E sul cadavere di Wilma si buttò la politica.

wilma_montesiFurono i comunisti a buttarla in politica, anche se all’inizio della cosa erano andati cauti. Scrisse Pietro Ingrao, che allora ne era il direttore, su «l’Unità» del 7 febbraio 1954 – era passato un anno dal ritrovamento del corpo di Wilma Montesi sul litorale di Torvaianica: «Collegate all’affare Montesi, in una successione drammatica, sono venute le rivelazioni, o almeno le denunce, circa un torbido settore di affari equivoci, di traffici di droga, di corruzione, che sconfinava nel mondo politico ufficiale. E il caso giudiziario si è mutato in una seria “questione morale”. È vano che il partito dominante protesti».
Era nata la “questione morale”. Il «torbido settore» del potere politico, democristiano allora ma si poté declinare di volta in volta, contro cui si specchiava la fulgida purezza dei comunisti, del partito dalle mani callose e operose. Ce la tireremo dietro per cinquant’anni, o poco più.
Solo che allora era una questione montata a arte. Qualche anno fa, in un’intervista al «Riformista», parlando di quella vicenda Ingrao ricordò: «Ci gettammo come lupi su questo giallo. C’era il gusto di scoprire e montare gli scandali, accusando la Dc non solo sul terreno schietto dell’azione politica, ma su quello della corruzione che dal potere veniva nella vicenda politica italiana. Le prime notizie, le prime spiate sugli ambienti di Capocotta dove si erano svolti i fatti e quindi la spinta a occuparci del caso vennero da Amintore Fanfani e dai fanfaniani. Furono loro a metterci sulla pista, spingendoci a “seguire bene” la cosa. E noi trovammo appoggio negli ambienti del ministero degli Interni, di cui Fanfani era titolare, dove c’era un segugio che ci passava informazioni».
Bisogna partire dall’inizio, per capire come stavano le cose. E l’inizio è la legge elettorale, fortissimamente voluta da Alcide De Gasperi, che modificava il sistema proporzionale puro del quale la Repubblica si era dotata al momento della sua proclamazione e con cui peraltro era stata eletta l’Assemblea costituente: la legge introduceva un premio di maggioranza che consisteva nell’assegnazione del 65 percento dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato la metà dei voti validi (per il Senato, su base regionale, esisteva un proporzionale con correttivi). De Gasperi forzò la mano, anche al suo stesso partito e a quelli che sostenevano il suo governo: ponendo la fiducia in una domenica delle Palme fece approvare la “sua” legge, sì da fare in tempo, pubblicandola subito sulla «Gazzetta Ufficiale», per le elezioni previste per giugno. Si sentiva sicuro, i numeri stavano dalla sua parte: carte alla mano, stando alle ultime elezioni, con gli alleati, la Dc poteva tranquillamente raggiungere il sessanta percento dei voti. Scontate le opposizioni di socialisti e comunisti, il “golpe” degasperiano in nome della governabilità creò fortissimi malumori tra gli stessi democristiani, i repubblicani, i liberali. Alcuni di questi malumori presero forma, vennero alla luce e si tramutarono in formazioni politiche – per dire, Ferruccio Parri uscì dal Partito repubblicano e con Calamandrei e Codignola, socialdemocratici, costituì Unità popolare – e in una aperta campagna politica contro la legge; altri si trasformarono in trame nell’ombra: troppo, il potere assoluto che si concentrava nelle mani di un solo uomo. Era proprio il rovesciamento di tutto l’equilibrio e la diffusione dei poteri che aveva animato la Costituente.
Alle elezioni di giugno, De Gasperi non ce la fece per un soffio, una manciata di voti: l’alleanza di partiti governativi arrivò al 49,8 percento, e la “legge truffa” non servì a dargli quella stabilità di governo che il vecchio democristiano si auspicava. I “cavalli di razza” della scuderia democristiana non avevano fatto la corsa giusta: la Dc perse una marea di voti, l’otto percento, soprattutto nel Sud (tennero invece, e in modo strabordante, le roccaforti della Lombardia e del Veneto), in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Puglia. De Gasperi era politicamente arrivato al capolinea. Si apriva la gara per chi dovesse succedergli, e i contendenti erano davvero tanti. Tra questi, certo, il terribile toscano: Amintore Fanfani. Che piaceva ai comunisti. Veniva dalla comunità del Porcellino, Dossetti, La Pira, quella gente là. Però, mettiamo le cose in fila con ordine.
