Trump un anno dopo: tra successi, gaffes e accuse.

Si è molto parlato del libro di Michael Wolff – Fire and Fury: Inside the Trump White House – soprattutto per quelle parti relative a rapporti con diplomatici e uomini d’affari russi “rivelate” da Steve Bannon, esponente di una destra che più radicale e odiosa non si può e controverso consulente nella campagna elettorale, e di cui si diceva di un suo enorme potere di influenza almeno fino al suo licenziamento. C’è un altro libro interessante, di Corey Lewandowski, che fu capo staff di Trump durante la campagna elettorale, scritto insieme a David Bossie, altro collaboratore: Let Trump Be Trump: The Inside Story of His Rise to the Presidency. Lewandowski è anche lui un personaggio controverso: durante la campagna elettorale strattonò una giornalista, che considerava irriverente e irritante, e di recente è accusato di molestie. Ma c’è un suo racconto – da prendere con le molle, come tutto ciò che viene detto quando si è vinto – che è interessante per capire come Trump abbia fatto a vincere. Perché, a un anno dalla sua investitura, la domanda che ancora ci si pone è: come diavolo è diventato, quest’uomo, presidente degli Stati uniti d’America. E prima di tracciare un breve bilancio di questo anno di presidenza bisogna provare a capire che rapporto sia riuscito a costruire con gli americani.
Allora, Lewandowski racconta che durante i primi mesi di campagna elettorale un consulente parlò con Trump e fece questa analogia. Immaginate di avere davanti due televisori che trasmettono due spot dello stesso prodotto. Lo spot della televisione a sinistra pubblicizza un nuovo dispositivo tecnologico per ascoltare la musica. Le immagini mostrano questo prodigio della tecnica e i suoi interni, la bellezza del design, la modernità delle cuffie. Lo spot a destra che pubblicizza lo stesso prodotto mostra solo la silhouette di una donna con i capelli lunghi. La donna sta ballando indossando gli auricolari attaccati al dispositivo. Lo slogan del secondo spot è: I-pod ti farà sentire così.
Morale della favola: le persone vogliono sapere come si sentiranno dopo che avranno comprato qualcosa. Non vogliono comprare un dispositivo, vogliono comprare la sensazione di ballare. Nella campagna elettorale tra Hillary e Trump, Hillary aveva una proposta elettorale piena di lunghe descrizioni di programmi, politiche, promesse, dati, percentuali. Lei era lo spot razionale trasmesso dalla televisione di sinistra. Ma gli elettori non vanno in cerca di una connessione intellettuale, vogliono una connessione emotiva. Trump era lo spot della televisione di destra. Trump li ha fatti ballare.
Trump ha sdoganato dentro il Partito repubblicano una visceralità violenta e razzista che c’era già ma magari, fino alla sua elezione, si conteneva o cercava linguaggi più moderati. Ora si può dire a alta voce quanto si odino gli immigrati, quanto si voglia rimettere al proprio posto i neri eccetera eccetera. È questa “connessione viscerale” con gli elettori repubblicani che è stata il lievito sel suo successo e è ancora il lievito del suo appeal: la polarizzazione che Trump ha saputo incarnare e volgere a proprio vantaggio nello scontro con Hillary Clinton. Gli elettori repubblicani, prima, e i suoi accaniti sostenitori adesso sapevano e sanno benissimo di che pasta sia fatta quest’uomo – ma avrebbero fatto qualunque cosa, e l’hanno fatta, pur di non far vincere Hillary.
Intanto, Trump quest’anno ha portato a casa la riforma fiscale, una cosa che aveva promesso e che, al contrario di quella sanitaria, è riuscito a far approvare portandosi dietro tutto il Partito repubblicano – che controlla il Congresso. Tra l’altro, la riforma fiscale contiene anche l’abolizione di una parte dell’Obamacare. Si dice, anzi sono parole sue, che doveva firmare la riforma fiscale a gennaio. Poi ha acceso la tv e ha sentito i giornalisti chiedersi: «Trump manterrà la promessa di firmare la legge prima di Natale?» Quindi ha annullato i piani per gennaio e l’ha firmata subito. La riforma fiscale è generosissima nei tagli alle tasse per grandi aziende – dal 35 al 21 per cento – e per le persone più ricche, ma dà un po’ di respiro anche alla middle class. Molti americani pagheranno meno tasse, ma i tagli sono molto più sostanziali per i più ricchi: è la vecchia teoria (peraltro smentita anche nel recente passato) che tagliando in alto i risparmi dovrebbero diventare consumi e investimenti e quindi un ritorno e una cascata di prosperità e piena occupazione. Non è mai successo, ma intanto diverse grandi aziende stanno distribuendo bonus a pioggia sui loro dipendenti per festeggiarne l’approvazione: mille dollari a testa per tutti i dipendenti di AT&T e Comcast, mentre Wells Fargo ha alzato il suo salario minimo. Questo è per la politica interna.
Per la politica estera, Trump ha da poco presentato un importante documento strategico. Dice cose molto dure sul comportamento della Cina nel commercio internazionale, però poi nei fatti Trump sta cercando di tenersi buona la Cina per mettere la mordacchia alla Corea del Nord, e ha stracciato un trattato commerciale (il TPP) che avrebbe dato molto fastidio proprio alla Cina. Il documento sottolinea l’importanza del multilateralismo, però noi abbiamo visto all’opera invece un assoluto unilateralismo sia per quanto riguardava le decisioni sull’accordo di Parigi sul climate change sia su Gerusalemme. Con Trump è sempre un po’ così, dice e fa non sempre esattamente le stesse cose. A esempio, sulla Russia si dicono cose terribili, eppure Trump non ha mai voluto dare credito a chi parla – prove alla mano – dei tentativi di Putin di destabilizzare le democrazie occidentali. Il «Washington Post» ha pubblicato un documentato articolo che spiega come Trump veda quest’inchiesta soprattutto come un tentativo di delegittimare la sua vittoria alle elezioni, e starebbe qui il suo rifiuto di prendere in considerazione che ci siano state interferenze da parte di Putin: gli sembrerebbe di ridimensionare il suo successo. Siamo al punto che, nei briefing mattutini, nessuno gli parla più della Russia per non farlo infuriare.
Intanto, il procuratore Robert Mueller va avanti con il suo procedimento sul Russiagate, che lambisce sempre più da vicino il “cerchio magico” del presidente. Ma se il suo rapporto con gli americani che lo hanno spinto al successo rimane questo, è davvero impensabile qualunque sviluppo.
E siamo ancora solo al primo anno.

Nicotera, 19 gennaio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 gennaio 2018.
fonte foto: the source

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