Ottant’anni fa, il regime fascista promulgava le leggi razziali.

Tanti tanti anni fa – stavo lavorando alla mia tesi di laurea sulla Sicilia dal 1943 al ’45, l’indipendentismo e quella roba lì – inciampai in un riferimento che mi straniò non poco: Finocchiaro Aprile, il leader indiscusso del Movimento indipendentista siciliano, scriveva al duce, lamentando che nonostante le leggi razziali quel tal professore, ebreo certificato, fosse ancora al proprio posto; e chiedeva perciò, vibratamente, che le cose venissero sanate, e quella cattedra venisse a lui assegnata, a lui che, come ogni documento poteva attestare, di pura razza italica era impastato.
Mi chiedevo come fosse possibile una tal bassezza – Finocchiaro Aprile, che dallo sbarco degli alleati era stato il più “americano” degli antifascisti siciliani e il più antifascista degli “americani” siciliani. Fosse stato il bisogno – che ci fa commettere anche le azioni più terribili – avrei forse potuto capire; ma non poteva essere certo questa la motivazione per Finocchiaro Aprile, di famiglia non certo indigente: epperciò, la gelosia, l’invidia, il rancore provato verso un collega; l’occasione da cogliere al volo – per la propria promozione sociale – senza troppa fatica: tanto, comunque lo avrebbero fatto fuori, l’ebreo.
Dieci anni fa, stesse date d’oggi, fu Pierluigi Battista a soffermarsi sul «Corriere della Sera» su questo “lato oscuro” degli intellettuali italiani. Scriveva Battista: «Nel ’38 e negli anni successivi non reagì, non parlò, non si oppose nessuno. Il silenzio imbarazzato o accondiscendente nei confronti delle leggi razziali promulgate dal fascismo coinvolse cattolici e laici, conservatori e progressisti. Le eccezioni furono rarissime. Gli ebrei vennero lasciati soli. Vittorio Foa, che mai recriminò contro i coetanei che facevano carriera mentre lui languiva nelle prigioni fasciste, verso la fine della sua vita ruppe il suo riserbo (“non so bene perché diavolo lo faccio”) e scrisse: “Non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza”. Fa molta impressione leggere, nel libro L’espulsione degli ebrei dalle accademie italiane di Annalisa Capristo, l’elenco degli intellettuali che risposero con zelo ed entusiasmo al censimento per identificare “i membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti che cesseranno di far parte di dette istituzioni”. Bastava una compilazione burocratica e svogliata dei moduli, per chi non avesse avuto il coraggio di sottrarsi a quel compito infame. E invece i Giorgio Morandi e i Gianfranco Contini, i Roberto Longhi e i Natalino Sapegno, i Nicola Abbagnano e gli Antonio Banfi, gli Alessandro Passerin d’Entrèves e i Giuseppe Siri (e centinaia con loro, illustri come loro) vollero sfoggiare “l’aggiunta di esplicite dichiarazioni antisemite sotto forma di precisazioni ai vari quesiti tenuti nella scheda”. Da Luigi Einaudi, che sottolineò orgoglioso “l’appartenenza alla religione cattolica ab immemorabile”, a Ugo Ojetti, che fu puntuale fino alla pignoleria: “Cattolico romano, dai dieci ai sedici anni ho servito tutte le domeniche”. Solitaria eccezione, quella di Benedetto Croce, che rispedì al mittente i moduli della vergogna con impareggiabile sarcasmo: “L’unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata”. Una fornitissima appendice documentaria apparsa nella seconda edizione del “lungo viaggio attraverso il fascismo” di Ruggero Zangrandi descrisse nel 1962 l’ampiezza del consenso servile degli intellettuali alla politica antisemita del regime, ricostruito per la prima volta in quegli stessi anni da Renzo De Felice nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. “Non reagirono” gli scrittori che non si rifiutarono di firmare i manuali e le antologie scolastiche al posto degli autori ebrei il cui nome era ostracizzato e dannato. Non reagirono i docenti universitari che ereditarono le cattedre lasciate vacanti dai colleghi estromessi a causa della legislazione antisemita. Un capitolo controverso di viltà collettiva che faticherà a chiudersi anche nell’Italia democratica. La cattedra di letteratura italiana sottratta ad Attilio Momigliano sotto l’effetto delle leggi razziali dopo la fine della guerra sarà sdoppiata perché fosse restituita a chi era stato illegittimamente cacciato, ma anche per non scomodare chi al suo posto era tranquillamente subentrato. E del resto le leggi razziali saranno completamente e radicalmente soppresse solo nel 1947, con una lentezza che forse tradì il turbamento per non aver saputo contrastare, coralmente e individualmente, l’abiezione della legislazione antiebraica».
