Hillary, o della sconfitta della sinistra liberal.

hillary_sconfittaScrive David Remnick, in un accorato e disperato articolo sul «New Yorker» – An American Tragedy, già, proprio come il cupo e gotico romanzo di Theodore Dreiser –, in cui considera l’elezione di Trump alla stregua di una voragine per la democrazia, la Costituzione, lo spirito stesso degli Stati uniti, per il suo portato di razzismo, sessismo, antisemitismo, fascismo, che: «In the coming days, commentators will attempt to normalize this event / nei giorni a venire, i commentatori tenderanno a normalizzare questo evento».
Non credo sia possibile banalizzare Trump. Né questo “nuovo” Congresso con una esagerata maggioranza repubblicana. La sconfitta di Clinton, che si è consumata tutta negli swing States, gli Stati in bilico, viene per lo più addebitata ai white males, operai blue collars o contadini farmers di quella che un tempo era la Rust Belt, la cintura di ruggine delle fabbriche americane, e che ora è solo un cumulo di disillusioni e difficoltà, e un susseguirsi continuo di negozi WalMart.
Gli uni e gli altri – contadini e operai – sono in crisi da ben prima della bolla del 2007, sono da almeno vent’anni in difficoltà, vuoi per lo strozzinaggio delle banche che sequestrano attrezzi agricoli e terreni e per la politica aggressiva della Monsanto, vuoi per la delocalizzazione del lavoro di fabbrica che è cominciata prima della fine del secolo scorso.
Eppure, nelle varie tornate elettorali, avevano anche votato Obama.
L’United States Census Bureau – insomma, il nostro Istat – definisce White people quelli che «having origins in any of the original peoples of Europe, the Middle East, or North Africa. It includes people who reported “White” or wrote in entries such as Irish, German, Italian, Lebanese, Near Easterner, Arab, or Polish». Perciò, Uomo Bianco è l’europeo, l’arabo, il nordafricano, il libanese, il polacco, l’italiano, il russo, e via discorrendo, insomma i non-hispanic. Secondo i dati del 2013, l’Uomo Bianco è ancora la maggioranza, il 63 percento della popolazione americana, il 31 maschi e il 32 femmine. Ma di questo 63 percento, solo il 19 percento è maschio bianco, anglosassone, protestante come Trump (il cui cognome di origine, appunto, era Drumpf, tedesco). Il diciannove percento, in cui ci stanno ricchi broker di Wall Street e poveri homeless, middle class e working class, veterans e millennials, operai in crisi dell’Ohio e farmers svedesi dell’Idaho e tedeschi della California o dell’Iowa. Perlopiù, però, i maschi bianchi wasp li trovate nei posti di comando – sono esageratamente presenti negli office rispetto qualunque altra etnia – e nei college di prestigio da dove faranno presto carriera seguendo l’ombra della famiglia. Ne rimangono proprio pochi, di maschi bianchi “poveri”, all’interno di quel diciannove percento.
È difficile credere che tutti questi abbiano votato Trump, è difficile credere che questo diciannove percento sia risultato determinante, da solo, in tutti gli Stati-chiave. La Georgia, come la Louisiana, ha una delle percentuali più basse di uomo bianco: è andata a Trump, come la Louisiana. Il New Hampshire ha una delle percentuali più alte di uomo bianco: è andato a Clinton.
Gli ebrei di Brooklyn e gli irlandesi dei Queens, gli italiani di Little Italy – maschi, bianchi – hanno votato Democrat. Lo fanno da sempre. Nella Silicon Valley, dove rimbombano cognomi come Zuckenberg – maschio, bianco – o Jobs o Gates, non hanno votato Trump. Nella Hollywood di Spielberg – maschio, bianco – non hanno votato Trump (a parte Clint Eastwood, che è repubblicano in ogni fibra).
