Evviva, arrivano gli scrittori: Ligabue, Zalone, Venditti, Al Bano!

salone-libriNon so come la potrà prendere Gramsci – è prevista, in quattro teche speciali, l’esposizione dei manoscritti autografi dei 33 Quaderni dal carcere, con due schermi touch affiancati che permetteranno ai visitatori di sfogliare e ingrandire digitalmente tutte le pagine dei Quaderni – di essere messo spalla a spalla con Checco Zalone. Magari gli piacerebbe, attento com’era, il grande intellettuale, a tutti i fenomeni nazional-popolari, d’altronde è proprio sua la definizione.
Però, se vogliamo parlare del prossimo Salone del libro di Torino – 56ma edizione, dal 12 al 16 maggio – è dalle “novità” che bisogna partire, che tanto gli editori ci sono tutti, ma proprio tutti – pure quelli dell’Incubatore che stampano libri da meno di due anni – e gli scrittori ci stanno tutti, ma proprio tutti, i più radicali e arditi – che so, Erri De Luca, Antonio Moresco, Zerocalcare – e i più convenzionali e moderati – che so Dacia Maraini, Roberto Saviano. E i libri, perciò, ci stanno tutti. Il colpo grosso, il nuovo di zecca del Salone – l’anno scorso ormai dato per spacciato, lacerato com’era sulle nuove nomine e con un debito grosso così – risanato anche per l’ingresso di Intesa Sanpaolo nella Fondazione, oltre che del Miur e del Mibact, cioè dei soldi pubblici, e con altre provvigioni portate da Unicredit, il nuovo di zecca è la sera. Tanto da aver fatto dire al direttore Ernesto Ferrero – uomo in genere per nulla compassato, che ha vinto la sua “guerra” – alla presentazione con il presidente della Fondazione Giovanna Milella, con il sindaco Fassino e con il presidente della Regione Chiamparino, che questo Salone «ci sembra il più ricco, il più scintillante di una lunga storia». Il più scintillante. La sera si accenderanno le luci. Che la festa cominci.
Ora, noi, questa cosa la vogliamo dire subito. A noi le fiere dei libri piacciono. A noi, il mercato dei libri piace. A noi, la compravendita di romanzi e autori, come fossero figurine o quarti di manzo o cespi di lattuga, piace. Ci sono, nel recente La musa di Jonathan Galassi – fine traduttore in inglese di Leopardi, per dire – pagine strepitose sulla Fiera di Francoforte, dove gli editori di tutto il mondo arrivano, quelli più truci e quelli più fini, quelli più volgari e quelli più aristocratici, quelli dei bestseller e quelli di nicchia, e si spintonano, e fanno le facce finte, e cospirano nell’ombra, e commettono le peggio cose, per vendere o comprare nuovi romanzi. Perché, questa è l’editoria, quella mainstream e quella indipendente – il luogo di una battaglia senza quartiere, senza esclusione di colpi, per dare in pasto a noi compulsivi consumatori di un prodotto, il libro, che va scomparendo ma pure no, nuovi autori, nuove meraviglie. Vedete, se c’è un luogo dove vale ancora l’assunto machiavellico – si spera ormai depositato per sempre nella battaglia politica – del “fine che giustifica i mezzi”, ecco, questo luogo è l’editoria. Perché, il fine è un buon libro. E per un buon libro si può commettere qualsiasi cosa, certo. Succede dalla notte dei tempi, peraltro.
Torino non è Francoforte, lo si sa. Torino sembra più una fiera di espositori, non ha neanche l’aura di fango e d’oro del mercato delle vacche. E ce lo sanno, pure gli organizzatori. Bisogna tirarla dentro, questa razza in estinzione del compratore di libri – è dagli anni Novanta che il mercato va sempre più restringendosi, i titoli aumentano, le tirature no. Anzi, siccome il “lettore forte” – che è circa il diciotto per cento del mercato, quello che legge almeno più di un libro l’anno, e che regge sulle proprie spalle tutto l’ambaradam – in realtà è assicurato, il problema è intercettare il lettore occasionale, quello che compra la Tamaro perché va dove lo porta il cuore, che compra Camilleri perché l’ha visto in televisione. E i giovani bisogna accalappiare – invece, coi bambini stiamo a posto, il mercato dei libri per i bambini è l’unico che cresce e che ha il vento con poppa, con quello che costano.
E allora, signori e signori, ecco il coniglio dal cilindro. Biglietto pre-serale a cinque euro e serate scin-til-lan-ti. Ligabue, Checco Zalone, De Gregori, Venditti, Al Bano, oh, pure Al Bano, che discetterà del tema «Dalla Russia con amore. Perché la Puglia è un ponte verso l’Oriente», mitico. Anche gli altri, eh, mica vengono in veste di stelle del rock o che, no no, sono autori. Guccini ormai è un autore affermato, De Gregori non è da meno, e pure Venditti ha pensato fosse giunto il suo turno per produrre una significativa opera letteraria – non so se l’ha titolata Er cuppolone, ma ci starebbe tutto, di sti tempi.
È, insomma, il trionfo del pop. Letterario o meno. D’antan e contemporaneo. È insomma, il principio della notte bianca di Veltroni applicato al Salone del libro di Torino, che poi, proprio lì, a un Lingotto postfordista e postmaterialista ci fece il suo congresso, no?, I care.
Non so se possa interpretarsi in questo senso, come un omaggio, la serata che è stata riservata a Veltroni – ormai scrittore di successo – con Chiara Gamberale e Pippo Baudo. Della Gamberale non so nulla, ma Pippo Baudo è un monumento del nazional-popolare. Col che, torniamo a Gramsci.

Nicotera, 28 aprile 2016
Pubblicato su «il dubbio», quotidiano, del 11 maggio 2016

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