Usa, 6 novembre: arriva l’onda blu democratica?

In Arkansas, il 6 novembre, si vota anche per un referendum se aumentare «the current state minimum wage from eight dollars and fifty cents ($8.50) per hour to nine dollars and twenty-five cents ($9.25) per hour on January 1, 2019, to ten dollars ($10.00) per hour on January 1, 2020, and to eleven dollars ($11.00) per hour on January 1, 2021». Anche in Missouri, dai 7.85 attuali ai 12 dollari del 2023. Parliamo di cifre lorde. I salari americani non sono alti, anzi. Bisogna ricordare questo, quando si dice che l’economia sta andando alla grande.
Sono centocinquantacinque i referendum del 6 novembre, insieme alle elezioni di mid-term. In North Dakota e Michigan, i cittadini decideranno se legalizzare la marijuana a scopo ricreativo; in Oklahoama, Utah e Missouri, a scopo medico. Poi ci sono referendum sull’aborto – in genere di carattere restrittivo, come in Alabama, dove si vota per un emendamento alla legge in cui si chiede allo Stato di «riconoscere e sostenere la sacralità della vita non-nata e i diritti dei bambini non-nati, incluso il diritto alla vita». E poi, referendum ambientalisti, sull’energia, le tasse eccetera eccetera. E si vota anche per eleggere i nuovi governatori di 36 stati, tra cui la Florida, l’Ohio, il Wisconsin, l’Iowa e il Nevada. Un’orgia elettorale. Va considerato che mediamente alle elezioni di mid-term partecipa il quaranta per cento degli elettori. E che proprio qui, sulla motivazione e la partecipazione si gioca la partita.
Come andrà il 6 novembre? Trump perderà o si rafforzerà? Il partito democratico – “the blue wave”, l’onda blu – riuscirà a ribaltare la situazione e soprattutto a riprendersi dopo la sconfitta di Clinton? Tu prendi un articolo oggi e uno domani e dicono due cose completamente diverse. Due settimane fa il «Washington Post» affermava che l’onda democratica di cui si andava discutendo era scemata notevolmente, dopo la polarizzazione dello scontro per l’elezione alla Corte Suprema del giudice Brett Kavanaugh e l’insistenza di Trump che era riuscito a portare a casa la vittoria; cosa che – benché avesse spaccato il paese a metà – aveva galvanizzato i suoi elettori, soprattutto quella destra repubblicana religiosa, protestante e cattolica, che vedeva nell’elezione di Kavanaugh, giudice oltremodo conservatore, e con la precedente elezione del giudice Neil Gorsuch, uno spostamento a destra degli equilibri della Corte e quindi l’occasione per non far passare ulteriori sentenze progressiste, anzi di rivederne quelle sui “valori fondamentali”, la vita, cioè l’aborto, a esempio, o i matrimoni gay o i diritti dei transgender. Insomma, il «Washington Post» sembrava limitare l’avanzata democratica ai ricchi sobborghi, mentre i distretti “conservatori e rurali” dove Trump era popolare restavano saldamente in mano repubblicana.
Poi, la settimana scorsa leggi il «New York Times» e ti racconta una storia completamente diversa, che i democratici hanno ottimi candidati, sostenuti da una straordinaria raccolta di fondi senza precedenti, anche nelle “aree più conservative ed extraurbane” e che il “campo di competizione”, cioè i seggi in bilico, è andato ben oltre i quaranta seggi e coinvolge luoghi da sempre profondamente repubblicani come la Carolina del Sud, e insomma l’onda blu sta arrivando.
Qual è la verità?
Intanto, vediamo che cos’è in gioco. Al Senato – dove i seggi sono 100 e ogni Stato elegge due senatori, indipendentemente dalla sua grandezza e popolazione, fosse il piccolo Vermont o l’immensa California – i Repubblicani possono contare su 51 seggi, e i Democratici su 47; altri due seggi sono occupati da senatori indipendenti che però stanno quasi sempre dalla parte dei Democratici (uno di questi è Bernie Sanders). Sembrerebbe bastare perciò anche un piccolo spostamento per ribaltare la situazione, ma le cose non stanno così. In gioco c’è solo un terzo dei seggi e questi 35 seggi sono quelli in cui i Democratici hanno diverse difficoltà: i senatori restano in carica sei anni e questi in carica sono stati eletti “nell’era Obama” ma le cose sono cambiate molto nei loro Stati, dall’arrivo di Trump.
