Ddl Zan: giusta la non ingerenza, ma ogni nazione ha il suo “spirito religioso”.

La nota informale, consegnata da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato Vaticana, all’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede il 17 giugno 2021, a proposito del Ddl Zan, in quanto il testo violerebbe, in alcuni punti, «l’accordo di revisione del Concordato» – ha immediatamente infiammato la chiacchiera pubblica, quella che viaggia ormai per lo più sui social, e il dibattito politico, quello che viaggia ormai per lo più nelle “dichiarazioni” ai media di questo o quel personaggio di partito. C’è chi ha subito parlato di inammissibile “ingerenza” della Chiesa e chi all’opposto si è subito compattato in schiere rivendicando quanto aveva sin qui detto e fatto contro il Ddl Zan, ringalluzzito per la propria posizione – “in hoc signo vinces”.
Non sono preparato sul Ddl Zan, e quindi non dirò di questo. Non sono neppure preparato sul Concordato, e quindi non dirò neppure dei “sottili” distinguo costituzionali e diplomatici che sono stati fatti, in quanto il Vaticano ha parlato da Stato a Stato.
Dirò invece della separazione tra Stato e Chiesa. Che, come ci viene inculcato fin da piccoli, è il principio fondativo di ogni statualità, il principio elementare per cui, da cittadini, siamo sottoposti alle leggi dello Stato – e le discutiamo e le approviamo o le critichiamo – e da fedeli, se lo siamo, ci raccogliamo nell’ecclesia spirituale, dove di certo non si parla di fiscalità, di recovery fund e di casse integrazioni ma di come possiamo restare legati alla parola di Dio e di come esserne degni nelle nostre opere. D’altronde, sappiamo (Marco 12,13-17) che: «Gli mandarono però alcuni farisei per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: “È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?”. Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: “Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda”. Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Gesù disse loro: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. E rimasero ammirati di lui».
E se conosciamo la storia di questo paese, sappiamo che il Risorgimento e quindi il movimento che portò all’unificazione nazionale fu contrassegnato da uno “spirito” (si disse: laico, massone, repubblicano) fortemente critico nei confronti della Chiesa. Che era però potere temporale – e basterebbe pensare allo Stato pontificio – oltre a esercitare una influenza tra le monarchie d’Europa per mantenere uno status quo, una “rendita perpetua” dalla sua posizione. La breccia di Porta Pia – un piccolo squarcio in un muro che era già “storicamente crollato”, proprio come crollò il muro di Berlino – sembrò allora, al potere cattolico, una vittoria del Diabolico. Ne sono rimasti strappi e strascichi, anche se la Storia si è sempre occupata di adire a concrete mediazioni, piuttosto che tornare indietro e ricominciare.
Eppure, il “sentimento cattolico” alberga cocciuto in questo paese, benché le statistiche continuino a dirci che il numero degli italiani che professa con regolarità la propria religione va riducendosi anno dopo anno, anche se ancora sopra il 60 percento – ma per l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti non superano il 25 percento, insomma una minoranza corposa. Ma tanti o pochi che siano, i cattolici non hanno solo “segnato” la nostra storia, ma continuano a esserne protagonisti.
Quello che io penso è che esista uno “spirito religioso” in ogni paese, in ogni popolo. Per dire, non riesco a pensare agli Stati uniti e alla loro Dichiarazione di indipendenza – in cui si recita: «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità» – senza pensare al fatto che lì erano sbarcati pellegrini, ugonotti, calvinisti, provenienti dall’Europa dove erano stati perseguitati per il loro credo religioso. E che l’influenza di un credo religioso “alitò” sul testo di una costituzione.
Non riesco a non pensare – d’altronde, lo ha già fatto Weber – alla Germania e all’etica del capitalismo, senza pensare all’influenza del protestantesimo, anche se non so dire se fosse un bene o un male che i paesi cattolici d’Europa (l’Italia, la Spagna) proprio per il loro cattolicesimo ne siano rimasti un po’ defilati, diciamo. Non riesco a non pensare ai puritani di Cromwell e a quello spirito religioso “egualitario” che li portò a decapitare Carlo I e la monarchia, che era lì per diritto divino. Non riesco a non pensare alla “resistenza” della Chiesa ortodossa russa, le cui chiese venivano rase al suolo, come quella del Cristo Salvatore nel 1931 per odine di Stalin, per fare posto a stadi e luoghi pubblici – ma è risorta.
Non riesco a non pensare a quella straordinaria dinamica sociale che è stato il movimento per i diritti civili degli anni Sessanta negli Stati uniti senza tenere conto del ruolo importante che vi ebbe la Chiesa afro-americana, i cui luoghi di culto venivano bruciati (a volte, con i fedeli dentro – una cosa molto “europea”, nelle persecuzioni agli eretici) ma poi ricostruiti ancora più grandi, ancora più popolati. L’eloquio del dottor Martin Luther King era “profetico” («I have a dream») ma guidò il Risveglio americano. Perché quelle parole scossero non solo i neri, ma la società intera: «tutti gli uomini sono creati eguali; essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti».
Perciò, certo «a Cesare quel che è di Cesare», ma come posso stare dalla parte di Cesare, il cui primo articolo costituzionale recita: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» – ma poi lo tradisce continuamente, sistematicamente? Nel nome del laicismo sono state commesse atrocità, non meno che nel nome di Dio.
«Guarda, i signori e i prìncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5, 8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea, 3, 2–4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca». Sono le parole di Thomas Müntzer, in Confutazione ben fondata, 1524, quelle che guidarono la “rivolta dei contadini” nel Cinquecento in Germania e che fu repressa in un bagno di sangue, con la benedizione di Lutero medesimo, che scelse i prìncipi e la stabilità, piuttosto che i pezzenti e l’egualitarismo. Perciò, certo, c’è protestantesimo e protestantesimo, come c’è cattolicesimo e cattolicesimo.
Ma si può essere bigotti anche da laici. Io credo questo: che i grandi movimenti di rinnovamento e di risveglio sociali sono sempre attraversati da un sentimento “religioso”, da una propria “spiritualità”. Che creano un proprio “verbo” – quand’anche le parole siano: salario, dignità, diritti.
Forse, nel separarci dalla Chiesa in nome dello Stato abbiamo perso il bisogno di spiritualità.

Nicotera, 23 giugno 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 24 giugno 2021.

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