Wilma Montesi era una giovane romana di appena ventun anni, di modeste e decorose origini, il padre era un falegname. Una bella ragazza, alta, bruna, prosperosa, semplice, con un po’ di fervida immaginazione – aspirava al mondo del cinema, dove aveva già coperto qualche comparsata a Cinecittà – e qualche insoddisfazione: era fidanzata con un poliziotto di stanza a Potenza, geloso come lo erano gli uomini di allora, ma con cui erano programmate le nozze per Natale. Era scomparsa da casa il 9 aprile, uscendo alle 17.30 per una passeggiata, così disse la portiera dello stabile dove la famiglia abitava. Poi, aveva preso il trenino per Ostia, anche se non l’aveva detto a nessuno. Poi, due giorni dopo, il suo corpo era stato ritrovato, con la testa immersa nell’acqua, sulla spiaggia di Torvaianica: non aveva le scarpe, la gonna, le calze, il reggicalze. Ma era illibata, come stabilì subito l’autopsia – al funerale sarà vestita con un abito bianco, perché tutti sapessero che la ragazza era morta vergine. E qui comincia il pasticcio.
Il pasticcio prende corpo nella persona del questore di Roma, Ennio Polito, che il 16 aprile, in conferenza-stampa, dichiara chiuso il caso: Wilma era morta per una disgrazia, probabilmente in seguito a un malore che l’aveva colta mentre faceva un pediluvio, nel tardo pomeriggio del 9 aprile, sulla spiaggia di Ostia, per curarsi l’arrossamento di un calcagno. Svenuta e annegata in quel posto deserto, le correnti avevano trasportato il suo corpo a Torvaianica. Secondo il questore, questa ricostruzione del fatto spiegava anche perché il cadavere fosse stato trovato privo di alcuni indumenti intimi. Ora, la natura, il destino, gli uomini possono giocare brutti scherzi, ma viene davvero difficile immaginare che si possa morire per un pediluvio.
La fretta della polizia di chiudere il caso e la risibilità della motivazione fa sentire puzza di bruciato lontano un miglio. Ma nonostante girino voci nelle redazioni dei giornali, nessuno pubblica niente. Non c’è niente di concreto in mano e nessuno va oltre il sarcasmo e qualche interrogativo. È a ottobre, dopo le elezioni di giugno, la sconfitta politica della “legge truffa” e il notevole arretramento di voti per la Dc, e dopo che è cominciata la notte dei lunghi coltelli democristiani per chiudere “l’era De Gasperi” che inizia l’inferno. Apre un settimanale scandalistico che racconta di due testimonianze di ragazze – benché depositate in tribunale, entrambe ignorate – che conoscevano Wilma per la frequentazione comune di Cinecittà e che, come lei, erano finite in un giro di potenti e viziosi che gravitavano intorno la tenuta di caccia di Capocotta, che sta proprio vicino dove il corpo della ragazza è stato ritrovato. È qui che Giancarlo Pajetta, mitico dirigente comunista, conia il termine “capocottari”. I capocottari sono nemici del popolo, potenti che vivono nel lusso e nella lussuria, mentre la gente s’affama, e violano le ragazze di buona famiglia, protetti dal sistema delle connivenze. L’immagine è semplicistica e a tinte fosche, però funziona. Ora non viene da crederlo, ma “a quel tempo” le testate erano davvero tante, godevano di buona salute, uscivano la mattina e la sera, insomma la gente li leggeva, i giornali. E li prendeva sul serio. La storia comincia a appassionare, non è difficile identificarsi nella povera Wilma, vittima di sadici carnefici che hanno abusato di lei e poi l’hanno abbandonata squallidamente su una spiaggia.
È una guerra senza esclusioni di colpi, tra polizia che insabbia e carabinieri che forniscono prove, giornalisti che strillano titoli sensazionali e poi se li rimangiano, procuratori che chiudono il caso e altri che lo riaprono, innocentisti e colpevolisti. Il caso Montesi è il primo grande scandalo del dopoguerra, la prima cronaca nera che si tinge subito della politica del Palazzo, la prima vicenda che coinvolge e divide emotivamente l’Italia – e per la sorte di Wilma e per la rabbia contro le “forze oscure” – in un modo incredibile. È il primo caso in cui la forza dell’opinione pubblica e quella dei giornali si intrecciano in una maniera che non accadde più. C’è un aneddoto che può far capire: letto su un quotidiano che era stato spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, uno dei protagonisti della vicenda si presenta spontaneamente a Regina Coeli accompagnato dall’avvocato; il maresciallo capoguardia però non lo accetta, a lui non risulta alcun avviso dalla Procura; allora, gli viene mostrato il giornale dove campeggia in prima pagina la notizia: il capoguardia si arrende all’evidenza e lo fa entrare in carcere.
