Italia-Germania: 4 a 3, il riscatto degli straccioni.

Avevo vent’anni. E non permetterò a nessuno di dire che ci fosse un’altra età migliore per vedere Italia-Germania nel 1970. L’anno prima ero andato a Milano, a lavorare in fabbrica, all’Alemagna – parlavamo tanto, di classe operaia, e pensai che andare a vederla “in carne e ossa” fosse la cosa giusta da fare. Il Sessantotto – e quel mondo perbenista e parruccone che si sbriciolava sotto i nostri occhi – era ormai alle spalle: eravamo diventati più ambiziosi. O forse solo più sconsiderati. Così, mi ero fatto la mia valigia e me n’ero andato su a Milano con il mio treno del sole: in fabbrica, dove mi avevano preso dopo avermi controllato la dentatura come i cavalli, mi chiamavano “Napule” e in città bazzicavo Lotta continua e il Movimento studentesco ma il 12 dicembre, dopo la strage di piazza Fontana, ero lì, in piazza Duomo, con gli operai della Pirelli. Poi, dalla Sicilia era venuta Paola a prendermi: sulla metro mi addormentavo – facevo i turni di notte – e ripetevo il gesto meccanico che facevo in fabbrica, non era cosa. Così, tornai al sud a fare i collettivi operai-studenti.
Guardavamo la partita io, Aldo il meccanico e Matteo e Santino gli edili e Scognamiglio il baraccato e Tano e Michele e Fulvio, l’impettito studente-medio, e Rosetta e tutte le compagne e chissà quant’altri: arancini, focaccia, birra – di cos’altro hai bisogno? Paola era incinta, con un pancione grande grande. Non aveva mai avuto problemi durante la gravidanza, ma ora che si avvicinava il momento si affaticava facile – avevamo traslocato da poco, una casa tutta per noi, la nostra prima, andando via da quella “di studenti” dove avevamo vissuto in coabitazione e che era ormai diventata “la sede” del collettivo.
Non ricordo da chi fossimo, ricordo solo che eravamo molto vicini a casa nostra, come una precauzione – se Paola si fosse stancata troppo ci avremmo messo niente a tornare a piedi, era anche una bella sera di giugno, tiepida e piena di profumi. D’altronde, era solo una partita come le altre, i tedeschi ci avrebbero magari messo niente a farci a pezzi e poi tutto sembrava andare storto a quel mondiale: Anastasi che appena arrivato si sente male, e dall’Italia arrivano Prati e Boninsegna, e Lodetti (il terzo polmone di Rivera, quello che correva al posto suo) viene sgarbatamente rimandato indietro come a indicare che non c’era posto per “l’abatino”, e poi tutta quella verbosa polemica su Mazzola e Rivera e poi la decisione della “staffetta”, il compromesso storico anticipato nel pallone, niente alternanza di governo ma solo pasticci: un tempo per uno non fa male a nessuno. Ma noi, noi del collettivo operai-studenti, eravamo lì per Gigi Riva e per quel Cagliari che a aprile aveva vinto lo scudetto del 1970 e significava il riscatto della provincia e del Sud e aveva una sua ossatura in azzurro, con Albertosi e Cera e Domenghini e pure quel Niccolai che magari avrebbe fatto sempre panchina ma di nome faceva Comunardo, epperciò.
Tanto scarsi poi non è che eravamo, per la verità: vero che venivamo dal Mondiale del 1966 e dall’eliminazione per mano della Corea del Nord (sic!) e per piede del signor Pak Doo Ik – un nome che sarebbe entrato nell’immaginario collettivo nazionale molto più di quello della dinastia dei Kim – e dai pomodori tirati addosso ai giocatori di ritorno da quel disastro; ma, per dire, avevamo vinto il Campionato europeo del 1968 – anche se ci aveva aiutato una monetina che aveva promosso noi alla finale e scartato la Russia – e Rivera aveva preso il Pallone d’oro del 1969 (con 83 punti) che dovremo aspettare il 1982 e un Mondiale vinto per vederne un altro assegnato a Pablito Rossi, e secondo era stato Gigi Riva (con 79 punti) e il temibile tedesco Müller solo al terzo posto (con 38 punti) e Johan Cruijff che ancora non era Johan Cruijff solo al quarto. E sempre l’anno prima il Milan aveva vinto la Coppa dei Campioni e l’Intercontinentale in una finale con l’Estudiantes che gli argentini avevano trasformato in una caccia al milanista dagli spogliatoi al campo di calcio eppure avevamo tenuto botta e tanto abatini non eravamo perciò. Ma i tedeschi sono favoriti e noi non convinciamo, magari sarà una partita come le altre. E invece.
E invece sarebbe diventata come gli Orazi e i Curiazi – che poi è il principio del catenaccio che vince giocando di astuzia e rimessa – o come la disfida di Barletta e Ettore Fieramosca e Fanfulla da Lodi, e si sarebbe raccontata per sempre dai padri ai figli e ai figli dei propri figli e ci avrebbero messo la targa allo stadio Azteca dove si giocò: «Italia (4) y Alemania (3) protagonistas del Partido del Siglo».
Che era cominciata in discesa, visto che segniamo all’ottavo minuto e poi alziamo le barricate – com’è nostro costume, una partita brutta; e il primo tempo lo fa Mazzola – che negli spogliatoi a Rivera proprio non lo volevano che non tornava mai a dare una mano e ora che non c’era Lodetti, capirai – e il secondo lo fa Rivera che sennò al ritorno li mettevano al rogo, ai dirigenti, dai Paola che sta finendo e ce ne andiamo. E invece mentre stiamo sulla porta e ciao e ciao, Schnellinger che in tutta la sua vita avrà segnato si e no un gol e pure lui s’era convinto che fosse finita e se ne stava per tornare negli spogliatoi, gli arriva sta palla e zacchete te la mette dentro, che neanche il più consumato dei centravanti.
E niente, Paola, tocca che ci fermiamo ancora un po’. E il resto poi è storia nota e stranota – altrimenti che partita del secolo sarebbe. Di meno, si sa che quando Rivera fa la papera stratosferica che Albertosi se lo voleva mangiare lì, a crudo, a Paola ci vengono dei dolori – e andiamo a casa, mi dice. E allora andiamo a casa, che tanto finisce male e non voglio vedere. E neanche il tempo di scendere le scale e avviarci in quella sera tiepida e profumata e succede il finimondo, e si aprono le finestre – tutte le finestre del mondo – e tutti i balconi – tutti i balconi del mondo. E non ci possiamo credere, è una felicità pazzesca. Possiamo vincere, possiamo conquistare qualunque cosa. Gli straccioni sul tetto del mondo.
Una settimana dopo, sarebbe nato nostro figlio.

Nicotera, 12 giugno 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 giugno 2020.

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2 risposte a Italia-Germania: 4 a 3, il riscatto degli straccioni.

  1. Andrea Lilli ha detto:

    Bella storia, che ricordi

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