Il 5 agosto del 1938 sulla rivista «La difesa della razza», diretta da Telesio Interlandi – ma era già uscito in forma anonima sul «Giornale d’Italia» il 15 luglio col titolo Il Fascismo e i problemi della razza – viene pubblicato il manifesto redatto da dieci “scienziati”, i cui punti salienti sono:
«LE RAZZE UMANE ESISTONO. L’esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano a ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
ESISTE ORMAI UNA PURA “RAZZA ITALIANA”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico–linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani».
Al Regio decreto legge del 5 settembre 1938 – che fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» – e a quello del 7 settembre – che stabiliva «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» – fa seguito (6 ottobre) una «dichiarazione sulla razza» emessa dal Gran Consiglio del Fascismo, successivamente adottata dallo Stato sempre con un Regio decreto legge a data 17 novembre dello stesso anno.
Sono dunque molti i decreti che, tra l’estate e l’autunno del 1938, sono firmati da Benito Mussolini in qualità di capo del Governo e poi promulgati da Vittorio Emanuele III. Tutti tendenti a legittimare una visione razzista della cosiddetta “questione ebraica”. L’insieme di questi decreti e dei documenti sopra citati costituisce appunto l’intero corpus delle leggi razziali. Fu Mussolini stesso, da un palco posto davanti al Municipio in Piazza Unità d’Italia a Trieste, a annunciarli per la prima volta il 18 settembre 1938, in occasione di una sua visita alla città.
Quest’anno, dunque, ricorre il triste anniversario degli ottanta anni da quelle leggi. Il presidente Mattarella, in occasione della Giornata della memoria, ha pronunciato un breve e vibrante intervento. Ne riporto alcuni passaggi: «Le leggi razziali rappresentano un capitolo buio, una macchia indelebile, una pagina infamante della nostra storia. Ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni, della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza. Con la normativa sulla razza si rivela al massimo grado il carattere disumano del regime fascista e si manifesta il distacco definitivo della monarchia dai valori del Risorgimento e dello Statuto liberale. Alla metà del 1938, con le leggi antiebraiche, rivolgeva il suo odio cieco contro una minoranza di italiani, attivi nella cultura, nell’arte, nelle professioni, nell’economia, nella vita sociale. Ma la persecuzione, da sola, non fu ritenuta sufficiente. Occorreva tentare di darle una base giuridica, una giustificazione ideologica, delle argomentazioni pseudo-scientifiche. Vennero cercati – e, purtroppo, si trovarono – intellettuali, antropologi, medici, giuristi e storici compiacenti. Nacque Il Manifesto della Razza. Letto oggi potrebbe far persino sorridere, per la mole di stoltezze, banalità e falsità contenute, se sorridere si potesse su una tragedia così immane. Eppure questo Manifesto, dalle basi così vacue e fallaci, costituì una pietra miliare della giurisprudenza del regime; e un nuovo “dogma” per moltissimi italiani, già assoggettati alla granitica logica del credere, obbedire, combattere. La penna propagandistica, efficace nel suo cinismo, coniò lo slogan con il quale intendeva rassicurare gli italiani e il mondo, nel tentativo di prendere, apparentemente, le distanze dall’antisemitismo nazista: “Discriminare – disse Mussolini – non significa perseguitare”. Ma cacciare i bambini dalle scuole, espellere gli ebrei dall’amministrazione statale, proibire loro il lavoro intellettuale, confiscare i beni e le attività commerciali, cancellare i nomi ebraici dai libri, dalle targhe e persino dagli elenchi del telefono e dai necrologi sui giornali costituiva una persecuzione della peggiore specie. Gli ebrei in Italia erano, di fatto, condannati alla segregazione, all’isolamento, all’oblio civile. In molti casi, tutto questo rappresentò la premessa dell’eliminazione fisica».
