Estate 1938.

Il direttore dell’albergo è stato molto gentile – ha esaudito subito la nostra richiesta e chiamato prontamente un pescatore del luogo e poi gli ha parlato per conto nostro. Il pescatore – un uomo anziano o tale sembra, piccolo, ossuto, asciutto, la pelle arsa dal sole di qua, e due occhi incredibilmente azzurri e luminosi, proprio come il mare e il cielo di Taormina – voleva venire lui, per questa “gita in barca”. Ma noi abbiamo insistito, faremo da soli. Il direttore ha detto, a remare ci vuole forza e abitudine, si fa tanta più fatica se non si è abituati. Gli avrei voluto dire, quando eravamo ragazzi, remavamo a forza sul Danubio di Budapest, io e mio fratello, e gareggiavamo nei remi delle scuole. E venivano anche da Praga e da Vienna. Ma avrebbe forse intristito lui, e di sicuro anche me. Credo abbia anche trattato a nostro vantaggio – forse il pescatore aveva chiesto una cifra spropositata, o che a lui sembrava tale, e sa che ormai i nostri soldi stanno finendo. Alla fine, gli abbiamo dato una spilla di mamma, è l’ultimo gioiello che ci è rimasto, forse ci ha guadagnato qualcosa anche lui, ma ora è l’ultimo pensiero che ho.
Parlavano in dialetto stretto e non capivamo nulla – ma noi in poche settimane abbiamo imparato a amare questa sonorità. È il Mediterraneo. È bello lasciarsi andare a queste voci, quando al mercato vendono il loro pesce e la loro frutta – spesso arrivano fin sotto l’albergo, dove ci sono “i gnuri”, e questo l’ho imparato, vuol dire: “i signori”. Vorrei restassimo qui per sempre. C’è tanta luce qui – aveva ragione Goethe: «Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn / Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht / Kennst du es wohl? Dahin!» ah, com’è ancora bella questa lingua. Ma ora la so recitare anche in italiano: «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? / Il mirto è immobile, alto è l’alloro / Lo conosci tu? Laggiù». Il mondo è diventato così oscuro. Ma domani, tutto sarà finito.
L’albergo è bello. Pulito – mamma ha una vera mania per la pulizia, e sentirle dire che gli asciugamani sono perfetti mi calma e mi rallegra il cuore – e accogliente. Ci hanno dato due stanze grandi, comunicanti, in una dormiamo io e Jenö, nell’altra mamma e Renée. Entrambe le stanze hanno una stretta veranda che dà sull’ingresso dell’albergo – due piccole colonne impreziosiscono l’accesso, noi siamo al primo piano – e si affaccia sul mare. Se ci sporgiamo un poco, vediamo anche l’Etna, col suo pennacchio. Abbiamo pensato anche all’Etna, al suo fuoco, alla lava. Ma Renée ne ha terrore, e poi dice che si stancherebbe a salire, così ci ha convinti. D’altronde, ognuno ha anche il diritto di scegliere come morire. Ormai ne parliamo con una tale distanza, come si trattasse di decidere dove andare a teatro stasera – è un epilogo ineluttabile.
In realtà, Renée non ama neanche il mare – o almeno non ama stare sulla spiaggia. Le poche volte che è scesa a Mazzarò o a Isola Bella ha portato sempre con sé l’ombrellino e era vestitissima. Dice che troppo sole le rovinerebbe la pelle – e non ha mai voluto sentire ragioni anche se io e Jenö le abbiamo parlato a lungo delle virtù dell’elioterapia. Non le abbiamo detto che abbiamo partecipato insieme anche a un campo di nudisti in Germania – allora non dovevamo nascondere la nostra circoncisione. Era il tempo della Lebensreform Bewegung, il movimento di riforma della vita, della cultura del corpo nudo, Freikörperkultur. Luce e sole. Beh, qui ce n’è proprio tanto di Licht und Sonne. Non gliel’abbiamo detto, non certo perché se ne sarebbe scandalizzata – ma si sarebbe messa a piangere. Una volta è scoppiata a ridere di fronte alle nostre argomentazioni – e poi a piangere convulsamente. Così non ne abbiamo più parlato.