Io credo sia un po’ consolatorio dire che a votare Trump sia stato il maschio bianco più retrogrado e analfabeta – è un’altra delle favolette consolatorie dei media. Non è consolatorio, certo, additare il pericolo reazionario rappresentato da Trump. E dal vento di destra che soffia dentro la società. Dentro la società: maschi e femmine, working class e middle class e high class, urbana e rurale. Popolo. New York non è l’America, anzi. In un bel reportage di diversi anni fa sul «New Yorker» si raccontava dell’odio che il Midwest nutriva per i newyorkesi e si suggeriva, scherzosamente, di staccarsi dagli Usa e fondare una Republic of New York. New York è città del mondo, è come Londra, Berlino, Parigi – ma non è l’America. Lo scontro città/campagna, urbano/rurale è stato peraltro la “chiave” della Brexit: a Londra ha stravinto il Remain, ma nel resto della Gran Bretagna è andata all’incontrario.
Io continuo a credere che a far vincere Trump sia stata la scelta di contrapporgli un candidato come Hillary Clinton – che, tra l’altro, ha perso rovinosamente l’Arkansas, dove era nato il “regno” suo e del marito. Onore a Hillary e alla sua carriera, certo. Ma qui parliamo del suicidio della sinistra democratica e dei liberal. E questa non è canzone da suonare solo per gli americani. Insistere sugli scandali sessuali, portare in processione le donne molestate da Trump non è stata una geniale idea elettorale, considerando il fardello del marito di Hillary. Si è ragionato poco, a esempio, sull’effetto delle grandi rivolte nere di questo e dello scorso anno, da Ferguson in poi. Io penso che in tanti – e non solo bianchi miserabili e ignoranti del Nebraska – abbiano avuto tanta paura. I negri hanno alzato la testa, troppo. D’altronde s’era fatto un presidente negro. Lo yo yo della Storia funziona a volte così.
Le elezioni sono ormai scontro tra personalità, tra facce. I programmi restano in secondo piano, sullo sfondo, perduti. In parte, solo in parte vengono “rappresentati” dalle facce. Berlusconi, che di queste cose ne capisce, non scenderebbe mai in campo contro Matteo Renzi. Faccio un esempio: voi credete che contrapporre Hollande a Marine Le Pen (che pesca, e come, nel “vecchio” elettorato popolare di sinistra, ma certo non solo) nelle elezioni del 2017 in Francia sia una buona idea? Io non credo proprio. Aggiungo qui, perché c’è il rischio in Francia, una cosa sulla retorica del “soffitto di cristallo”: Theresa May, premier inglese, ha rotto il “soffitto di cristallo” – non è che ce ne sia venuto un gran bene, sinora. E pure la Thatcher aveva rotto il “soffitto di cristallo” e, beh, lasciamo perdere. Avete presente Frauke Petry, leader dell’Alternative für Deutschland? Beh lei, che si scontrerà con Angela Merkel il prossimo anno, è giovane, brillante, tosta e si appresta a romperlo il “soffitto di cristallo” – e non so se saremo poi tanto lontani da un’altra notte di cristalli.
E allora, sì, ha ragione Remnick: «Despair is no answer. To combat authoritarianism, to call out lies, to struggle honorably and fiercely in the name of American ideals – that is what is left to do. That is all there is to do / Disperarsi non è la risposta. Schierarsi contro l’autoritarismo, stanare le bugie, lottare onorevolmente e fieramente in nome degli ideali americani – questo rimane da fare. E questo è tutto quello che faremo».
L’avessimo magari fatto un po’ prima, ecco.