La legislazione antisemita comprendeva: il divieto di matrimonio tra italiani e ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni e per le società private di carattere pubblicistico – come banche e assicurazioni – di avere alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia a ebrei stranieri, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali, il divieto di iscrizione dei ragazzi ebrei nelle scuole pubbliche, il divieto per le scuole medie di assumere come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche modo un ebreo. Per tutti fu disposta l’annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.
Qualche anno fa, Stefano Lorenzetto per «Il Giornale» fece una lunga intervista a Liliana Segre, una delle poche ebree uscite vive da Auschwitz, che tornò a Milano nell’agosto del 1945, quando stava per compiere 15 anni. Liliana Segre da decenni incontra i ragazzi delle scuole per parlare loro di Shoah.
«Pesava 32 chili; la Segre ha perso nella Shoah, oltre al padre, altri sei familiari: i nonni paterni, e quattro cugini, Rosa Spiegel col figlio Felice e Rino Ravenna col fratello Giulio. “Rino si suicidò gettandosi dall’ultimo piano del raggio mentre eravamo reclusi a San Vittore. Ricordo il suo corpo scomposto sul pavimento del carcere: era il primo morto che vedevo in vita mia. La deportazione di Giulio si fermò invece a Fossoli: morì di stenti nel campo di concentramento vicino a Modena”. Dal 6 febbraio 1944 al 1° maggio 1945, quando fu liberata dalle truppe americane, la bambina con il pigiama a righe è passata attraverso quattro lager: da Auschwitz-Birkenau a Ravensbrück, poi in uno Jugendlager, infine a Malchow.
– Se dovesse dare una definizione sintetica di ciò che le è accaduto, che parole userebbe?
“Indifferenza, solitudine, pietà. Alla promulgazione delle leggi razziali, nel 1938, il mondo intorno a noi rimase indifferente. Eppure eravamo persone oneste, con l’unica colpa d’essere nate. Io avevo 8 anni. Era una sera d’estate. Mio padre mi prese da parte e mi disse che non sarei più potuta tornare alla scuola elementare Fratelli Ruffini, perché ero ebrea. Avevo finito la seconda, aspettavo di andare in terza. Le mie amichette mi segnavano a dito per strada, senza pietà. È importante, la pietà. Per chi la prova e per chi la riceve”.
– Come seppe che c’erano le camere a gas e i forni crematori?
“Me lo dissero le altre prigioniere. Lì per lì mi rifiutai di crederci. Li uccidono e li bruciano? Ma voi siete pazze! Ancora oggi, mi pare impossibile. Ma poi nella mente rivedo le ciminiere in fondo al campo, il fumo denso… Era tutto organizzato con illogica crudeltà. C’era un reparto che noi chiamavamo, non so perché, Canada. Selezionava tutto ciò che veniva strappato agli ebrei: valigie, occhiali, vestiti. E le scarpe. Ci toglievano le scarpe e ci davano in cambio un paio di zoccoli spaiati, di misure diverse, solo per il gusto di renderci più penoso il camminare nella neve. Io mi sono salvata perché fui mandata a lavorare al coperto, alla Union, che fabbricava proiettili per mitragliatrici. E perché durante la marcia della morte verso gli altri lager, cominciata dopo l’evacuazione di Auschwitz, ho ingoiato bucce di patate e ossi di pollo raccattati nei letamai, incurante del fatto che dopo poche ore sarei stata colta da dissenteria e vomito”.
– E a lei pesa quel marchio sull’avambraccio sinistro?
“Ne vado fiera. La vergogna è di chi me l’ha impresso”».
Qualche giorno fa, Mattarella ha nominato Liliana Segre senatrice a vita, per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale.

Nicotera, 26 gennaio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 27 gennaio 2018.

