Trump pigliatutto. E i repubblicani puntano su Hillary.

Le cose, dopo le primarie in Indiana, dovrebbero essere semplici a spiegare. I numeri stanno lì apposta.
In casa repubblicana, Trump ha vinto con il 53 percento dei voti, Cruz si è fermato al 36,7 e Kasich ha racimolato il 7,5. Trump adesso ha 916 delegati e, dopo il ritiro di Cruz, la meta fissata a 1.237 non appare così lontana; in corsa è rimasto solo Kasich, con un improbabile “raccolto” di 151 delegati; anche sommando, con una evidente forzatura, i 502 di Cruz e i 171 di Rubio e i pochini racimolati da Jeb Bush, la corsa di Kasich sembra giunta al capolinea. Arrivare a Cleveland, dove si terrà la Convention repubblicana per designare il candidato del Partito, con una situazione di stallo – tanto da dover delegare tutto al gioco di lobbysti e maggiorenti, che era poi l’aspettativa di chi non ha mai digerito The Donald, considerandolo anzi un vero e proprio danno per la stessa storia del Grand Old Party – appare quasi impossibile. La partita dovrebbe essere chiusa in campo repubblicano. Ma.
In casa democratica, Hillary Clinton non ha vinto in Indiana, e Bernie Sanders ha interrotto la serie negativa dopo New York. Però, HC ha 1.615 delegati, a cui devono aggiungersi 520 superdelegati, che sono presidente, vicepresidente e i membri del Senato e della Camera, e arriva così a 2.165, non molto lontano dalla meta dei 2.383 delegati per essere nominata candidata democratica. Lo zio Bernie ha adesso 1.357 rappresentanti, compresi 39 superdelegati. La partita dovrebbe essere chiusa anche in campo democratico – al di là del fatto che BS non sembra avere alcuna intenzione di mollare e insiste per considerare possibile la sua battaglia fino alle primarie decisive della California, il 9 giugno (nel frattempo si voterà anche il 10 e il 17 maggio, in altri quattro Stati). Ma.
Hillary in Indiana non s’è spesa molto. Lo considerava uno Stato perso: pochi afroamericani, poche minoranze, troppi bianchi – e questo tipo di elettorato, maschio, bianco, tra i venticinque e i quarant’anni, ha sinora premiato Sanders e i suoi argomenti in campagna elettorale, più attenti alle questioni del lavoro, della sperequazione salariale, della produzione, della distribuzione della ricchezza, dello strapotere della finanza, insomma quelle cose che lo fanno dipingere come un “socialista”, etichetta che lui stesso non disdegna, anzi. La “voce sociale” dell’America sembra aver trovato in zio Bernie il suo portavoce. Solo che in questa “voce sociale” mancano i neri, gli ispanici, i sindacati e il partito.
È curioso che questa campagna elettorale presidenziale americana sia segnata dalla presenza di due contendenti, benché in campo avverso, che erano partiti entrambi come outsider – nonostante il proprio partito, verrebbe da dire: Sanders e Trump. Solo che Trump è riuscito, con la sua scostumatezza e con la sua aggressività, a raggiungere la pancia dell’elettorato repubblicano, che ora vive come un complotto dei vertici ogni manovra che tenda a insidiare il primato di Donald – e chissà come reagirebbe a un “colpo di mano” alla Convention di Cleveland. Sanders, invece, è rimasto un contendente duro, ostinato ma le sue chances, benché nel corso della campagna siano cresciute sensibilmente, non sono tali da ribaltare le previsioni. Continuerà, certo, a battersi, mettendo peraltro in difficoltà la Clinton, che non può dedicarsi, e con lei il partito, a fronteggiare Trump fino in fondo. Non solo: sinora, la contesa tra i due sembrava di schermaglie, e Hillary dopo New York dove ha stravinto ha anche fatto delle aperture di credito verso Bernie, che si è sdegnosamente girato dall’altro lato, e ora si combatte all’arma bianca.
C’è una grande incognita in tutto questo ambaradam, e è il voto delle donne. In campo repubblicano, le sparate di Trump contro questa o quella giornalista, improntate a un becero maschilismo, hanno creato il deserto nel voto delle donne dell’Elefante. In questi giorni, in campo repubblicano gira un hashtag, dove la voce delle donne è maggioritaria che dice: #NeverTrump. Ricorda molto – cambiano i mezzi e gli strumenti – la campagna democratica web contro “W” Bush: Anybody but Bush, solo che è dentro le proprie fila. Mai votare per Trump, può significare prendere in considerazione due possibilità: o non votare il candidato del proprio partito e astenersi, o votare per l’avversario, e l’avversario in questo caso sarà Hillary. Le donne repubblicane potrebbero votare per Hillary. La cosa curiosa è che in campo democratico cresce la diffidenza femminile verso la Clinton.
A marzo, per i tipi della Zambon, è uscito un libro di Diana Johnstone, Hillary Clinton, Regina del caos, che le fa il contropelo, a partire proprio dallo smontare la retorica della “prima donna presidente degli Stati uniti”. Ne metto qui – magari ci torneremo – un cenno: «Abbiamo davvero bisogno di “dimostrare” che una donna può essere presidente? Se le donne possono essere wrestler, cosa per la quale non sono chiaramente qualificate per natura, è evidente che una donna può essere presidente. Dimostrare questa realtà piuttosto ovvia non è la più cruciale delle questioni in gioco nelle prossime elezioni presidenziali Usa. Vi è un’altra piccola questione: se portare o meno il paese in guerra con una grande potenza nucleare. Evitare la terza guerra mondiale è in qualche modo più urgente che “dimostrare” che una donna può essere presidente degli Stati Uniti».
Questa cosa qui, scritta da una donna che ha una specchiata storia personale e familiare in campo democratico, sembra rovesciare la sprezzante ironia di Trump, che ultimamente si rivolge alla Clinton dicendo: «Se non fosse donna, prenderebbe solo il 5 percento». Qui si dice, in campo democratico, che il fatto d’esser donna non può bastare per giudicare quella che aspira a governare la più grande potenza del mondo.
Le cose insomma, anche dopo le primarie in Indiana, non sono così semplici come i numeri dovrebbero dimostrare.

Nicotera, 4 maggio 2016
pubblicato su «il dubbio», quotidiano
foto da salon

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