Il prezzo della Brexit: un Regno unito che va in frantumi.

Ottomila anni fa eravamo ancora tutta una cosa – noi, l’Europa continentale, il nord e l’est Europa e la Gran Bretagna. A piedi, partendo da Pachino, potevo arrivare fino in Irlanda e anche più lontano. Poi, la fine dell’ultima glaciazione ci separò: si sciolsero i ghiacci e venne fuori la Manica, e tutto il resto.
Nell’Ottocento a qualcuno era venuto in mente di ricollegare le sponde di Calais e di Dover – ma l’impresa era davvero troppo aldilà delle tecnologie del tempo, benché l’intuizione fosse giusta. Bisognava scavare, e fare un tunnel. Ci misero tre anni precisi per bucare dando l’avvio ai lavori in contemporanea da una parte e dall’altra: iniziarono l’1 dicembre 1987 e si ricongiunsero l’1 dicembre 1990: tra i due scavi, c’era una differenza di 58 millimetri, un’inezia. Poi, ci vollero altri anni per completare l’opera e nel 1994 la regina Elisabetta e il presidente Mitterrand inaugurarono il Channel Tunnel – che comunemente chiamiamo Eurotunnel. Già, eurotunnel: una cosa che solo a nominarla oggi suona come una bestemmia.
Perché oggi è il primo giorno della fine di una nuova glaciazione, la Brexit, e la Manica sembra più larga che mai. Chi mai proporrebbe oggi un’impresa come il Channel Tunnel?
La più infuriata, triste ma infuriata – sad, overwhelmingly, angry – è Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese e leader dello Scottish National Party, perché gli scozzesi si trovano coinvolti e travolti da qualcosa che non volevano e contro la quale hanno votato ripetutamente: al tempo del referendum il Remain fu più elevato del Leave e alle ultime votazioni, che hanno consacrato la pervicacia di Boris Johnson e il suo percorso di addio all’Europa, l’unico posto in cui ai Tories le hanno suonate è stato proprio la Scozia, e in modo evidente, visto che l’SNP ha preso qualcosa come il 45 percento dei voti. Ma la decisione del voto e di Westminster è vincolante anche per gli scozzesi. A meno che. Dice ancora la Sturgeon: «We’re determined that there should come some hope for Scotland to have the choice to go down this path to one day – hopefully in the not too distant future – to get back to the heart of Europe / siamo convinti che ci sarà per la Scozia la possibilità di rifare questo percorso e tornare nel cuore dell’Europa». E aggiunge: «As an independent country». La Sturgeon da tempo chiede la possibilità di indire un nuovo referendum – quello precedente nel 2014 finì con la vittoria del No, ma – argomentano gli indipendentisti – al tempo si votò in una condizione completamente diversa da adesso, perché eravamo dentro l’Europa e il Si poteva essere inteso come un distacco dall’Europa, ma ora è tutto cambiato. Solo che per indire il referendum ci vuole il consenso del parlamento di Westminster, dato che non sta nei poteri e nelle autonomie del governo scozzese, e Boris Johnson ha già detto, che non se ne parla proprio.
Tra le fibrillazioni scozzesi, e l’inizio di analoghe questioni nel Galles, e, soprattutto, quelle irlandesi, perché da oggi la frontiera più vicina e reale tra la Gran Bretagna e l’Europa è quella che passa tra l’Irlanda del Nord (sotto il governo inglese) e la Repubblica d’Irlanda e una dinamica che porrà con più forza la logica della riunificazione – la Brexit corre il rischio d’essere l’inizio di un processo di frantumazione politica del Regno unito.
E tutto iniziò con David Cameron – un tempo neppure troppo lontano – il leader dei tories che, dopo aver vinto, appunto, il referendum scozzese nel 2014, si convinse che poteva vincerne un altro, quello sulla permanenza o meno in Europa. Nella sua campagna di rielezione, nel 2013, aveva fatto largo uso di formule euro-scettiche – magari era solo l’eredità delle trattative thatcheriane. Il nodo era soprattutto quello dell’immigrazione, anche perché intanto Nigel Farage soffiava sul fuoco. Cameron promise ai suoi elettori che se l’Europa non avesse voluto trattare avrebbe indetto un referendum. Al referendum, la sua posizione era per il Remain, ma intanto s’era scoperchiato il vaso di Pandora e la propaganda anti-euro ebbe la meglio: Farage, che non è mai riuscito a conquistare un seggio a Westminster per sé e il suo Ukip, ebbe la meglio. Poi Cameron si dimise e arrivò Theresa May, anche lei in una posizione difficile, a capo di un governo che doveva trattare la Brexit ma intimamente convinta del Remain. E poi arrivò Boris Johnson.
«We want you to stay» – ripete come un mantra Jill Morris, l’ambasciatrice britannica. Vogliamo che restiate. Ci sono circa 700mila italiani in Gran Bretagna, che lavorano, creano ricchezza. Ci sono migliaia di studenti nelle università britanniche. «Non cambierà nulla», assicura la Morris, e di certo questo è vero fino al 31 dicembre di quest’anno – che è la data definitiva della separazione. Anzi, fino a giugno, perché gli accordi dovrebbero essere ratificati entro giugno (si parla di accordi commerciali, sulla sicurezza, sulla scienza e l’istruzione). E dopo? Dopo, c’è lo spettro del “No deal” – una separazione burrascosa, senza uno straccio di accordo. Boris Johnson già parla di un “sistema a punti” per gli ingressi, sul modello australiano. Tu sì, tu no.
Beh, potremmo sempre emigrare in Scozia o in Irlanda, appena che saranno indipendenti.

Nicotera, 31 gennaio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’1 febbraio 2020.

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