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Oddio Salvini, ma tu lo sai chi era Emilio Lussu?

Ieri, a Cagliari, Matteo Salvini ha presentato ufficialmente l’accordo elettorale con il Partito sardo d’Azione: alle politiche del 4 marzo i Quattro Mori correranno sotto il simbolo del Carroccio. Per Salvini prosegue la “campagna acquisti” nel Sud, per dare alla Lega la dimensione di partito nazionale – è questa la frattura con la Lega di Bossi e, ultimamente, anche con Maroni. D’altronde alle regionali siciliane di novembre scorso il simbolo “Noi con Salvini” c’era – anzi il suo “segretario nazionale” è proprio un siciliano, Angelo Attaguile, notabile democristiano di lungo corso – insieme a quello di Fratelli d’Italia, in una racimolata Alleanza per la Sicilia. Ci avevano provato anche a Palermo, alle comunali di giugno, presentando una ex Iena, Ismaele La Vardera, ma era stato un flop e anche una coda di imbarazzi. Alle regionali, non è andata granché meglio – superata d’un soffio la soglia del 5 percento. Racimolando tre deputati, che però erano due di Fratelli d’Italia e il terzo un altro transfuga da mille raggruppamenti, tal Rizzotto Antonio detto Tony (per via, probabilmente, di un ciuffo vaporoso e ribelle tra Tony Dallara e Tony Montana) che, appena eletto, ha formato il Gruppo Misto con Claudio Fava, eletto dalla lista “Cento passi”, e Cateno De Luca, salito di recente alle cronache per una serie di processi da cui è uscito sempre indenne e nel più vicino passato per essersi fatto immortalare ignudo e avvolto dalla bandiera siciliana in una saletta dell’Assemblea regionale siciliana: una cosa, insomma, che, benché possa dare dei vantaggi ai singoli deputati nella formazione del “gruppo”, più misto proprio non si poteva pensare.
Andrà meglio in Sardegna? Andrà meglio per Christian Solinas, segretario del Partito Sardo d’Azione, che riporterebbe i sardisti in parlamento dopo ventidue anni, anche perché si parla di una sua possibile candidatura “blindata” in un collegio per il Senato in Lombardia? Nessuno scandalo perciò – ma certo corre un brivido lungo la schiena a pensare a questa alleanza tra un partito storico del sardismo e al partito storico dell’orgoglio padano contro gli atavici mali del meridionalismo.
«Nella storia si hanno casi di Stati federali che diventano Stati unitari; non si ha invece un solo caso di Stato unitario che si sia trasformato in Stato federale. È per questo motivo che personalmente ritengo non praticabile la via della riforma in senso federalista dello Stato italiano. Però, l’Italia è composta di Regioni, comunità e nazioni senza Stato. Per cui ciò che in Italia è realizzabile, ed in parte i padri costituenti lo avevano inteso con l’adottare per alcune regioni forme di “autonomia speciale”, è il cosiddetto federalismo asimmetrico. Come contributo, esempio e “provocazione” di una riforma in senso federalista e asimmetrico dello Stato si presenta questo disegno di legge costituzionale per la riforma dell’autonomia speciale della Sardegna con una Nuova Carta, Statuto o Costituzione che è il puro e semplice adattamento dello Statuto della Catalogna alla Sardegna stessa». È un brano tratto dal Disegno di Legge costituzionale d’iniziativa del senatore Cossiga, comunicato alla presidenza il 15 maggio 2006, dal titolo: Nuovo statuto della regione autonoma della Sardegna e cambiamento di denominazione della stessa in «Comunità Autonoma di Sardegna». Una vera “provocazione” del vecchio democristiano che aveva ricoperto per tutta la vita incarichi di grande prestigio e importanza nello Stato italiano, fino a diventare presidente della Repubblica. Ora era il tempo del “picconatore” – e delle sue estreme attenzioni e esternazioni a quello che avveniva nei Paesi Baschi. Un capovolgimento incredibile forse frutto di una resipiscenza tardiva? Chissà cosa direbbe oggi Cossiga dell’operazione di Salvini. E cosa direbbe dei sardi del Psd’Az.