Noi, io e Jenö, speravamo che convincendo Renée lei sarebbe riuscita a spostare mamma dall’albergo, a farla uscire un po’. Ma la giornata di mamma è scandita dai pasti – colazione, pranzo e cena – e da qualche chiacchiera che fa nel pomeriggio con altri ospiti, nella sala da tè; lì c’è una radio, che sta quasi sempre accesa, e mamma ha imparato un motivetto dell’EIAR: «Della radio l’usignol / stamattina ha preso il vol/ l’uccellino della radio ha preso il vol». Ha voluto che glielo traducessi. Scambia davvero pochissime parole con gli altri ospiti. Credo sia impaurita, che qualcuno possa andare a dire in giro che siamo ebrei. Che ci denuncino. Mussolini parla sempre più insistentemente di ebrei. Quando eravamo a Roma, tra i nostri amici girava voce che anche i fascisti stessero preparando un provvedimento sulla razza, e all’università circolava un “manifesto” redatto da docenti universitari. È la fine, anche l’Italia adotterà le leggi razziali.
Mamma parla di più con il personale dell’albergo – quelli che cambiano lenzuola e biancheria o che lavano i corridoi, e puliscono le maniglie, i vetri. Parla con loro come fossero alle sue dipendenze – non so come faccia, non conosce e non capisce una parola d’italiano, ma la sentiamo spiegare come vanno pulite perfettamente le posate, come usare il piumino senza far volare la polvere. Loro la ascoltano pazientemente. Sono tutti molto pazienti, con noi. Tutto è wunderbar – come dice mamma. In qualche modo, ora che si va avvicinando la fine, credo stia provando a ricostruire il mondo che amava, prima della Grande guerra, prima che l’Impero finisse. Ancora prima che ci trasferissimo tutti a Berlino.
Jenö è molto depresso. Questo colpo a Roma lo ha proprio prostrato. Era così contento di essere rientrato nel giro del cinema. Beh, sì, non è che È tornato carnevale sia proprio un capolavoro, e lui è il primo a saperlo. Una commediola brillante, basata su degli equivoci, con un lieto fine amoroso. Voglio dire, Jenö a Berlino ha lavorato con Carl Sternheim, uno dei maestri dell’espressionismo tedesco. In Die Hose, I pantaloni, c’è anche farina del suo sacco. E fu un successo di pubblico incredibile, non solo della critica. Tanto che poi Sternheim gli affidò anche la riduzione del libro di Zola, Thérèse Raquin, e anche quello fu un successo. Jenö ripeteva sempre quel concetto con cui Sternheim definiva l’espressionismo: «La caratteristica della forma d’espressione che oggi viene chiamata Espressionismo è la seguente: essa non esprime le cose essenziali e rifiuta tutto ciò che è accessorio, il che avviene ogni volta che il sostantivo si presenta senza articolo, senza epiteto, senza attributo e rende la nozione più esatta e più chiara». Lo ripeteva come l’avesse detto lui.
Ma dal 1933 a Berlino non si poteva più lavorare, eravamo stati espropriati di ogni cosa e di ogni occasione di lavoro. Anche per Renée, che era un’attrice, si chiusero tutte le porte in faccia. Avevamo combattuto per la Germania, io ero stato anche funzionario della Polizia, a Berlino. Niente, tutto spazzato via. Avevamo tirato avanti per qualche anno, poi iniziammo a temere per la nostra vita. Mamma insistette tanto per tornare a Budapest, e così facemmo. Ma lì erano tutti terrorizzati e chi poteva preparava le valigie. Spendemmo un sacco di soldi, e poi pensammo di passare a Vienna. Ma anche lì i nazisti stavano prendendo il sopravvento e ormai si parlava apertamente di annessione alla Germania. Durammo poco, senza lavoro e continuando a spendere i nostri risparmi e i gioielli di mamma e Renée. Decidemmo di andare a Roma, sperando che l’Italia restasse fuori dalla follia nazista contro gli ebrei. Non andrà così. È per questo che abbiamo deciso di arrivare fino in Sicilia. E finirla.