Nicotera, 10 novembre 2016
Pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’11 novembre 2016

Pubblicato in politiche | Lascia un commento

Una mattina mi son svegliato. E c’era Trump presidente.

clinton-trump-2016-electoral-resultsCol senno di poi, aveva fatto bene zio Bernie Sanders a battersi fino all’ultimo per ottenere l’investitura dalla Convention democratica e avrebbe fatto bene la Convention a concedergliela invece di ricorrere a qualche broglio – si dimise, la presidente della Commissione nazionale quando vennero fuori i traffici che aveva combinato a vantaggio della Clinton – per impedirlo. Furono i grandi elettori – ex presidenti, governatori, deputati – insomma l’establishment del Partito a promuovere la Clinton, che sul piano dei voti nelle primarie Bernie aveva tutte le carte in regola.
Ma il Partito pensò che a Trump – uno svitato, un outsider – bisognasse contrapporre la faccia dell’efficienza, della competenza, della professionalità. Clinton. Anche se non aveva carisma, anche se l’ambizione la consumava e la distruggeva, anche se stava un po’ sul cazzo a tutti. Pensò, il partito, che bisognasse “conquistare il centro”, che le elezioni si sarebbero vinte dicendo cose ragionevoli. D’altronde, non erano gli stessi big repubblicani – i Bush, i fratelli Koch, e l’eroe McCain, e governatori e deputati, che prendevano le distanze da quell’improbabile uomo col ciuffo?
Solo che Clnton non avrebbe corso contro Mitt Romney, contro Ted Cruz, contro Rick Santorum. Clinton avrebbe corso contro Trump. E nessuno aveva la più pallida idea di come fermare quell’uomo che continuava a macinare consensi e a guadagnare voti su voti asfaltando tutti i rivali.
Il Partito democratico fece la sua scelta. Troppo “socialista” Sanders, troppo agitati i suoi BernieBro. E troppo radicale Elizabeth Warren, troppo sfacciatamente contro Wall Street e contro la finanza. Bisognava tenersele buone, Wall Street e la finanza. E ora, il Partito democratico è scomparso dalla faccia della terra.
Prima, molto prima del discutere e capire le ragioni per cui ci troviamo Trump presidente, dobbiamo parlare del suicidio del Partito democratico. Non è detto, certo, che un altro candidato democratico avrebbe potuto farcela contro Trump, forse anche lui è un unto del Signore. Però, appunto non è scritto da nessuna parte che le cose non sarebbero potute andare diversamente.
Certo è che Hillary Rodham Clinton era il peggior candidato che gli si potesse contrapporre. Perché prima di far venire giù l’Apocalisse recitando Ezechiele e cercando un qualche esorcista che scacci via il diavolo dall’America, prima di sentirsi frustrati tanto da preparare le valigie e vedere se c’è un passaggio nella prossima navicella verso Marte, bisogna parlare di questa elezione.
Mi rifiuto di credere che gli americani siano diventati tutti trumpisti, mi rifiuto di credere che un’accozzaglia di segregazionisti con il cappuccio del Ku Klu Klan, di antidarwinisti che non mandano a scuola i loro figli perché non perdano la nozione basilare che Eva è nata da una costola di Adamo, di cristiani rinati ex-alcolisti ex-tossicodipendenti che per tutta la vita vivono con il loto tutor accanto che gli ripete “un giorno alla volta, un giorno alla volta”, di antiabortisti capaci di gettare bocce di vetro con i feti dentro davanti alle cliniche, di distillatori clandestini di whisky nelle Rocky Mountains, di farmers con la salopette tipo American Gothic, di Amish e Mormoni del Lago Salato che brucerebbero sul rogo le ragazze scosciate e i musulmani legandoli insieme, di motobikers dalle braccione ricoperte di tatuaggi con una pin-up che si muove quando fanno scattare i bicipiti, di ascoltatori delle vomitate suprematiste bianche di Rush Limbaugh o di Breitbart che invitano a insaponare le corde e individuare i rami più alti e robusti, di poliziotti ragazzi del coro che si spalleggiano l’uno con l’altro quando sparano ai neri che non si fermano all’alt, di anticastristi che trafficano in droghe e puttane da rifilare a pensionati bianchi sul punto di morte che girano con il deambulatore e la bombola dell’ossigeno in Florida, di ultraortodossi ebrei con le loro palandrane nere e i riccioli che escono dai cappelli di pelliccia che stanno sempre dalla parte di chiunque sia contro la democrazia e l’islam, di ricchi sfondati che si fregano le mani e chiamano già lo studio commercialista per vedere come sfangare ancora quei quattro soldi che versano all’erario, di fuori-di-testa all’Unabomber o ai fratelli di Waco che odiano Washington al punto da mettere da parte tonnellate di diserbante hai-visto-mai, mi rifiuto di credere che questi abbiano conquistato il paese più potente del mondo. Perché se è così, non c’è Marte su cui possiamo salvarci.