Ci aiutano a capire qualcosa alcune considerazioni tratte dal libro del politologo Carlo Pala, Idee di Sardegna: «i partiti italiani in Sardegna hanno preso spunto da quelli etnoregionalisti; a differenza di quanto accaduto in passato, i partiti di ispirazione centrale hanno sposato battaglie nate in un alveo indipendentista o autonomista; l’aspetto più importante e non abbastanza evidenziato è l’impossessamento da parte di questi partiti di tematiche sarde ritenute nuovamente in grado di influenzare i cittadini e quindi i possibili elettori. Questo rende più credibile e più probabile il dialogo tra alcune forze indipendentiste e i partiti nazionali italiani; i partiti hanno dunque immesso nei propri circuiti rappresentativi a tutti i livelli di governo temi e modalità di azione propri di forze ritenute sino a qualche tempo prima antisistema: si è assistito a un processo inverso in cui le tematiche proprie di questi partiti, riaggiornate nel loro bagaglio ideologico specifico, sono state assunte anche dai partiti di ispirazione centrale. Il fenomeno si può definire la sardizzazione della politica isolana con continui interscambi tra la sfera della società sarda interessata alle diverse tematiche e la sfera pubblica istituzionale».
Insomma, la politica italiana in Sardegna già dai primi anni duemila ha saputo ridefinire il proprio discorso: a partire almeno da Soru in avanti, i partiti “unionisti” ormai usano e abusano di identitarismi, di tematiche sardiste e rivendicazioni autonomistiche. Si può per tutto citare la mozione in favore di un referendum per l’indipendenza che il consiglio regionale – a maggioranza “unionista”– non approvò per un solo voto.
C’è, di converso, una crisi del “sardismo”, e la parabola del PSd’Az è esemplare. Anche solo per quel che ha significato simbolicamente. Seguiamo ancora Pala: «Il PSdAz nel primo dopoguerra fu capace di realizzare una socializzazione politico-elettorale del popolo sardo realizzando una connessione organica tra i movimenti popolari – reattivi in determinate contingenze socioeconomiche, in periodi di crisi – e i fautori di una rivendicazione politica sardista. Il PSd’Az del secondo dopoguerra è ormai privo della dimensione di massa e spostato a destra, in una fase “ancillare alla DC”, tra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta. Dalle elezioni regionali del 1953 a quelle del 1979, il PSd’Az crollò dal 7 al 3.3 percento; dopo la crisi petrolifera e la conseguente crisi dell’industrialismo petrolchimico su cui si basava la Rinascita, il PSd’Az – nel quale confluirono anche esponenti del neosardismo indipendentista dichiarato, fino a dichiararsi formalmente indipendentista a seguito del XX congresso del 1981 – nel 1984 raccolse il 13.7 percento dei suffragi, ridotti al 12.g cinque anni dopo per poi declinare a seguito della fallimentare giunta Melis. Il Partito non riuscì più a realizzare quella necessaria connessione organica e a riformare la propria organizzazione e le proprie politiche simili a quelle dei partiti italiani».
Il Partito Sardo d’Azione (PSd’Az) fu fondato nel 1921 da Davide Cova, Camillo Bellieni, Emilio Lussu e altri ex-combattenti della Prima guerra mondiale, provenienti principalmente dalla Brigata Sassari, su un programma autonomista. Ma prima Bellieni, mutilato di guerra, aveva fondato a Sassari il settimanale «La Voce dei Combattenti», mentre in agosto era nato, sotto la direzione di Vitale Cao, «Il Solco» al quale collaborava.
Il 16 novembre 1919, l’Associazione Nazionale Combattenti si presenta alle elezioni politiche nazionali come lista del Partito dei combattenti e ottiene il 4,1 percento e 20 seggi. In Sardegna, sono eletti tre deputati. Il 16 aprile 1921, al IV Congresso dei combattenti sardi, Bellieni preme per il superamento della struttura associativa e la trasformazione del movimento combattentistico regionale in partito politico, proponendo quattro punti programmatici: sovranità popolare, autonomia amministrativa, autonomia doganale, questione sociale, e il 17 aprile 1921, con l’approvazione dei quattro punti citati, nasce ufficialmente il Partito Sardo d’Azione, di cui Bellieni è eletto segretario.