Appaiono personaggi come caratteri ritagliati apposta per questa vicenda: il proprietario della tenuta di caccia di Capocotta, il conte Montagna, era una spia dell’Ovra, il servizio segreto fascista, e lavorò anche per i nazisti, e si dice che da questo sporco mestiere sia venuta la sua fortuna milionaria. Una delle ragazze, Anna Maria Moneta Caglio, che conoscevano Wilma per la comune frequentazione di Cinecittà e che si fa avanti come testimone è di un antico lignaggio lombardo, una donna fine e elegante, e viene subito soprannominata “il cigno nero” per il suo lungo collo e la carnagione bruna ma anche perché “fuori razza”. È stata lei che presa dai sensi di colpa ha scritto un memoriale, che poi ha consegnato al suo confessore, che poi l’ha dato a un padre gesuita che poi l’ha girato, sue proprie mani, a Fanfani. L’Italia funziona ancora così. L’avvocato che difende uno dei giornalisti messi sotto torchio dalla Procura per presunte rivelazioni è famosissimo ma soprattutto un comunista duro e puro, si chiama Giuseppe Sotgiu: capita che due cronisti di una testata romana che sta in difficoltà e cerca scandali per rilanciarsi vengano mandati in appostamento, con un paparazzo, presso una casa dove giovani donne esercitano l’antico mestiere e lo beccano con la moglie, che lui accompagna perché goda di accoppiamenti con giovani uomini, cui egli stesso assiste. È un colpo duro, un boomerang per la “questione morale” dei comunisti e la loro alterità.
Tra i nomi dei capocottari, comincia a filtrare quello di Piero Piccioni. Piero Piccioni è un musicista jazz di vaglio, che tra l’altro compone musiche per il cinema, fidanzato di una gran diva di allora, Alida Valli, ma soprattutto è figlio di Attilio Piccioni, ministro e vecchio notabile democristiano e tra i più papabili a raccogliere l’eredità di De Gasperi. Piero Piccioni ha un alibi di ferro – quei giorni in cui Wilma scompare era a casa di Alida Valli – ma la cosa sembra non interessare nessuno. Lo scandalo monta e travolge il padre, che si dimette. De Gasperi, dopo il voto di giugno, aveva tentato di dar vita a un nuovo governo che non incontrò la fiducia del Parlamento. La guida del governo venne affidata a Giuseppe Pella con un monocolore democristiano. Nel luglio 1954 De Gasperi lasciava anche la Segreteria politica della Dc, subito assunta da Amintore Fanfani, che aveva adesso la strada spianata. Di lì a poco, il 19 agosto, il grande politico trentino moriva. La “legge truffa” era stata abrogata il 31 luglio 1954.
Piccioni e Montagna e anche il questore di Roma, Polito, ormai in pensione, finiscono a processo nel 1957, ma sono assolti tutti con formula piena. Ancora oggi, nessuno sa come sia davvero morta Wilma Montesi. A parte il pediluvio, dico.

Nicotera, 5 maggio 2016
pubblicato su «il dubbio», quotidiano, del 7 maggio 2016

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Trump pigliatutto. E i repubblicani puntano su Hillary.

Le cose, dopo le primarie in Indiana, dovrebbero essere semplici a spiegare. I numeri stanno lì apposta.
In casa repubblicana, Trump ha vinto con il 53 percento dei voti, Cruz si è fermato al 36,7 e Kasich ha racimolato il 7,5. Trump adesso ha 916 delegati e, dopo il ritiro di Cruz, la meta fissata a 1.237 non appare così lontana; in corsa è rimasto solo Kasich, con un improbabile “raccolto” di 151 delegati; anche sommando, con una evidente forzatura, i 502 di Cruz e i 171 di Rubio e i pochini racimolati da Jeb Bush, la corsa di Kasich sembra giunta al capolinea. Arrivare a Cleveland, dove si terrà la Convention repubblicana per designare il candidato del Partito, con una situazione di stallo – tanto da dover delegare tutto al gioco di lobbysti e maggiorenti, che era poi l’aspettativa di chi non ha mai digerito The Donald, considerandolo anzi un vero e proprio danno per la stessa storia del Grand Old Party – appare quasi impossibile. La partita dovrebbe essere chiusa in campo repubblicano. Ma.
In casa democratica, Hillary Clinton non ha vinto in Indiana, e Bernie Sanders ha interrotto la serie negativa dopo New York. Però, HC ha 1.615 delegati, a cui devono aggiungersi 520 superdelegati, che sono presidente, vicepresidente e i membri del Senato e della Camera, e arriva così a 2.165, non molto lontano dalla meta dei 2.383 delegati per essere nominata candidata democratica. Lo zio Bernie ha adesso 1.357 rappresentanti, compresi 39 superdelegati. La partita dovrebbe essere chiusa anche in campo democratico – al di là del fatto che BS non sembra avere alcuna intenzione di mollare e insiste per considerare possibile la sua battaglia fino alle primarie decisive della California, il 9 giugno (nel frattempo si voterà anche il 10 e il 17 maggio, in altri quattro Stati). Ma.
