Wall Street rallenta, la guerra dei dazi con la Cina incalza.

C’è una curiosa procedura al Senato americano, per cui se un senatore, assente per causa di forza maggiore, si mette d’accordo con un collega che avrebbe votato in modo opposto al suo e questi, in aula, al momento del voto, dichiara “present”, praticamente accoppiando il proprio voto a quello del senatore assente, sostanzialmente li annulla. Ecco, è esattamente questo che ha fatto Lisa Murkovski, senatore repubblicano dell’Alaska, che è rimasta fino all’ultimo contraria a mandare Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, ma ha accoppiato il suo “no” al “sì” del senatore Steve Daines che aveva fatto sapere che non poteva essere presente in aula perché sua figlia si sposava in Montana. E al momento della chiama, invece di “no” ha detto “present”.
Lisa Murkovski ha spiegato che il suo era un piccolo gesto di cortesia verso un collega, augurandosi il moltiplicarsi di questi piccoli gesti di cortesia, da cui potrebbe nascere qualcosa di più importante – un augurio, con ogni evidenza, a superare la contrapposizione fiera di schieramenti, che è stata letale durante la presidenza Obama, per il Medicare a esempio ma non solo. E ha aggiunto che anche se il suo voto fosse stato un “no”, il risultato non sarebbe cambiato, da quando il senatore Susan Collins del Maine, fino a quel momento perplessa, aveva dichiarato che nulla nelle indagini, da molti giudicate frettolose e incomplete, svolte dall’Fbi sui fatti denunciati dal Christine Ford l’aveva convinta a votare “no”. Successivamente, dopo l’elezione di Kavanaugh, la Collins ha spiegato in un’intervista televisiva il suo voto: «Ho trovato la testimonianza della dottoressa Ford straziante, dolorosa, avvincente, e sono convinta che lei creda in ciò che ha testimoniato. Ma non credo che Brett Kavanaugh fosse il suo assalitore. Sono convinta che sia stata aggredita. Non so da chi».
Il risultato è stato di 50 voti a favore dell’elezione di Kavanaugh e di 48 contrari, un margine così stretto non si verificava da più di un secolo. Ma Trump ha ora un altro giudice repubblicano convinto – con posizioni apertamente conservatrici – e è la sua seconda nomina. Il primo era stato Neil Gorsuch e anche per lui è stato necessario forzare le regole: per eliminare l’ostruzionismo i repubblicani hanno usato la cosiddetta nuclear option (mai usata per nominare un giudice della Corte Suprema in tutta la storia degli Stati Uniti), che avrebbe consentito di approvare la nomina con una maggioranza semplice. Sono peraltro giudici giovani, intorno ai cinquant’anni, e considerando che la nomina è a vita avranno un peso importante nelle decisioni future della Corte suprema.
Dei nove giudici attuali, nello schieramento più liberal ci sono Stephen Breyer, e tre donne: Ruth Bader Ginsburg, Sonia Sotomayor e Elena Kagan. Nel fronte di destra ci sono Samuel Alito, italoamericano e cattolico, come il presidente John Roberts, entrambi nominati da George W. Bush, Clarence Thomas, afroamericano nominato da Bush padre (anche per lui, accusato di molestie nel 1991 da Anita Hill, la nomina fu turbolenta, e finì 52 a 48), e Kavanaugh e Gorsuch. Ma Breyer ha ottant’anni e la Bader Ginsburg ottantacinque, anche se è un tipo tostissimo: è sopravvissuta a due tumori senza perdere un giorno di udienza. Anzi, RBG è diventato un simbolo, il suo nome viene stampato su magliette, spille e adesivi: ha difeso l’aborto, la gratuità della pillola, ha fatto passare i matrimoni gay e l’assistenza sanitaria pubblica. Perché di questo discute la Corte Suprema: se i bambini neri possono andare nelle stesse scuole dei bambini bianchi, se le donne possono abortire, se i gay possono sposarsi, se la pena di morte si può fare e come, se si può bere alcol, se si può fumare marijuana, se anche uno fuori di testa può comprare un fucile mitragliatore come fosse una confezione da six pack di birre, e se il governo può dirti che devi nominare come medico della mutua.
