Una radicale per Hillary Clinton e contro le banche

Elizabeth-WarrenLei da qualche giorno è scesa in campo così: «@realDonaldTrump: Your policies are dangerous. Your words are reckless. Your record is embarrassing. And your free ride is over». E cioè: @DonaldTrumpcom’èperdavvero: La tua politica è pericolosa, le tue parole sono sconsiderate, il tuo stato di servizio è imbarazzante. E il tuo giro gratis è finito. E ancora: «@realDonaldTrump: When a woman stands up to you, you’re going to call her a basket case. Hormonal. Ugly / Se una donna ti fronteggia, quello che riesci a dire è che sia un caso disperato. Sei ormonico. Brutto». Questo è il biglietto da visita di Elisabeth Warren, senatore del Massachusetts. Una che non le manda a dire.
Una che s’è fatta proprio tutta da sé. Nata nel 1949 a Oklahoma City in una famiglia proletaria – il padre era un custode e alla sua morte la madre si mise a lavorare al catalogo della catena di distribuzione Sears – a 13 anni serviva ai tavoli del ristorante di uno zio, ma si fece subito notare a scuola per la serietà e l’abilità nei dibattiti e nei confronti fra studenti. Sposata giovanissima con il compagno del liceo, lo seguì mentre lui iniziava la sua carriera di ingegnere per la Nasa e scodellando due figli intanto che si laureava una prima e una seconda volta. Sentiva la vocazione per fare l’insegnante, ma ha finito per essere professore in diverse università americane prima di prendere la cattedra a Harvard e diventare la più citata tra i professori di legge degli Stati uniti. I suoi campi: la bancarotta, le leggi commerciali, la protezione degli investimenti della middle-class, i prestiti agli studenti, per dire. Assume sempre più una veste pubblica, strappa nel suo stato il seggio al Senato ai Repubblicani restituendolo storicamente ai Democratici (quella è terra dei Kennedy), scrive numerosi libri, e quando scoppia la bolla finanziaria del 2007 appare spesso nei dibattiti televisivi, diventa lo spauracchio di Wall Street e “la ragazza del cuore” del movimento Occupy, finendo col coprire anche un ruolo importante nell’amministrazione del presidente Obama. C’è tutta la sua spinta nella creazione del Consumer Financial Protection Bureau, un’agenzia governativa indipendente destinata alla protezione del consumatore nel settore finanziario.
All’inizio c’è stata un po’ di sorpresa per l’iperattivismo su twitter del senatore Warrren. Che poi, sparare a palle incatenate contro Trump non è che sia proprio la più complicata delle imprese, di materia ce n’è a ufo. Trump, neanche a dirlo, l’ha presa male, e ha risposto da par suo, con uno dei suoi nomignoli di rustico conio – goofy, l’ha chiamata, come a dire sciocchina. Che per una che ha tenuto la cattedra a Harvard non sembra proprio un profilo adeguato. Qualcuno ha detto che forse la Warren ha la coda di paglia, che ha da farsi perdonare il fatto di non essersi mai schierata decisamente – il che poi non è del tutto vero, perché la sua simpatia per Bernie Sanders l’ha espressa presto. L’anno scorso, quando molti dei suoi sostenitori la spingevano a scendere in campo per la nomination democratica e lei si schermiva dicendo che no no, strinse un patto con Sanders a proposito della possibilità di ripristinare, se zio Bernie fosse andato avanti con l’appoggio dei sostenitori della Warren, il Glass-Seagall Act, la legge bancaria che fu firmata nel 1933 dopo la grave crisi finanziaria del 1929, e che fu abolita nel 1999, il gesto madre di tutti gli inguacchi finanziari fino alla crisi della Lehman Brothers. Il Glass-Seagall Act aveva due articoli: il primo garantiva