Hillary in Indiana non s’è spesa molto. Lo considerava uno Stato perso: pochi afroamericani, poche minoranze, troppi bianchi – e questo tipo di elettorato, maschio, bianco, tra i venticinque e i quarant’anni, ha sinora premiato Sanders e i suoi argomenti in campagna elettorale, più attenti alle questioni del lavoro, della sperequazione salariale, della produzione, della distribuzione della ricchezza, dello strapotere della finanza, insomma quelle cose che lo fanno dipingere come un “socialista”, etichetta che lui stesso non disdegna, anzi. La “voce sociale” dell’America sembra aver trovato in zio Bernie il suo portavoce. Solo che in questa “voce sociale” mancano i neri, gli ispanici, i sindacati e il partito.
È curioso che questa campagna elettorale presidenziale americana sia segnata dalla presenza di due contendenti, benché in campo avverso, che erano partiti entrambi come outsider – nonostante il proprio partito, verrebbe da dire: Sanders e Trump. Solo che Trump è riuscito, con la sua scostumatezza e con la sua aggressività, a raggiungere la pancia dell’elettorato repubblicano, che ora vive come un complotto dei vertici ogni manovra che tenda a insidiare il primato di Donald – e chissà come reagirebbe a un “colpo di mano” alla Convention di Cleveland. Sanders, invece, è rimasto un contendente duro, ostinato ma le sue chances, benché nel corso della campagna siano cresciute sensibilmente, non sono tali da ribaltare le previsioni. Continuerà, certo, a battersi, mettendo peraltro in difficoltà la Clinton, che non può dedicarsi, e con lei il partito, a fronteggiare Trump fino in fondo. Non solo: sinora, la contesa tra i due sembrava di schermaglie, e Hillary dopo New York dove ha stravinto ha anche fatto delle aperture di credito verso Bernie, che si è sdegnosamente girato dall’altro lato, e ora si combatte all’arma bianca.
C’è una grande incognita in tutto questo ambaradam, e è il voto delle donne. In campo repubblicano, le sparate di Trump contro questa o quella giornalista, improntate a un becero maschilismo, hanno creato il deserto nel voto delle donne dell’Elefante. In questi giorni, in campo repubblicano gira un hashtag, dove la voce delle donne è maggioritaria che dice: #NeverTrump. Ricorda molto – cambiano i mezzi e gli strumenti – la campagna democratica web contro “W” Bush: Anybody but Bush, solo che è dentro le proprie fila. Mai votare per Trump, può significare prendere in considerazione due possibilità: o non votare il candidato del proprio partito e astenersi, o votare per l’avversario, e l’avversario in questo caso sarà Hillary. Le donne repubblicane potrebbero votare per Hillary. La cosa curiosa è che in campo democratico cresce la diffidenza femminile verso la Clinton.
A marzo, per i tipi della Zambon, è uscito un libro di Diana Johnstone, Hillary Clinton, Regina del caos, che le fa il contropelo, a partire proprio dallo smontare la retorica della “prima donna presidente degli Stati uniti”. Ne metto qui – magari ci torneremo – un cenno: «Abbiamo davvero bisogno di “dimostrare” che una donna può essere presidente? Se le donne possono essere wrestler, cosa per la quale non sono chiaramente qualificate per natura, è evidente che una donna può essere presidente. Dimostrare questa realtà piuttosto ovvia non è la più cruciale delle questioni in gioco nelle prossime elezioni presidenziali Usa. Vi è un’altra piccola questione: se portare o meno il paese in guerra con una grande potenza nucleare. Evitare la terza guerra mondiale è in qualche modo più urgente che “dimostrare” che una donna può essere presidente degli Stati Uniti».
Questa cosa qui, scritta da una donna che ha una specchiata storia personale e familiare in campo democratico, sembra rovesciare la sprezzante ironia di Trump, che ultimamente si rivolge alla Clinton dicendo: «Se non fosse donna, prenderebbe solo il 5 percento». Qui si dice, in campo democratico, che il fatto d’esser donna non può bastare per giudicare quella che aspira a governare la più grande potenza del mondo.
Le cose insomma, anche dopo le primarie in Indiana, non sono così semplici come i numeri dovrebbero dimostrare.

Nicotera, 4 maggio 2016
pubblicato su «il dubbio», quotidiano
foto da salon

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