonazi tedeschi – del caos e dei disordini avvenuti alla stazione. «Non penso che l’Ungheria abbia bisogno di un singolo immigrato proveniente dall’Africa o dal Medio Oriente», ha detto Lazar. Io penso che la Merkel possa indossare con orgoglio l’accusa di Lazar.
Il Regolamento di Dublino è il documento principale adottato dall’Unione in tema di diritto d’asilo, e è stato sottoscritto anche da paesi non membri, come la Svizzera. Il regolamento impedisce di presentare una domanda di asilo in più di uno Stato membro, e prevede che la domanda venga esaminata dallo Stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione. Ieri, la Commissione europea ha criticato l’Italia per non rispettare le procedure – sembra che ci siano discrepanze forti tra i numeri che vengono dichiarati e quelli reali. La Commissione sospetta che noi italiani non si facciano le procedure secondo le regole – i processi di identificazione, le impronte digitali – perché così i profughi proseguono e quando arrivano in Germania o altrove sarà quello il paese in cui la loro richiesta verrà esaminata e non l’Italia. Anche perché per esaminare una richiesta d’asilo ci vuole tempo, tanto tempo – qui da noi passano almeno diciotto mesi – e qualcuno ti dovrà pure dare da mangiare e poi un giorno le cose precipitano e succede spesso che le persone vengano rimpatriate senza che tu abbia potuto dimostrare davvero che vieni da un territorio di guerra, dove non è proprio possibile essere rimpatriato.
Rispettare il Regolamento di Dublino significherebbe mettere ancora tempo in mezzo. Per la Merkel, evidentemente, qualsiasi tempo è ormai troppo. I siriani identificati ai confini tedeschi non saranno respinti nei paesi europei dove sono arrivati inizialmente come prevede invece il Regolamento. In qualunque Stato d’Europa siano arrivati, la Grecia, l’Italia, la Germania li accoglierà. Non saranno respinti verso l’Ungheria. E chi avrebbe cuore di rimandarli in Ungheria? D’altronde, stanno arrivando in massa, dall’Austria, dalla Baviera. Il Medio oriente si sposta verso il centro dell’Europa, come l’Africa si sta spostando verso il sud dell’Europa. Sono movimenti tettonici, è un nuovo big bang dell’umanità. Deutschland, Deutschland, si sono messi a gridare i siriani alla stazione Keleti, la Merkel ha aperto loro le braccia. Fateci andare.
Dopo avere sospeso unilateralmente il Regolamento di Dublino, la Merkel ha spronato gli europei a fare di più. E ha tuonato contro chi vuole rivedere il trattato di Schengen.
Il ministro degli Interni britannico, Theresa May ha scritto una lettera al «Sunday Times» per dire che non è ammissibile che cittadini europei arrivino in Gran Bretagna senza lavoro e se la godano, profittando del loro sistema di welfare. Chissà cosa ne sarà rimasto di questo welfare inglese che prima la Thatcher e poi Blair hanno smantellato. Londra è piena di ragazzi italiani, greci, spagnoli, sloveni che fanno i camerieri o le pulizie per un minimum wage. Che è come i mini job tedeschi. Le Grandi Riforme di Schroeder e Blair sono queste qua: ti spezzi la schiena, ti diamo quattro lire. La signora May vuole rimandarli tutti a casa, quelli che non hanno un lavoro fisso. Come se fosse possibile avere un lavoro fisso e non dovessi continuare a fare due, tre lavoretti – a minimum wage – per riuscire a tirare avanti. La signora May è quella che non sa come gestire la crisi di Calais. Ogni giorno si scopre un modo – dentro le valige, dentro i cofani del motore, sotto i sedili delle auto – per passare nell’Eurotunnel, e lei ha deciso di mandare i cani per affiancare i bobbies, dopo aver scritto un’altra lettera insieme al suo collega francese Bernard Cazeneuve per dire ai migranti che «Our streets are not paved with gold», le nostre strade non sono lastricate d’oro.
Anche il ministro dell’Interno austriaco, Johanna Mikl-Leitner, ha chiesto alla Germania di chiarire la sua posizione su Dublino. E anche l’Austria ha deciso di rinforzare i confini per non far accedere i profughi. Intanto, mentre in Ungheria hanno praticamente finito a tempo di record il muro di filo spinato, in Bulgaria lo stanno completando – avevano iniziato alla fine del 2013. «La maggior parte dei migranti che affluisce verso la Bulgaria – ha detto il ministro dell’Interno Rumiana Bachvarova – arriva dalla Turchia e per questo stiamo completando la costruzione di una barriera di protezione al confine, come tra Ungheria e Serbia». L’Ungheria fa scuola in Europa, a quanto pare.
Non si può lasciare sola l’Italia, ha detto più volte la Merkel negli ultimi tempi. Forse, stavolta, è lei che non dobbiamo lasciare da sola. L’orrore della guerra, della divisione della patria, dei muri spinati, del totalitarismo, è una cosa che la Merkel deve portare dentro come segno. Ci siamo talmente abituati a mostrare la spaccatura tra il nord e il sud dell’Europa intorno la gestione della crisi economica, del rigore e dell’austerità e della mancanza di crescita, intorno la questione dell’immigrazione vista da sud, dal Mediterraneo, che non abbiamo guardato bene quello che accadeva a est, alla “nuova Europa” come la chiamava Donald Rumsfeld, lo stratega di George W. Bush, che vedeva nei nuovi membri della Ue, quelli che un tempo erano sotto il tallone sovietico, i più fedeli alleati atlantici, mentre la “vecchia Europa” storceva il naso a ogni nuova guerra americana.
Prima tutti i paesi baltici, e poi Bulgaria, Ungheria, Polonia, Slovacchia, sembrano volersi “autonomizzare”, o stare dentro l’Unione a proprio uso e misura. Come fossero la Gran Bretagna, come se avessero la guida a destra o sui loro palazzi sventolasse la Union Jack. L’Europa si è allargata forzosamente, e le vecchie “regole” – Schengen, Dublino, Lisbona, l’euro – sembrano non tenere più.
Solo la Merkel tiene. Sfidando apertamente i populismi dell’Est, quelli della “nuova Europa”, quelli della “vecchia”, e quelli di casa propria. Si può essere d’accordo o no – e spesso non piace la sua testarda ostinazione sul rigore dei bilanci – ma la Merkel sulla questione dell’immigrazione, la più grande sfida sociale che l’Europa abbia mai affrontato, e la “questione sociale” è il collante che ha messo insieme l’Europa del dopoguerra, sta mostrando una levatura da grande statista europeo. Forse l’unico. Se la Merkel mostrerà tutto il suo coraggio politico, la Germania non può che essere europea, come diceva Thomas Mann.
Deutschland, Deutschland, si grida di nuovo nel cuore dell’Europa. È bello sapere che siano voci siriane a gridarlo.

Nicotera, 1 settembre 2015

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