La General Motors chiude impianti. E Trump parla con il «Washington Post».

Magari sarà perché non è in cima alla lista dei nemici pubblici – il «New York Times», la CNN, l’ABC, la CBS, questi sì, lo sono – però fa comunque notizia che per una volta il presidente americano non esterni a mezzo Twitter ma lo faccia con un’intervista a un giornale, il «Washington Post» – precisamente a Philip Rucker e Josh Dawsey. Anche se lo stile è quello – assertivo, diciamo così.
E si parla di tutto, dell’Afghanistan e dell’inchiesta Mueller sul Russiagate, della carovana dei migranti ormai sul confine tra Messico e Stati uniti e dell’Ucraina. Sono stati solo venti minuti di intervista ma si è detto un po’ di tutto e spesso si dice tutto e il suo contrario. Si parla soprattutto di economia. Che è stato sinora il fiore all’occhiello di questa amministrazione – il mercato finanziario a gonfie vele, le cifre della disoccupazione che sono scese a minimi storici – tanto da essere stato un cavallo di battaglia dell’ultima campagna elettorale, quella dell’elezione di mid-term, che ha visto i Democratici trionfare alla Camera e i Repubblicani tenere ampiamente il Senato. Lo stesso Obama scese in campo per dire che – beh un po’ di questo successo economico si deve anche a lui e alle sue iniziative: il che è sicuramente vero come è d’altronde vero che dall’insediamento di Trump il trend di crescita ha avuto un’accelerazione.
Qualcosa però comincia a scricchiolare – prima qualche giornata non proprio eccellente a Wall Street e ora l’annuncio della General Motors che chiuderà cinque impianti in Nord America e metterà a riposo il 15 percento della forza-lavoro, e parliamo di circa ottomila impiegati e più di seimila operai – e parliamo del Michigan, del cuore della fabbrica dell’automobile. E parliamo di uno Stato dove durante la sua campagna elettorale – il Michigan fu tra gli Stati decisivi per la sua elezione a presidente, e lo prese per soli diecimila voti – Trump aveva promesso che nessun impianto avrebbe chiuso e nessun posto di lavoro sarebbe stato perso. Nei giorni scorsi Trump aveva attaccato Mary Barra, Ceo della GM, come tempo fa aveva attaccato i capi esecutivi della Harley Davidson, che avevano deciso di spostare all’estero alcune lavorazioni per via di una guerra dei dazi che stava diventando penalizzante. Nell’intervista, Trump dice che in realtà non si stanno perdendo posti di lavoro, perché alcuni impianti stanno riportando indietro, in America, alcune lavorazioni, che è un curioso ragionamento economico.
Dice anche che lui non è neanche un pizzico contento della scelta che ha fatto di mettere Jerome H. “Jay” Powell a capo della Federal Reserve un anno fa e di come la Fed stia conducendo la partita: se alzi gli interessi sul denaro – e questo sta facendo la Fed – poi l’economia non funziona. «Sono proprio fuori strada, way off-base», dice Trump. E dice anche: «I have a gut – seguo il mio istinto, e il mio istinto mi dice molto di più di quello che può dirmi il cervello di chiunque altro». Eppure, per questa situazione lui non punta il dito contro nessuno, in fondo la nomina di Powell, un repubblicano che aveva servito anche con Obama, è stata una sua scelta. Quindi, abbiamo una “responsabilità” – la politica di innalzamento dei tassi di interesse della Fed – ma non abbiamo ancora un colpevole: non si capisce perché, allora, durante l’intervista lo citi ripetutamente per dire che non è soddisfatto della sua scelta e di come Powell stia guidando la Fed.
In realtà, l’intervista inizia parlando di Afghanistan – e del tre soldati americani uccisi in un attacco talebano. «Dopo diciassette anni, chiede Rucker, può spiegarci perché gli americani stanno ancora lì a combattere?» E il presidente risponde che tutti quelli che gli stanno intorno gli dicono che bisogna restare lì, altrimenti sarebbe peggio. « But we’re going to see what happens. We’re going to see what happens / Vediamo che succede». Il fatto è che da candidato Trump si dichiarò contro la guerra e invece, con lui presidente, il numero dei soldati è aumentato.
A proposito del recente «incidente navale» che coinvolge Russia e Ucraina, Trump dice che probabilmente non incontrerà Putin al global summit che si svolgerà in Argentina e che sta aspettando un resoconto su tutto l’accaduto, e che sarà determinante – ma forse questo incontro, già programmato, non ci sarà. Trump sembra più critico che nel passato nei confronti di Putin – « I don’t like that aggression, I don’t want that aggression at all» – ma dice anche che soprattutto all’Europa non dovrebbe piacere per nulla quest’aggressione, e alla Germania, che però non sta facendo assolutamente nulla, e che paga solo l’uno per cento per tenere in piedi la Nato, e ci si aspetterebbe che pagasse molto di più dell’uno percento. Insomma, dall’incidente nello stretto di Kerch si scivola a parlare dei contributi alla Nato – che è un’argomentazione quanto meno bizzarra.
Poi Trump discute del muro che vuole costruire al confine con il Messico – «we desperately need a wall». E se non c’è il muro è colpa dei Democratici, lui che può farci? Certo, può rimediare – c’è l’esercito, c’è il filo spinato, ci sono le barriere, e altre cose. Questo è quello che sta facendo. Ma la carovana dei migranti, insiste, non è una cosa buona per i Democratici – e va tenuto presente che la “guerra all’immigrazione” è stata uno dei pezzi forti della sua campagna alle mid-term, e che se ha funzionato per tenere il Senato non sembra essere stata una gran cosa per quanto riguarda la Camera. Però, insiste, è colpa di Obama, se ci si trova così, e di quei giudici che hanno bloccato la sua “riforma” del DACA. DACA sta per Deferred Action for Childhood Arrivals, e indica il provvedimento esecutivo del presidente Obama con cui, a partire dal 2012, i giovani giunti irregolarmente coi genitori negli Stati Uniti da minorenni hanno avuto accesso a uno status di immigrato regolare. Trump vuole farlo a pezzi.
Discutendo del cambiamento climatico – uno degli accordi internazionali da cui Trump ostinatamente ha voluto ritirare gli Stati uniti – il presidente dice: «You look at our air and our water, and it’s right now at a record clean / Guarda alla nostra aria e alla nostra acqua, hanno livelli di pulizia da record». Ma se si guarda alla Cina e a altre parti dell’Asia o al Sud America o altri posti, come la Russia, lì l’aria è incredibilmente sporca. Insomma, Trump non crede nel climate change e nell’allarme degli scienziati. Certo, dice, «There is movement in the atmosphere. There’s no question».
Nell’intervista, Trump parla anche d’altro, del Medio oriente, dell’omicidio del giornalista Kashoggi – su cui aspetta un report della Cia, perché alcune cose sono sicure ma non tutto è proprio sicuro – e del prezzo del petrolio e dell’indagine del giudice Mueller, su cui da due anni continuano a fargli domande e che è ancora lì e va avanti. E andrà avanti.
L’intervista finisce. E per ora accontentiamoci, che da domani ci tocca aspettare i suoi tweet.

Nicotera, 28 novembre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 29 novembre 2018.

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