Addio a Kirk Douglas, il “leone” di Hollywood.

Il figlio dello straccivendolo (The ragman’s son – era il titolo della sua autobiografia, uscita nel 1988, un bestseller) era partito dal ghetto per arrivare in alto. Unico maschio, circondato da sei sorelle, era riuscito a andare all’Università, alla St. Lawrence, dove era uno studente modello, e un discreto atleta; era anche un buon lottatore e si pagò gli studi così, da wrestler professionista. Ma aveva scoperto la passione per la recitazione: aveva talento, lo presero all’Accademia d’Arti drammatiche, e si diplomò; faceva anche il fattorino d’albergo, per pagarsi gli studi, e il cameriere – nella sua autobiografia racconta di avere fatto più di quaranta “lavoretti”. Nato nel 1916, a Amsterdam (New York) da due immigrati russi – il padre era fuggito per non essere arruolato nell’esercito dello zar – Issur Danielovitch iniziò a dare forma alla sua passione e a recitare a Broadway, ma dovette arruolarsi nel 1941 in Marina per la Seconda guerra mondiale; ferito, nel 1943 era a casa, si sposò con Diana Dill da cui ebbe due figli, tra cui Michael (altri due figli nacquero da un secondo matrimonio). Finita la guerra, non vedeva l’ora di tornare a calcare le scene. Fu il suo agente a convincerlo che con quel nome nessuno lo avrebbe preso in considerazione – così Issur divenne Kirk, il personaggio dei fumetti che più amava, e Danielovitch divenne Douglas, il nome della sua insegnante di dizione. Aveva ragione l’agente, il cinema lo notò. In realtà fu la sua compagna di classe ai corsi di recitazione Lauren Bacall a insistere presso un produttore, perché gli venisse affidata una parte. E che parte ebbe! Faceva coppia con Barbara Stanwyck – già una star affermata. Lo notarono. L’anno dopo gliene fecero fare un altro, con Burt Lancaster. E da allora fu un film dietro l’altro: novanta in tutta la sua carriera (a proposito: con Lancaster, funzionò talmente bene che girarono sette film insieme, tra cui Sfida all’O.K. Corral; una volta Douglas disse: «Mi sono finalmente separato da Bart, e mi è andata bene. Adesso faccio solo film dove c’è un sacco di ragazze»).
Cominciò così la carriera di uno degli attori più iconici della “età dell’oro” di Hollywood – e anche dei più longevi: credo sia rimasta ormai, centenaria benché vispissima, solo Olivia de Havilland, l’indimenticata Melania di Via col vento – quando dire Warner Bros., quando dire Metro Goldwyn Mayer era dire l’industria cinematografica.
Era biondo, un gran fisico atletico, era irruento, una gran fossetta sul mento, occhi di ghiaccio, virile – fece quasi sempre la parte del villain, della canaglia, o anche, più brutalmente e come disse lui stesso, del “son of bitch”, del figlio di puttana. Clamorosa la sua interpretazione di Chuck Tatum in L’asso nella manica, dove interpreta un cinico giornalista, tagliato fuori dalle testate che contano per il suo carattere e finito a Albuquerque, che “inciampa” in una notizia che può diventare straordinaria e riportarlo in auge: un uomo è rimasto intrappolato in una grotta. Tatum fa ritardare le operazioni di soccorso, perché la notizia abbia il tempo di lievitare e lui diventarne il “grande narratore” – già vede il suo Pulitzer. Un circo Barnum si installa dove si stanno svolgendo i soccorsi: curiosi, giornalisti, venditori di hotdog – una folla che fiuta l’odore del sangue e dello scoop. Ma tutto andrà a rotoli – l’uomo nella grotta muore, e di Tatum si capisce lo sporco gioco.
Ma a un certo punto, 1957, Douglas fondò la sua propria casa di produzione – la Bryna (era il nome della mamma) Productions. Come disse una volta: «I make my own way. Nobody’s my boss. Nobody’s ever been my boss / nessuno è mai stato il mio boss». Odiava i grandi studios. Aveva già recitato ne Il grande campione, per il quale ebbe la prima delle tre nomination agli Oscar, che gli venne però aggiudicato solo nel 1996 per la sua straordinaria carriera, e in Brama di vivere, su Vincent van Gogh, che gli valse la seconda nomination. E aveva interpretato il coraggioso colonnello Dax in Orizzonti di gloria, diretto da Stanley Kubrik, uno dei film più anti-militaristi di sempre – pare che per il finale tragico, in cui vengono fucilati dei soldati, estratti a caso, accusati di codardia dal generale che aveva ordinato loro un attacco suicida contro i tedeschi, sia stato proprio Douglas a insistere perché restasse così, mentre Kubrik era disposto a una fine meno drammatica.
E è con la Bryna Productions che Douglas produce Spartacus – che era basato su una sceneggiatura di Dalton Trumbo tratto dal libro omonimo di Howard Fast – solo che sia Trumbo che Fast erano sulla “lista nera” del maccartismo. Douglas dichiara ai quattro venti che lo sceneggiatore sarà Trumbo – e è irremovibile su questo. Gli faranno i picchetti contro, quelli dell’American Legion, ma il film avrà un successo enorme – sarà per lungo tempo il film con i maggiori incassi della storia di Hollywood – e prenderà quattro Oscar, e si installerà per sempre nell’immaginario collettivo, così come lo Spartaco di Douglas.
Questo aspetto della sua biografia è sempre emerso poco, ma Kirk Douglas è stato un fiero oppositore dell’antisemitismo, presente in attività umanitarie e un buon “special ambassador”, ruolo per il quale ha ricevuto nel 1981 la Presidential Medal of Freedom. Nel 1996 aveva avuto un attacco di cuore, da cui lentamente si era ripreso.
Kirk Douglas è stato certamente una delle più grandi star di Hollywood e, altrettanto certamente, uno dei più ribelli.

Nicotera, 6 febbraio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 7 febbraio 2020.

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