Alla Camera – dove i seggi sono 435 – i Repubblicani controllano 235 seggi contro i 193 dei Democratici (sette sono vacanti, e saranno riempiti il 6 novembre). I Democratici hanno bisogno quindi di conquistare almeno 22 seggi per riavere la maggioranza, e se, come dice la gran parte dei sondaggi, in ballo ci sono circa 100 seggi, allora conquistare la Camera potrebbe essere possibile per i Democratici. Non è sicuro – e non è solo una cautela dovuta all’imprevedibile vittoria di Trump. È che basta anche un lieve spostamento del 2 percento nei distretti più in bilico verso i Repubblicani e cambia tutta la situazione. E va tenuto presente che i Repubblicani hanno “lavorato” molto in questi ultimi anni per riconfigurare i distretti in maniera che il voto risulti più favorevole a loro, così come hanno “lavorato” per rendere più difficile il voto per quei cittadini che presumibilmente voterebbero democratico (afro-americani e nuovi immigrati).
In sintesi, uno dei siti più accreditati per i sondaggi, FiveThirtyEight, dice che i Democratici hanno l’84 percento di possibilità di conquistare la maggioranza alla Camera, mentre i Repubblicani hanno l’82,3 percento di mantenere la loro maggioranza al Senato. E questo scenario può accadere cinque volte su sei. Quindi significa che è altamente probabile, ma che se si votasse sei volte, almeno una può accadere che invece le cose non vadano così.
E in gioco ci sono anche i governatori di 36 Stati, e alcune sfide sono molto difficili, ma di grande interesse. Come quella che vede la democratica Stacey Abrams e il repubblicano Brian Kemp affrontarsi per la carica di governatore della Georgia. Se vincesse la Abrams sarebbe la prima donna nera a diventare governatore in uno Stato americano, mentre se la spunta Kemp continuerà la striscia vincente repubblicana in Georgia che dura dal 2002. O anche in Florida, dove oggi governano i Repubblicani e dove il candidato dei Democratici, Andrew Gillum, sindaco afroamericano di Tallahassee, “rischia” di vincere: lo scontro è stato sinora molto duro, Trump ha accusato Gillum di essere un “thief stone cold”, un ladro a sangue freddo in una delle città più corrotte d’America, e Gillum gli ha risposto: «Never wrestle with a pig. You both get dirty, but the pig likes it / Non fare mai una rissa con un maiale. Vi sporcate entrambi, ma lui ci prende gusto».
«It’s the economy, stupid», fu lo slogan vincente di Bill Clinton nella campagna presidenziale nel 1992, quando riuscì a scalzare George Bush padre, in un’impresa che sembrava impossibile, dopo la prima guerra del Golfo, quando il suo tasso di approvazione sfiorava il 90 percento. Eppure il “fronte interno”, quello dell’economia, era sguarnito, e su quello puntò Clinton, e vinse.
The economy is good. Così titolano molti giornali economici. Il mercato azionario, secondo le valutazioni di S&P 500, era poco dinamico prima dell’elezione di Trump e poi è cresciuto rapidamente, anche se ora ha piccole pause ogni tanto. The Consumer Confidence, una misura di cosa la gente “sente” riguardo l’andamento dell’economia e è considerato un buon indicatore delle aspettative di crescita, è schizzata in alto, dopo l’elezione di Trump. il tasso di disoccupazione è sceso ancora, fino al 3,7 percento – un dato che non si raggiungeva da decenni. E con Trump sono stati creati 4.2 milioni di posti di lavoro – e molti sono proprio in quella “manifattura” che ha dichiarato di voler difendere. Anche i salari sono leggermente cresciuti, dello 0,2 nell’ultimo trimestre, e dello 0,4 nel trimestre precedente. È vero che questo trend positivo era iniziato già con Obama, e lo stesso Obama ha voluto sottolineare: «Quando senti parlare di tutti questi miracoli dell’economia, ricorda chi ha iniziato tutto». È innegabile che con Trump le cose si siano messe a correre, effetto molto probabile di un’economia “drogata” all’inizio dal taglio delle tasse, dall’aumento dei dazi protezionistici e da una “percezione” migliore.
Durerà? E chi può saperlo? Le elezioni di mid-term sono tra pochi giorni e la campagna presidenziale 2020 è d’altronde già cominciata e il primo inning si gioca proprio il 6 novembre.

Nicotera, 2 novembre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 3 novembre 2018.

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