Tu dove saresti andato, l’otto settembre del ’43?

Mi chiedo talvolta dove sarei andato a finire l’8 settembre. Cosa avrei fatto? Ho così tanto rispetto per i partigiani, tutti, “azzurri”, azionisti e comunisti, che neppure riesco a ipotizzare se avrei preso la strada della montagna o della lotta clandestina, se avrei “resistito”. Forse avrei provato a tornare a casa o sarei rimasto dove mi trovavo, incerto, sbandato, imbucato o schierato magari per caso, improvvisamente orfano. Orfano di schieramenti. Orfano di Stato. Orfano di patria. Della Patria maiuscola e muscolare, di quella in divisa e berretto, di quella dove c’è chi comanda e chi ubbidisce, chi va al macello e chi prepara i piani per il macello.
Quel giorno, Benedetto Croce nel suo diario scrisse: «Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente».
Più o meno nelle stesse ore, Luigi Biraghi, classe 1914, tenente del 9° alpini, e che fu poi internato nei campi di concentramento tedeschi per non aver accettato di collaborare con i nazisti, scriveva nel suo diario: «Al mattino del 9 un sottufficiale e alcuni soldati tedeschi vengono all’accampamento e ci danno ordine di non uscire. Il Comandante del Battaglione non si oppone e ci invita ad attendere obbedendo. Più tardi il Colonnello Elefante ci ordina di deporre le armi. Obbediamo, ma poi, mentre siamo radunati in sede di Compagnia, non rendendoci conto della necessità di tale ordine, ci rechiamo al Comando di Battaglione per chiedere spiegazioni. La scena che costì ci si presenta agli occhi è quanto di più tragico e di più grottesco si possa immaginare. Giuseppe Elefante, in goffi abiti civili, pallido e tremante, tenta inutilmente di mettersi in testa un cappello basco per poi partire sulla motocicletta che lo attende e mettersi in salvo».
Che due eserciti stranieri si siano combattuti su terre italiane portando strazi e lutti, mentre intanto ci si schierava di qua e di là, dividendosi per faglie che nessuna razionalità storica riesce a ricostruire – come poi forse accade sempre quando gli eventi precipitano in una guerra che diventa per forza di cose fratricida e perciò passionale – non è certo solo eredità dell’8 settembre. La guerra del Vespro, fra Angioini e Aragonesi, per dirne una, durò vent’anni, e sconvolse l’area del Mediterraneo tutto, oltre che i territori nostri.
Mai però la frattura fra classi dirigenti – il cui unico obiettivo dopo l’armistizio era salvare la ghirba a qualunque costo – e popolo fu così evidente. Il popolo si divise, si frantumò, andò alla deriva, si arrese, lottò, salì in montagna, fu massacrato di terra, di cielo e di mare, reagì, si diede a ogni nefandezza, insomma visse e subì la guerra. Certo, non tutte le scelte furono uguali e non si possono sovrapporre o paragonare. I ceti dirigenti scapparono. Non era mai successo nelle innumerevoli guerre che si erano combattute sul nostro suolo: ogni ceto emergente si poneva alla testa d’una fazione contro un’altra; ogni principe, ogni barone, ogni prete, ogni chierico, radunava le sue forze, cercava alleanze e si lanciava contro il nemico, vero o supposto: si immolava, spesso, veniva martirizzato, spesso, o, altrettanto spesso, cambiava alleanze, e combatteva quella parte con cui prima aveva pattuito. Sempre esponendosi. L’otto settembre ci fu la fuga. La dismissione generale dei ceti dirigenti italiani. Della catena di comando, delle gerarchie, delle responsabilità, dei compiti istituzionali.
Fu il presidente Ciampi – dopo le iniziative per i caduti di Cefalonia e altro – a spendersi tanto per stabilire l’immagine di un esercito che, nello sconquasso generale dopo l’annuncio dell’armistizio, mantenne o scoprì l’onore della Patria, salvandolo dalla vergogna. Un commendevole impegno. Allora, corroborato da un proliferare di trasmissioni televisive e pagine di quotidiani sulla stessa falsariga. Io non vorrei però che le buone intenzioni la scippassero a tutti, questa data, per consegnarla, trasfigurata e imbalsamata, “costituzionale”, alla Storia.
Perché, è vero, andrebbe istituito, l’8 settembre, come festa nazionale. Ma a fianco di san Francesco e santa Caterina, san Gennaro e santa Chiara. Come queste, dovrebbe essere una data protettrice popolare, un sant’otto settembre, una ricorrenza in cui chiedere grazie e miracoli, portare a spalla una qualche “macchina”, appendere ex voto, fare pellegrinaggi e comitive. Non si scherza coi santi e in questo caso non si scherzerebbe neanche coi fanti.
Perché l’8 settembre è la data dei chiunque, è la data di “quelli in basso” lasciati allo sbando e alla mercé degli eventi, mentre la “classe dirigente” fugge o decide di farsi proteggere da un qualche straniero. Così, non appena gli Alleati cominciano a sbarcare e le bombe americane – che sono liberatrici, e non doveva essere facile capirlo lì per lì – cadono copiose il 19 luglio sul quartiere di San Lorenzo a Roma, devastandolo, sovrani e corte, governo, generali e burocrati “di rango” scappano portandosi dietro l’argenteria di famiglia o quanto hanno arraffato nel tempo e che riescono a stipare in fretta e furia tra i bagagli; mentre il lupo nazista, che non ha mai smesso di arrotare i denti, comincia a guardarci come il pranzo che ha ingrassato con lo sguardo e finalmente è da sbranare. Affonderà i denti, il 16 ottobre, nel ghetto. E poi ancora alle Fosse Ardeatine. E ovunque in Italia sarà l’orrore. Nel miserabile corteo di automobili che il 9 settembre portava i Savoia e la loro corte da Villa Ada verso Pescara non c’era neppure l’ambigua disperazione della fuga interrotta a Varennes di Luigi XVI e Maria Antonietta – l’evidenza del crollo d’un mondo millenario di certezze e un ultimo tentativo di preservarle, salvando la propria regale testa.