Primo: Trump ha vinto perché Clinton ha perso. Clinton non era l’eredità di Obama, Clinton era stata stracciata da Obama, uno sconosciuto senatore dell’Illinois capace di incantare con la sua retorica e la sua visione, alle primarie del 2008, in cui lei era sempre professionale, competente, rassicurante. Allora, fu la Convention democratica a investire Obama, furono i superdelegati a sigillare la sua candidatura. Clinton ha perso perché le sue doti indiscutibili di freddezza, razionalità, analisi, decisione, funzionano quando sono “messe a servizio” dentro una cornice, quando la sua autorità è già riconosciuta in una catena di comando e non quando se la deve conquistare sul campo.
Secondo: Trump ha vinto perché ha giocato la carta dell’uomo contro tutti, e questa è proprio una narrazione americana. In parte è una narrazione completamente inventata ma che è stato abile a raccontare, in parte è stata proprio l’ostilità con cui l’establishment repubblicano lo ha contrastato a favorirlo. I repubblicani gli hanno fatto il più grande favore andandogli contro in quel modo. Trump ha rovesciato come un calzino il Partito repubblicano, per poi far stravincere ovunque – Senato, Camera – i candidati del Gop in un modo spropositato. Non sappiamo la composizione del Congresso, ma è difficile credere che i nuovi deputati vadano contro questa base elettorale che con tanto entusiasmo li ha fatti volare. E dovranno pagare il debito con loro – quindi nuove leggi, nuove disposizioni, abolizione di precedenti leggi, precedenti disposizioni. Quindi avremo un presidente e un Congresso benché della stessa stoffa e dalle mani libere davvero imprevedibili. Nessuno governa Trump. Trump non risponde a nessuno.
Terzo: le due grandi democrazie liberali anglosassoni si staccano dal mondo conosciuto – la gran Bretagna, con la Brexit, dall’Europa; gli Usa, con Trump, dai trattati e dai vincoli internazionali, professando una sorta di isolazionismo e protezionismo. Un medesimo salto carpiato è successo negli anni Ottanta con la Thatcher e Reagan. È difficile prevedere quale impatto queste dinamiche possano avere negli anni a venire. Ma un impatto – e tremendo – lo avranno: una cosa è che il nazionalismo patriottico lo professi l’Ungheria di Orban, una cosa che lo faccia la più grande potenza mai vista sulla faccia della terra.
Infine: Trump è lo “scandalo esibito”. Lo scandalo di una parte – maggioritaria? – di società che non considera più tabù esibire o frequentare pensieri razzisti, sessisti, aggressivi, che ce l’ha con la lobby dei froci, con l’eccessiva libertà delle donne, con le fisime degli intellettuali. Ce l’ha con New York e con Washington. Ce l’ha con i coreani, con i negri e con gli zingari. Ce l’ha con i giornalisti, con i media, con quei professoroni che sputano sentenze sulla crisi che è come un tornado e hanno la barca messa all’asciutto. “Washington ladrona” è stato lo slogan vincente di Trump. Ha raccolto i freaks del mondo, quelli che sanno che in democrazia si vota e si contano i voti – visto che nessuno mi s’incula, sai che ti dico? Come è accaduto il giorno dopo la vittoria del Leave, può essere che parecchi se ne siano pentiti, di aver votato Trump. La frittata è fatta. Il tappo è saltato. Solo che Trump non comanda in Padania, governa gli Stati uniti d’America.
Comunque, un bel po’ di americani ha votato contro Trump nonostante la Clinton. Non siamo poi messi così male. Non ancora.
Hasta la victoria. Forse.

Nicotera, 9 novembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 novembre 2016

Pubblicato in politiche | Lascia un commento