Merkel e Macron fondano il sovranismo europeo.

Macron ha fatto pochi giorni fa un gran discorso al Bundesrat tedesco, che è il Consiglio federale dei sedici Länder e in particolare si occupa anche delle questioni legate all’Unione europea. E proprio di Europa ha parlato Macron. L’occasione era la commemorazione dei caduti di tutte le guerre, ma il presidente francese ha “attualizzato” la cerimonia – «Il nostro mondo è a un bivio», ha detto, mettendo in guardia contro il rischio che “il nazionalismo senza memoria” e “il fanatismo senza punti di riferimento” prendano il sopravvento. Lo dobbiamo a tutti quelli che hanno lavorato a un’Europa di pace negli ultimi settant’anni, ha aggiunto. E ha chiamato i tedeschi a quel ruolo che insieme ai francesi tocca loro: «L’Europe, et en son sein le couple franco-allemand, se trouvent investis de cette obligation de ne pas laisser le monde glisser vers le chaos et de l’accompagner sur le chemin de la paix / L’Europa e nel suo seno la coppia franco-tedesca si trovano investiti da questa responsabilità, non lasciare scivolare il mondo verso il caos e guidarlo sul cammino della pace». E benché qualche giornale abbia scritto che Macron abbia “flatté”, lusingato i tedeschi, non è stato in verità un discorso tutto rose e fiori. Ha detto, il presidente francese: «La Germania e la Francia sono state in grado di rimettere assieme l’Europa… ma va detto, la nostra gestione delle frontiere, la nostra difesa comune, la giusta regolamentazione dello spazio digitale, […] le nostre leggi fino adesso, hanno appena sfiorato queste questioni, e la nostra Unione le affronta ancora adesso con la prudenza del principiante». E allora, occorre un’Europa «più forte e più sovrana», che sia in grado di dotarsi degli strumenti necessari per esserlo. E ha indicato quali siano questi strumenti: una difesa comune, la capacità di decisione, la politica estera, quella migratoria e le iniziative di sviluppo, una parte crescente delle sue risorse e soprattutto di quelle fiscali. E infine, fare della moneta comune una moneta internazionale, dotandola di un proprio bilancio. Il Bundesrat ha applaudito, e non era per formalità.
Il “tono” di queste affermazioni era già contenuto nella “Dichiarazione di Meseberg” di giugno, firmata da Francia e Germania, Renewing Europe’s promises of security and prosperity, che inizia così: «Francia e Germania condividono un’ambizione comune per il progetto europeo: un’Europa democratica, unita e sovrana, un’Europa competitiva, un’Europa che è base di prosperità e difende il suo modello economico e sociale e la diversità culturale, un’Europa che promuove una società aperta, basata su valori condivisi di pluralismo, solidarietà e giustizia, sostenendo lo stato di diritto nell’UE e promuovendolo ovunque, un’Europa pronta ad affermare il suo ruolo internazionale per promuovere la pace, la sicurezza e lo sviluppo sostenibile ed essere un leader nella lotta contro il cambiamento climatico, un’Europa che affronta con successo la sfida della migrazione». Seguiva, nella Dichiarazione, una serie di paragrafi: Politica estera, sicurezza e difesa, Tassazione, Unione economica e monetaria (EMU), Ricerca, innovazione, istruzione superiore, digitale e spazio, Riforma delle istituzioni dell’UE. Di questi, veniva ripresa e articolata la questione del “bilancio europeo” nella Proposal on the architecture of a Eurozone Budget within the framework of the European Union – che è invece di novembre: «Un bilancio della zona euro è solo un elemento di una serie di strumenti diversi all’interno del quadro UE che promuove la competitività, la convergenza e la stabilizzazione nell’area dell’euro, compresi gli investimenti in innovazione e capitale umano. La coerenza tra queste politiche deve essere garantita. Le seguenti considerazioni delineano una possibile struttura di tale strumento nel quadro dell’UE tenendo conto dei principi della dichiarazione di Meseberg». Segue, anche qui, una serie di paragrafi: Focus sull’Eurozona, Basi giuridiche, Quadro di bilancio e risorse, Governance, Connessione con il MFF (Quadro finanziario pluriennale).