Credo che a Jenö abbia fatto proprio del male sapere di Veit Harlan, l’attore, hanno anche lavorato insieme. Continua a ripetere, ma era sposato con Dora, un’ebrea. Arrivano notizie che Goebbels lo abbia preso sotto la sua ala protettrice e lo abbia promosso come regista di propaganda del regime – certo, sono scappati tutti verso Hollywood, a chi devono rivolgersi. Pare che stia preparando un film proprio sugli ebrei, forse il titolo sarà Süss l’ebreo. Non si dà pace, Jenö.
Il direttore dell’albergo è proprio gentile. Ha fornito ago e filo a Renée: nella sua carriera nel cinema ha lavorato anche come costumista, sa come fare. Un giorno ha deciso di andare in spiaggia, e noi eravamo contenti. Poi l’abbiamo vista rientrare con dei sassi: «Li cucirò nei nostri vestiti, così non torneremo a galla», ha detto. Era agghiacciante, ma in qualche modo ci sembrò un gesto di tenerezza, di attenzione e di cura nei nostri confronti. E così per qualche giorno andava sulla spiaggia di Isola Bella e ne tornava con dei sassi, che nascondeva in una sporta. Adesso, lei è di là che cuce – ha voluto la mia giacca e quella di Jenö.
Scenderemo per la colazione, prenderò caffè e succo d’arancia. «Im dunkeln Laub die Goldorangen glühn / Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht – Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro / Una brezza lieve dal cielo azzurro spira». Amo il tedesco, la mia lingua. Ancora Goethe, certo.
Ma resteremo qui per sempre. In qualche modo, vicino a lui.

Questa è la storia un po’ romanzata – ho spostato qualche data e immaginato qualche scena – di quello che accadde davvero nel 1939 a Eleonore Lindelfeld, 73 anni, e ai suoi tre figli Eugene, Arthur e Renée Kuerschner, ebrei ungheresi da qualche settimana ospiti dell’Hotel Flora a Taormina: la mattina del 2 marzo scendono a Mazzarò, noleggiano una barca a remi e, una volta giunti al largo, insieme si lasciano cadere in acqua. La notizia troverà spazio, il 23 marzo nel «Jewish Telegraph Agency», un ciclostilato che dava informazioni su quel che stava accadendo agli ebrei nell’Europa nazi-fascista, e il giorno stesso sul «New York Times». Nella loro camera d’albergo fu trovata questa lettera d’addio:
«Caro amico,
mia madre, di 73 anni, mio fratello, Eugene, mia sorella, Renée, e io andiamo oggi a morire, volontariamente e forzatamente. Il mare profondo, forse, ci accoglierà in una maniera più amichevole di come hanno fatto i governi dei paesi un po’ dappertutto. Ci appesantiremo con delle pietre, così che i nostri corpi non tornino più a galla. La nostra risoluzione risale a sei mesi fa. È stato più facile per noi per la consapevolezza di aver sempre vissuto una vita onorevole e utile, talvolta anche costellata di qualche successo, e questo senza aver mai fatto del male a alcun essere umano. Non lasciamo pendenze in sospeso con nessuno né conti. Non abbiamo mai cercato aiuto da nessuno e non ne abbiamo mai accettato. Gli ultimi mesi a Roma e in particolare le ultime settimane a Taormina sono passate serenamente e pacificamente. Per un posto di addio alla vita abbiamo scelto uno dei luoghi più belli. Ricordo con piacere le ultime ore passate insieme a B. e il piacevole scambio dei nostri ricordi di guerra e di pace. Porgo un cordiale saluto a te e alla tua affascinante moglie. Arthur Kueschner, ex funzionario di Berlino».
I corpi, invece, aggallarono e furono recuperati. E tumulati nel cimitero di Taormina, nella parte acattolica. C’è una lapide, dove è scritto: «Sotto il roseto noi riposiamo, posti vi fummo quando i giorni tristi correan per noi miseri ebrei. Fummo accolti in quest’isola dorata, lasciammo in patria il nostro avvenire. Tremendo è per la madre sceglier la morte per sé e per i figli. In barca tutti e quattro andammo, poi uno dietro l’altro in acqua ci tuffammo. Quando ci ritrovarono, le corde ancora il corpo ci cingevano».

Nicotera, 26 luglio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 agosto 2018.

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