Pablito, per come lo ricordo io.

In quell’estate del 1982 ero a Rebibbia. C’ero arrivato per un processo. Dai carceri speciali, il circuito dei camosci: li avevo girati quasi tutti, Cuneo, Fossombrone, Palmi, Trani, Badu ‘e Carros. Mi avesse dato ognuno il suo adesivo di ricordo, li avrei collezionati sul mio zaino e ora sarebbero stati in bella mostra. M’avevano messo in un reparto isolato, “in transito”, i miei coimputati stavano tutti assieme da un’altra parte: una banda che si era sciolta da un pezzo, quasi tutti rientrando nei ranghi, e che adesso un paio di pentiti chiamavano a render conto dei reati. Non ciascuno per quello che aveva commesso, ma tutti per quello che ognuno aveva commesso – si chiamava “concorso morale”. Io ero in cella con Valerio. Morucci.
Eravamo entrambi stanchi – ci sembrava ormai tutto finito, tutto impazzito. Cercavamo una via d’uscita. E non era facile: lui se n’era andato portandosi dietro soldi e armi – e quegli altri non è che l’avessero presa proprio bene. Io avevo tutta un’altra storia ma gli esiti sembravano uguali. S’era provato a discutere, erano girati dei documenti: scritti su una carta velina più velina delle cartine da sigaretta. Ma nessuno aveva voglia e capacità di discutere – un piano inclinato su cui si rotolava lentamente, inesorabilmente. Dopo Moro, non c’era più via d’uscita. Un esito suicida e mortale.
C’era un caldo infernale – un’estate di quelle che si scrivono nelle serie storiche. Noi non avevamo modo di andare all’aria, non c’era neanche un cortiletto in quel reparto, e la cella era rovente. Peraltro, infestata di zanzare. Subito al di là delle sbarre – eravamo a un primo piano – vedevamo della sterpaglia e degli scoli di qualche tubatura. Valerio, che si innamorava facile dei marchingegni, aveva avuto la balzana idea di chiedere un aggeggio che emettendo un ultrasuono le allontanasse. Garantito. Aveva fatto la sua brava domandina – brigadiere, domandina – e in direzione ci avevano pensato su parecchio: chissà cosa poteva combinarci con quella diavoleria, ma poi s’erano convinti che fosse innocua e gliel’avevano data. Ovviamente, sembrava invece richiamarle come suoni d’amore. Un inferno. La geometrica potenza, mah.
Stavo sempre con i piedi ammollo in una bagnarola striminzita: dopo due minuti l’acqua era già calda. Così, bagnavo delle asciugamano, poi le strizzavo e le tenevo addosso. Ci dormivo a volte. Per ammazzare il tempo, giocavamo a ricordarci i film – quelli del carcere li sapevamo tutti, anche le battute. «Ehi boss, mi levo la maglietta». «Ehi boss, sto togliendo il cappellino». Nick mano fredda, Quella sporca ultima meta. Ma anche se hai visto tutti i film del mondo sul carcere, del carcere non sai una sega. L’avevamo capito presto. Oppure, giocavamo alle strade di Roma, i vicoli, gli incroci, gli slarghi, le edicole. Ma se sui film litigavamo alla pari (una volta non ci parlammo per giorni, per via di Michael Sarrazin, che sta in Non si uccidono così anche i cavalli? ma adesso non mi ricordo più perché, forse perché era fidanzato a Jacqueline Bisset e ne eravamo entrambi gelosi), su Roma era imbattibile, sapeva pure i tombini delle strade. D’altronde.
C’era un televisore piccolo piccolo, in bianco e nero, che stava appollaiato come un gufo su un trabiccolo in alto che per vederci qualcosa dovevi starci vicino in piedi. Eravamo incollati lì. È lì che vedemmo il mondiale di Spagna. Valerio di calcio non ci ha mai capito niente e con i piedi era un disastro, troppo legnoso – anche se poi gli facemmo fare il falso nueve, quando riuscimmo a stare in mezzo agli altri e c’era un campetto e mettemmo su le squadre e avemmo anche un pezzetto di gloria nel torneo con gli altri reparti. Con i “comuni”.
Fu un mese di passione. Sentimenti a vagonate, saliscendi emotivi. L’inizio lo sapete tutti – tre pareggi pasticciati con formazioni che non erano certo fulmini di guerra e una squadra completamente in panne. Bearzot che decide il silenzio stampa – e quel Rossi, nella polvere e sull’altare, che s’era portato dietro a tutti i costi e che sembra dormire in mezzo al campo.
Poi, i miracoli, uno dietro l’altro – che non è vero che i miracoli non si ripetono nello stesso luogo e nello stesso tempo. L’Argentina, il Brasile, la Polonia e infine la Germania, smentendo la dannata battuta di Lineker: «Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince». Beh, se c’è l’Italia con la Germania, alla fine vince l’Italia.
Gioimmo dei gol di Pablito, uno per uno, sembravano impossibili e sembravano così facili – come pazzi, in quei pochi metri quadri, ci abbracciavamo, saltavamo sulle brande, facevamo un casino infernale, sbattendo le cose, quelle poche che non erano cementate o imbullonate. Ci sentivamo vivi, stupidamente felici. Una volta venne pure la squadretta delle guardie – magari gli rodeva il culo che eravamo così entusiasti e volevano menarci ma, giuro, mi pare di ricordare che abbracciai pure il capoguardia gridando gol gol gol.
Per me Pablito è questa storia qua e lui non saprà mai quanto io gli possa essere stato grato.

Nicotera, 10 dicembre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’11 dicembre 2020.

Questa voce è stata pubblicata in società. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...