Non è stato un discorso rose e fiori, quello di Macron: «È preferibile restare fermi nel nostro immobilismo?», ha chiesto al Bundesrat. La lotta alla sfida del populismo “n’est pas gagné”, ha avvertito, e occorre assumersi dei rischi e superare le reticenze. E se qui possono leggersi delle critiche rispetto “la lentezza” con cui i tedeschi vanno affrontando questioni europee che Macron considera cruciali, come la moneta e la fiscalità comune, o come la tassazione dei grandi colossi informatici del GAFA (Google, Apple, Facebook e Amazon) – è vero anche che la tessitura di una trama va avanti da un pezzo. A esempio, è da un po’ che si discute di una proposta per trasformare il seggio permanente della Francia nel Consiglio di sicurezza dell’Onu (quel seggio che dà diritto di veto) in seggio dell’Unione europea. Tante contrarietà e difficoltà, ma se ne discute, e questo è il senso politico. Come, è da un po’ che il ministro della difesa della Germania, Ursula von der Leyen, si è dichiarata favorevole all’idea di un esercito europeo, ovvero della «volontà politica di difendere con determinazione gli interessi europei laddove scoppi un conflitto», a cui ha fatto eco Nathalie Loiseau, ministro francese degli Affari europei, dicendo che la questione non è contro la Nato o «di essere contro gli Stati uniti, ma di prendere il nostro destino nelle nostre mani e non contare eternamente sugli altri».
Tutte questioni che hanno scatenato polemiche: Marine Le Pen ha definito “tradimento” la messa in discussione del seggio francese all’Onu, e Philippot, gran guru della destra, ha accusato Macron d’essere uno dei peggiori “collabos”, un collaborazionista, accusa che, per il pulpito da cui proviene, suona grottesca.
E questo – di un “fronte interno” che li vede indeboliti – è un elemento molto particolare in questo cammino comune di Macron e Merkel. Macron è oggetto di contestazione da parte dei “gilet jaunes” per l’innalzamento del costo del gasolio e per una serie di misure di inasprimento della tassazione, oltre che di restringimento di politiche sociali; Merkel, dopo i risultati non brillanti nelle ultime elezioni in Baviera e Assia, anche se non c’è stata la temuta ondata nazionalista dell’Afd, ha già preannunciato che lascerà la segreteria della Cdu, di fatto aprendo la gara per la sua poltrona, anche se resterà nel suo ruolo di cancelliera fino al 2021.
Eppure, sia Macron – che ha messo insieme una formazione politica in sei mesi, En Marche, vincendo quelle elezioni presidenziali che a un certo punto erano sembrate una passeggiata per Marine Le Pen, proprio giocando la “carta europea” a petto di un paventato neo-nazionalismo autarchico – sia Merkel, hanno probabilmente capito che il destino di Francia e Germania si gioca proprio rilanciando l’idea d’Europa. È difficile dire quanto del liberismo di Macron e dell’ordoliberismo della Merkel possano temperarsi nell’immaginare e costruire un’Europa di investimenti e diritti e capitale umano – un’insistenza in tutti i documenti ufficiali sui “bilanci in regola” lascia intendere che l’austerità è ancora in agguato. Di certo, la consapevolezza che “l’immobilismo” di questi anni abbia finito con il far lievitare i nazionalismi più esasperati ha preso alloggio a Berlino e Parigi.
La “campagna di maggio” verso le europee del 2019 di Macron e Merkel è perciò iniziata e va avanti. Da alcune dichiarazioni, ma anche dalle prese di posizione sull’Italia e sulle “speranzose” elaborazioni economiche del governo, sembra che anche la “lega anseatica” dei paesi del Nord possa prendere il treno di Francia e Germania, così come l’Austria. Non è certo tutta l’Eurozona, ma comincia a affiorare il sospetto politico che non tutta l’Eurozona potrebbe ritrovarsi alla fine di questo percorso di “rinnovamento” dell’Europa. Il primo segnale di una “fine dell’immobilismo” è stato quando, a settembre, il parlamento europeo ha sancito a maggioranza l’avvio di una procedura contro l’Ungheria di Orbàn a causa delle preoccupazioni sullo stato di diritto nel paese. Magari non provocherà nulla sul piano effettivo, ma il segnale politico è stato significativo. E a maggioranza.
Alle europee di maggio, con molta probabilità questo scontro tra una rinnovata continuità europeista, guidata da Merkel e Macron, e l’arrembaggio dei nazionalismi sarà evidente. E sarà dominante. Quello che manca, in questo quadro, è una voce altrettanto forte di una sinistra europea.

Nicotera, 19 novembre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 novembre 2018.

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