Perché questo è in definitiva l’8 settembre: la vera metafora collettiva, il vero paradigma di questo paese, la vera festa nazionale, dove, quando c’è una emergenza, “in alto” ci si preoccupa del proprio culo e si arraffa e stipa in fretta e furia quanto si può e “in basso” si comincia a pregare e arrangiare senza sapere a che santo votarsi. Quando c’è una emergenza, una catastrofe, un fuggi fuggi. Ma in questo paese il fuggi fuggi, l’emergenza, la catastrofe è pane quotidiano. Ossessiva ricorrenza.
Porta Pia, il Piave, Vittorio Veneto, quelle sono le date buone da mandare a memoria da ragazzini, quelle “patrie” dove aleggia una qualche Vittoria, una breccia da sfondare, una trincea tenuta sino allo spasimo, una linea nemica conquistata. Ma l’8 settembre, no, questa lasciatecela: quella è l’Italia della “fuga”, della rotta, del tutti a casa. La Caporetto della Politica, dello Stato, del Governo. Delle politiche, degli stati, dei governi. Un evento tanto italiano. Degli italiani “di rango”, però.
Una tenue, e anche un po’ invereconda, giustificazione “storica” della fuga dei Savoia starebbe nella paura della ritorsione dei tedeschi verso la Real Casa dopo la dichiarazione dell’armistizio: salvando se stessi salvavano lo Stato, la possibilità dello Stato. Ma in realtà è agli italiani che sottrassero i loro corpi. E che i corpi degli italiani tutti diventassero carne da macello non li trattenne minimamente. Avessero preso sputi e pernacchie, i fuggiaschi, molte cose forse sarebbero cambiate, chissà. Tornarono, dopo il 25 aprile, quegli stessi che erano scappati e finirono alla testa delle istituzioni incertamente ricostruite (molti non si peritarono di chiedere gli stipendi arretrati). E anche tutto questo è tanto italiano.
I costituzionalisti ci spiegano che la “sovranità” si fonda sui “due corpi del re”, uno è quello trasfigurato, sacrale, istituzionale, che incarna l’autorità e tiene insieme il popolo, e l’altro è quello carnale, reale, che si vede, pure da lontano ma che si sa presente. Quando muore, per preservarne la dignitas, si prepara un doppio cereo. Dev’essere una teoria universale, se Kurosawa ci ha fatto un film straordinario, Kagemusha, raccontando la storia del sosia d’un re che interpretò talmente bene la sostituzione di un corpo da convincersi di incarnare anche l’altro. Forse, i brigatisti che rapirono Moro dovevano pensarla così, ma si trovarono fra le mani il corpo d’un uomo ostinatamente umano, mentre il corpo dello Stato si ritrovava altrove e in fretta rinnegava pure quell’altro, dandogli del matto. I “corpi reali” s’en fuggirono, senza lasciarci neppure un sosia. Senza dignitas.
Noi non abbiamo mai avuto una patria, per secoli. Per secoli, abbiamo avuto monarchie territoriali, feudi e baronie, ducee e contee, ma mai una patria, mai una nazione. Almeno, non nel senso in cui la descrisse Ernest Renan, nella celebre conferenza, Che cos’è una nazione?, tenuta alla Sorbona l’11 marzo 1882: «La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni». Ve lo immaginate un plebiscito, nel 1882, da tenere da Pinerolo a Partinico, da Alghero a Santa Maria di Leuca sulla unità della nazione italiana appena costituita e ancora fragile?
L’otto settembre finisce l’Italia costruita nel Risorgimento. Forse a quell’Italia – «tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito» – pensava Croce. Quell’Italia ancora fortemente improntata di intenzioni, volontà, visioni di ceti dirigenti, ma che era riuscita a intercettare secoli di desideri sociali. Il fascismo però – benché avesse voluto pretenziosamente richiamarsi a quella, intestandosi radici e filiazioni che nulla c’entravano – l’aveva già fatta a pezzi, l’Italia del Risorgimento, col suo impero del piffero, le sue leggi razziali, l’asservimento al tedesco.
L’otto settembre in realtà chiude la parabola di Caporetto. Che era stato il primo segnale forte di un fallimento di classe dirigente – sarà solo un destino della Storia, che Badoglio fosse l’uomo di Caporetto e anche quello dell’8 settembre – e dello scollamento dei ceti popolari. A Caporetto furono i soldati a fuggire – stanchi dell’insipienza dei comandi, della follia dei loro ordini, dei massacri che continuavano senza senso. Solo le fucilazioni di massa dei carabinieri riporteranno l’ordine. Solo la violenza fascista riporterà l’ordine.
L’otto settembre saranno “i comandi” a fuggire.
Ma nessun carabiniere sparerà contro di loro.

Nicotera, 7 settembre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’8 settembre 2018.
ascolta il commento di sofia ventura su “prima pagina” di radio 3 del 9 settembre 2018, ore 7,15.

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