i depositi e preveniva la corsa agli sportelli nel caso di crisi; il secondo era l’introduzione di una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento, in modo da mettere al riparo l’economia reale dalle eventuali crisi cicliche dell’economia finanziaria. Sapete chi abrogò il Glass-Seagall Act, dando inizio alla madre di tutte le porcherie della finanza? Bill Clinton. Ora, non è che le colpe dei mariti debbano ricadere per forza sulle mogli, però. E all’inizio di quest’anno dopo che Obama aveva appoggiato apertamente la Clinton la Warren spese qualche parola per Hillary, ma disse pure: «Bernie’s out talking about the issues that the American people want to hear about. I love what Bernie is talking about. Bernie tira fuori questioni di cui gli americani vogliono sentire parlare. Adoro le cose che dice Bernie».
Un’altra delle voci che corrono a proposito dell’iperattivismo su twitter della Warren è che abbia capito fosse il suo momentum, come dice Trump, per scendere qualche asso e puntare al ticket con la Clinton. Nello staff della Clinton sono diversi che vorrebbero avere dalla propria parte la competenza, l’immagine, il seguito della Warren. Per capirci: nel 2015 un’agenzia di sondaggi che lavora per la NBC e il «Wall Street Journal» fece un focus tra elettori indipendenti e repubblicani sulle possibili opzioni per il 2016. Non c’erano sostenitori di Sanders, perciò, anzi il nome di Sanders non saltò fuori nemmeno una volta. Invece venne fuori e ripetutamente il nome della Warren: il focus non solo la conosceva, ma ne era entusiasta. Mentre buona parte degli aggettivi usati per altri candidati erano bugiardo, falso, a doppia faccia, non sincero, per la Warren le parole erano intelligente, interessante, capace – qualcuno si spinse oltre: «L’ho vista in tv, e sembra una con i piedi per terra e che sa di cosa sta parlando».
E adesso ci si mette anche Joe Biden, il vicepresidente. Lui è il campione del cittadino comune, può commettere qualche gaffe, ma ha un carisma incontestabile. Biden non viene da una famiglia ricca, e in tutti i suoi lunghi anni di “servizio” non si è mai arricchito, non ha mai profittato di una carica per il proprio guadagno — e questa è una cosa che gli riconoscono tutti, amici e avversari. Però, non partecipò alla corsa per la nomination, aveva dovuto affrontare un lutto terribile in famiglia, la morte del figlio Beau per tumore, e questa cosa sembrava averlo davvero provato, si era defilato. Negli ultimi giorni è tornato in vista, e anche se non ha propriamente fatto un endorsement per la Warren come vicepresidente, dal suo staff continuano a filtrare notizie sulle sue possibili scelte. Biden è un Democratico tutto d’un pezzo che si è progressivamente spostato a sinistra e si è convinto che appoggiare la Warren serva a recuperare l’onda sociale contro le banche e la rabbia contro l’establishment che, sinora, si è addensato intorno a Sanders. Eppure, come senatore, nel 2001, aveva sostenuto, come d’altronde la Clinton, la legge sulla bancarotta che la Warren aveva violentemente avversato. Le cose cambiano, certo.
C’è molta perplessità sul fatto che un ticket per presidenza e vicepresidenza tutto femminile sia una buona scelta. Anche se la questione di genere non fosse sottolineata – la Clinton, è vero, fin dall’inizio insiste sul fatto che questa sarebbe l’occasione per mandare per la prima volta una donna alla Casa Bianca, ma nel voto femminile democratico questa opzione non sembra convincente – sarebbe Trump a farne un cavallo di battaglia. Un bene, un male? E chi può dirlo in questa strana campagna presidenziale?

