Il corpo del Cav e la Seconda repubblica.

Tanto tempo fa raccontava gigioneggiando: «I complimenti più belli che ho ricevuto nella mia vita sono quelli legati ai tifosi del Milan. A Como, subito dopo la partita dello scudetto del 1988, un tifoso vede la mia macchina, mi riconosce, si pianta davanti al cofano e grida: “Silviooo, Silviooo: sei una gran bella figa!”, rimasto lì coricato per quasi cinquecento metri. È stato il complimento più bello della mia vita».
A saperlo oggi, costretto a un riposo forzato di 48 ore per “affaticamento”, dovuto alla preparazione della campagna elettorale e alla composizione delle liste, con inevitabili esclusioni che lo avranno fatto addolorare perché gli dispiace da morire dire di no, che gli è costato la rinuncia a un’apparizione televisiva a Porta a porta, che fosse solo per scaramanzia, è una trasmissione che adora, si ha il senso di quale distanza esista fra quell’aneddoto e la realtà d’adesso. Distanza politica, beninteso. Perché del proprio corpo, della propria salute, Berlusconi ha sempre fatto una questione politica.
Alberto Zangrillo, il suo medico, è stato irremovibile. E la sua campagna sarà “da remoto”: tivvù, web e radio. Niente piazze, niente convention, niente sfilate e passeggiate tra ali di folla e bandiere al vento. Niente navi in crociera, niente predellini, niente corpo. E anche qui – nella differenza tra il medico d’adesso, che dovrà anche render conto ai familiari, la cui voce oggi è più influente, e il medico di allora, l’onnipresente professor Umberto Scapagnini – si ha la sensazione del passaggio di un’epoca. Del passaggio politico, beninteso. Scapagnini, che fu poi sindaco di Catania dove non ha precisamente lasciato un ricordo luminoso, fu l’uomo che preparava l’elisir di lunga vita a Berlusconi, che lo definì “tecnicamente immortale”, e che nel 2006 nel mezzo di una convention a Montecatini si precipitò sul palco per soccorrerlo. Era un luminare, Scapagnini, nei suoi studi “anti-aging”: il destino è stato amaro e crudele con lui, ma quello era il tempo in cui “si sarebbe potuto vivere fino a 120 anni”, detto quasi come un programma di governo. E lo era, in sostanza, un programma di governo, non molto diverso dal “milione di posti di lavoro”, dal “meno tasse per tutti”, dal “ponte sullo stretto”. Affabulazioni.
Diventate carne. Ecco, guardate me. Chi ha dimenticato la foto “catturata” alle Bermuda di Berlusconi che faceva jogging con gli amici di sempre: Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Carlo Bernasconi, Gianni Letta e Marcello Dell’Utri? Una squadra fortissima, tutti in tuta bianca, con Silvio che guidava, qualche passo avanti. Erano i tempi della discesa in campo ancora fresca, anche se si era conclusa già la prima esperienza di governo, e il Milan vinceva a man bassa scudetti e coppe mondiali. Epperò, è anche il tempo dell’incipiente calvizie. Quella calvizie che era riuscito a mimetizzare nelle foto che ossessivamente faceva correggere durante la sua ascesa sociale di imprenditore edile e televisivo – c’è chi, come Marco Belpoliti nel suo libro Il corpo del Capo ha paragonato questa ossessione al Mussolini che visionava le immagini prima di mandarle “al popolo” apponendo una vistosa M dietro ogni foto – con la matita, con l’aerografo, con il ritocco: anche per il naso grosso, eh. Fino a quando scoprì, sul finire degli anni Ottanta, le diete, le case di cura, i miracolosi farmaci. E, subito dopo, la chirurgia estetica.
Quando nel 2001 in tutte le case degli italiani arriva il volume “Una storia italiana” si sono già compiuti una serie di passaggi: se in epoche lontane il corpo mistico del re si tramandava, ora il corpo fisico del Capo è un “capitale” da investire. Un capitale che perciò non ha più nulla di naturale, ma può essere manipolato, rifatto, sistemato, perché risponda a un obiettivo politico: essere funzionale all’immagine del potere. D’altronde Steve Bannon, prima nel cerchio magico di Trump e poi cacciato via, s’è soffermato non poco nel suo libro andato a ruba sul “riportino” più potente del mondo: «Si inizia da una sommità assolutamente pulita, un’isola circondata da un cerchio peloso di capelli intorno i lati e sul davanti, da cui tutte le punte vengono tirate su per raccogliersi al centro e poi spazzolate indietro e fissate con uno spray indurente».
Fu davvero ingenerosa Cherie Blair, la moglie dell’allora primo ministro inglese, quando rivelò – era l’agosto del 2004 – ricordando la famosa passeggiata a Porto Rotondo con il presidente del Consiglio: «Quella sera in Sardegna Tony mi ha detto “Qualsiasi cosa succeda non far sì che mi facciano delle foto vicino a Silvio con la bandana. Stai tu in mezzo, perché sennò la stampa britannica ci uccide”». Quella bandana divise l’Italia a metà. Era l’ostensione.
La stessa “ostensione” che per istinto Berlusconi applicò quando lo colpirono con una statuetta metallica del Duomo dopo un comizio a Milano, nel 2009 (in quel comizio, aveva preso in giro Formigoni dicendo che era più giovane di lui, che portava la canottiera, mentre lui non l’aveva e aveva mostrato il ventre nudo): si rialzò, il viso insanguinato, salì su un predellino a mostrare quel volto tumefatto – ma quella ferita non faceva che rendere più integra la sua forza.
Oggi tutto questo appartiene al passato: Forza Italia è data tra il 15 e il 20 percento, e è costretta a competere con un giovane rampante.
E Berlusconi manda a dire, dopo l’affaticamento di qualche giorno fa: «Il nonno sta benissimo». È cambiato il registro. Il 5 marzo sapremo se funziona anche questo.

Nicotera, 1 febbraio 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 febbraio 2018.

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