Intanto, il Dow Jones ha perso, in due giorni consecutivi, circa 1.400 punti, e il Nasdaq (i titoli tecnologici) l’1.3 percento. Trump ne ha addossato la colpa alla decisione della Fed, la Federal reserve, di alzare il tasso di interesse, criticandola duramente: «La Fed sta sbagliando. Sono diventati matti. È una decisione che stavamo aspettando da un pezzo. Ma io sono completamente in disaccordo».
Il nuovo presidente della Fed è Jerome Powell, nominato a febbraio allo scadere della presidenza di Janet Yellen. Powell era già nel board della Fed, dove era stato nominato da Obama. Nei cinque anni della presidenza Yellen è stato sempre dalla sua parte – mantenendo i tassi di interesse prossimi allo zero, benché le richieste dei repubblicani fossero di salirli. La Yellen aveva prospettato un rialzo graduale nel caso in cui la crescita fosse rimasta stabile, il mercato del lavoro fosse dinamico, e l’inflazione si fosse alzata. Ora, il tasso di disoccupazione è sceso – al 4,3 percento, il minimo da marzo 2001, e Trump ne ha gongolato – ma anche il tasso di inflazione è salito, avvicinandosi al 2 percento, anche se il livello dei prezzi è cresciuto meno delle previsioni. Parallelamente, Powell ha alzato i tassi di interesse, portandoli al 2,5 percento.
Ma molto probabilmente, il rialzo dei tassi di interesse non è la causa dei nervosismi della Borsa, ma erano già in alto, a causa della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, una “guerra di dazi” che sinora mostra pochi segnali di risoluzione in tempi brevi.
Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha incontrato il governatore della banca centrale cinese Yi Gang in una conferenza della Banca Mondiale in Indonesia, un giorno dopo aver lanciato un avvertimento contro la Cina per la “svalutazione competitiva” della sua valuta contro il dollaro USA.
Yi Gang non ha detto ai giornalisti come è andato l’incontro con Mnuchin, ma ha detto a una rivista finanziaria cinese che la Cina stava per raggiungere gli obiettivi di crescita del Pil nonostante le preoccupazioni sulla guerra commerciale e sui livelli del debito.
Il renminbi era caduto “significativamente” durante l’anno, e il dipartimento del Tesoro sta monitorando questo “molto attentamente” per assicurarsi che la Cina non stia agendo sulla sua valuta per ottenere un vantaggio nella guerra commerciale, ha detto Mnuchin al «Financial Times»: «Mentre guardiamo alle questioni commerciali, non c’è dubbio che vogliamo essere sicuri che la Cina non stia facendo svalutazioni competitive».
Intanto, il dipartimento del Tesoro ha emesso nuove regole sugli investimenti stranieri in società americane, rafforzando il suo potere di bloccarli per motivi di sicurezza nazionale. La Cina è stata l’obiettivo principale di queste regole.
Secondo molti analisti, è probabile che questo continuo attrito rallenterà i mercati per qualche tempo. Mentre l’incertezza continua a prevalere nei mercati finanziari di tutto il mondo, molti investitori restano ai margini, finché non emergerà una linea di maggiore chiarezza nel Tesoro degli Stati Uniti e nei mercati cinesi.
Parlare di questi dati, del renminbi e della guerra commerciale tra Usa e Cina non è una “questione specialistica” tra analisti economici. Pochi giorni fa, Trump ha “politicizzato” la cosa: «La Cina sta cercando di influenzare le elezioni americane con una guerra commerciale, attaccando i nostri agricoltori, i nostri allevatori e i nostri lavoratori in vista del voto di novembre».
Quindi, il “cavallo di battaglia” di Trump per le mid-term sarà questo: è colpa dei cinesi, se l’economia rallenta. È al voto dei lavoratori che ancora punta Trump. Però, alcune cose vanno specificate, a proposito del “maschio operaio bianco” che lo avrebbe eletto. In realtà, dove ancora la sindacalizzazione resiste, dove cioè c’è ancora produzione, Trump è stato battuto. Ha vinto nelle zone della rust-belt, nei luoghi della de-industrializzazione.
Sarà molto interessante e importante capire come si tradurranno questi dati contraddittori – il rallentamento della Borsa, la crescita dell’occupazione, l’aumento dei tassi di interesse, il tasso di inflazione, la guerra commerciale – in dati elettorali.

Nicotera, 12 ottobre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 13 ottobre 2018.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in politiche. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...