Roma, 16 maggio 2016
pubblicato su “il dubbio” quotidiano del 17 maggio 2016

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Evviva, arrivano gli scrittori: Ligabue, Zalone, Venditti, Al Bano!

salone-libriNon so come la potrà prendere Gramsci – è prevista, in quattro teche speciali, l’esposizione dei manoscritti autografi dei 33 Quaderni dal carcere, con due schermi touch affiancati che permetteranno ai visitatori di sfogliare e ingrandire digitalmente tutte le pagine dei Quaderni – di essere messo spalla a spalla con Checco Zalone. Magari gli piacerebbe, attento com’era, il grande intellettuale, a tutti i fenomeni nazional-popolari, d’altronde è proprio sua la definizione.
Però, se vogliamo parlare del prossimo Salone del libro di Torino – 56ma edizione, dal 12 al 16 maggio – è dalle “novità” che bisogna partire, che tanto gli editori ci sono tutti, ma proprio tutti – pure quelli dell’Incubatore che stampano libri da meno di due anni – e gli scrittori ci stanno tutti, ma proprio tutti, i più radicali e arditi – che so, Erri De Luca, Antonio Moresco, Zerocalcare – e i più convenzionali e moderati – che so Dacia Maraini, Roberto Saviano. E i libri, perciò, ci stanno tutti. Il colpo grosso, il nuovo di zecca del Salone – l’anno scorso ormai dato per spacciato, lacerato com’era sulle nuove nomine e con un debito grosso così – risanato anche per l’ingresso di Intesa Sanpaolo nella Fondazione, oltre che del Miur e del Mibact, cioè dei soldi pubblici, e con altre provvigioni portate da Unicredit, il nuovo di zecca è la sera. Tanto da aver fatto dire al direttore Ernesto Ferrero – uomo in genere per nulla compassato, che ha vinto la sua “guerra” – alla presentazione con il presidente della Fondazione Giovanna Milella, con il sindaco Fassino e con il presidente della Regione Chiamparino, che questo Salone «ci sembra il più ricco, il più scintillante di una lunga storia». Il più scintillante. La sera si accenderanno le luci. Che la festa cominci.
Ora, noi, questa cosa la vogliamo dire subito. A noi le fiere dei libri piacciono. A noi, il mercato dei libri piace. A noi, la compravendita di romanzi e autori, come fossero figurine o quarti di manzo o cespi di lattuga, piace. Ci sono, nel recente La musa di Jonathan Galassi – fine traduttore in inglese di Leopardi, per dire – pagine strepitose sulla Fiera di Francoforte, dove gli editori di tutto il mondo arrivano, quelli più truci e quelli più fini, quelli più volgari e quelli più aristocratici, quelli dei bestseller e quelli di nicchia, e si spintonano, e fanno le facce finte, e cospirano nell’ombra, e commettono le peggio cose, per vendere o comprare nuovi romanzi. Perché, questa è l’editoria, quella mainstream e quella indipendente – il luogo di una battaglia senza quartiere, senza esclusione di colpi, per dare in pasto a noi compulsivi consumatori di un prodotto, il libro, che va scomparendo ma pure no, nuovi autori, nuove meraviglie. Vedete, se c’è un luogo dove vale ancora l’assunto machiavellico – si spera ormai depositato per sempre nella battaglia politica – del “fine che giustifica i mezzi”, ecco, questo luogo è l’editoria. Perché, il fine è un buon libro. E per un buon libro si può commettere qualsiasi cosa, certo. Succede dalla notte dei tempi, peraltro.
Torino non è Francoforte, lo si sa. Torino sembra più una fiera di espositori, non ha neanche l’aura di fango e d’oro del mercato delle vacche. E ce lo sanno, pure gli organizzatori. Bisogna tirarla dentro, questa razza in estinzione del compratore di libri – è dagli anni Novanta che il mercato va sempre più restringendosi, i titoli aumentano, le tirature no. Anzi, siccome il “lettore forte” – che è circa il diciotto per cento del mercato, quello che legge almeno più di un libro l’anno, e che regge sulle proprie spalle tutto l’ambaradam – in realtà è assicurato, il problema è intercettare il lettore occasionale, quello che compra la Tamaro perché va dove lo porta il cuore, che compra Camilleri perché l’ha visto in televisione. E i giovani bisogna accalappiare – invece, coi bambini stiamo a posto, il mercato dei libri per i bambini è l’unico che cresce e che ha il vento con poppa, con quello che costano.
E allora, signori e signori, ecco il coniglio dal cilindro. Biglietto pre-serale a cinque euro e serate scin-til-lan-ti. Ligabue, Checco Zalone, De Gregori, Venditti, Al Bano, oh, pure Al Bano, che discetterà del tema «Dalla Russia con amore. Perché la Puglia è un ponte verso l’Oriente», mitico. Anche gli altri, eh, mica vengono in veste di stelle del rock o che, no no, sono autori. Guccini ormai è un autore affermato, De Gregori non è da meno, e pure Venditti ha pensato fosse giunto il suo turno per produrre una significativa opera letteraria – non so se l’ha titolata Er cuppolone, ma ci starebbe tutto, di sti tempi.
È, insomma, il trionfo del pop. Letterario o meno. D’antan e contemporaneo. È insomma, il principio della notte bianca di Veltroni applicato al Salone del libro di Torino, che poi, proprio lì, a un Lingotto postfordista e postmaterialista ci fece il suo congresso, no?, I care.
Non so se possa interpretarsi in questo senso, come un omaggio, la serata che è stata riservata a Veltroni – ormai scrittore di successo – con Chiara Gamberale e Pippo Baudo. Della Gamberale non so nulla, ma Pippo Baudo è un monumento del nazional-popolare. Col che, torniamo a Gramsci.

Nicotera, 28 aprile 2016
Pubblicato su «il dubbio», quotidiano, del 11 maggio 2016

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