Alle elezioni politiche del maggio 1921, il Partito Sardo d’Azione raccoglie circa 1/3 dei consensi elettorali dell’isola, cioè più del doppio dei voti socialisti e quasi tre volte quelli del PPI, il Partito popolare di Sturzo. Stavolta, tra gli eletti c’è anche Emilio Lussu. Lussu interviene per la prima volta nell’aula di Montecitorio l’8 dicembre 1921, in occasione del dibattito per la raggiunta indipendenza irlandese, precisando che il Partito Sardo d’Azione è autonomista e non separatista. La tesi è ribadita da Bellieni, al II Congresso del partito, nel gennaio 1922, esponendo l’ipotesi di un’Italia «riordinata su basi federali con la conquista delle autonomie regionali».
Si erano intanto formati, anche in Sardegna, i primi fasci italiani di combattimento. Il 4 novembre 1922, a Cagliari, i fascisti sono espulsi dal corteo e costretti a riparare sotto la protezione della polizia. Lussu subisce un’aggressione ed è ferito durante un comizio. Per tale motivo non può presenziare al voto di fiducia al governo Mussolini ma la contrarietà del Partito Sardo d’Azione al nuovo governo è espressa per bocca di Umberto Cao. Nel frattempo, la redazione del quotidiano autonomista «Il Solco» è incendiata e il militante Efisio Melis ucciso. Il 31 ottobre dell’anno seguente Emilio Lussu reagisce al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti, penetrati nella sua abitazione di Cagliari, con l’uccisione di un giovane squadrista. Il fascismo intanto ha soppresso tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Sardo d’Azione. Lussu è condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale, attraverso un’azione rocambolesca compiuta insieme a Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti, riesce a fuggire il 27 luglio 1929. Giunto a Parigi, nell’agosto del 1929, fonda il movimento antifascista Giustizia e Libertà, insieme a Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani, Francesco Fausto e Vincenzo Nitti. Poi, Giustizia e Libertà diventerà il Partito d’Azione e il Partito d’Azione si scioglierà nel Partito socialista: Lussu segue questa strada, ma il Psd’Az invece resterà.
Quand’era esule – dopo aver partecipato alla Guerra di Spagna – Lussu tra il 1936 e il 1937 scrisse un libro di memorie sulla Prima guerra mondiale, Un anno sull’Altipiano, ambientato sull’altopiano di Asiago, teatro dei più violenti combattimenti e della terribile guerra di trincea. Lussu, che pure era stato un acceso interventista e si era battuto con grande coraggio durante tutta la guerra, assume un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei comandi militari dell’epoca: per la prima volta nella letteratura italiana, viene raccontata l’irrazionalità e insensatezza della guerra, della gerarchia e dell’esasperata disciplina militare al tempo in uso. Una guerra che l’esercito italiano combatté sempre all’offensiva fino al 1917, logorandosi fin quasi all’esaurimento e crollando miseramente al contrattacco degli austro-tedeschi. Il racconto di Lussu si interrompe prima della rotta di Caporetto.
Da quel libro fu liberamente tratto, con la regia di Francesco Rosi e la sceneggiatura dello stesso Rosi, di Tonino Guerra e Raffaele La Capria, un film straordinario, Uomini contro, del 1970, con un’eccezionale interpretazione di Gian Maria Volontè, cui toccò la battuta chiave: «Basta con questa guerra di morti di fame contro morti di fame». Pochi altri film hanno saputo sottolineare la follia di un potere che nel nazionalismo trovava il proprio rafforzamento a discapito delle classi sociali subalterne, mandate al massacro senza alcuna remora.
Forse non fa oggi scandalo il patto elettorale tra il PSd’Az e Salvini. Però, Lussu, e non solo lui, si rivolterà nella tomba.

Nicotera, 23 gennaio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 25 gennaio 2018.

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