Vent’anni fa moriva Helenio Herrera, il Mago.

C’è scritto solo così sulla targa: allenatore di calcio. La targa che verrà affissa oggi in piazza Axum, Milano, di fronte allo stadio Meazza. Perché a vent’anni dalla morte gli viene dedicato un giardino. «Giardino Helenio Herrera Gavilan. Allenatore di calcio, 1910-1997». E per un uomo che parlava parlava, Hablava Hablava, sembra un giusto suggello. Ma Helenio Herrera l’ha inventato lui «l’allenatore di calcio», per come lo intendiamo oggi, e per farlo dovette diventare il Mago. Per la storia, per l’immaginario collettivo nazionale, H.H. resta questo: il Mago. Ossessivo, pragmatico, intransigente, motivatore, vincente, strapagato, prima di tutti. Fu l’uomo che negli anni Sessanta portò due volte in cima all’Europa e al mondo l’Inter di Moratti. Moratti padre, eh. Che poi era l’uomo che in Italia raffinava il petrolio e che per farlo pensò che i luoghi ideali fossero nel Mezzogiorno d’Italia, la prima raffineria a Augusta – era appena finita la Seconda guerra mondiale – per finire, ancora nei primi anni Sessanta, a Sarroch, in Sardegna. Comprò dei vecchi macchinari nel Texas e li portò in Sicilia: poi comprò pure le navi e insomma divenne un uomo ricco e potente. Con la fissa del calcio.
«Helenio Herrera è nato in un’isola bianca del Rio de la Plata o del Tigre, e non si sa bene quando. La nascita degli eroi, dei miti e dei maghi è sempre una cosa straordinaria». È l’incipit del libro di Fiora Gandolfi, Tacalabala (la maccheronica versione italo-ispanica del francese “Attaquez le ballon!”), scritto nel 2002 per ricordare vita, morte e miracoli di una leggenda che per lei era anche un marito. In verità si sa perfettamente dove e quando nacque. 1910, a Buenos Aires, nel quartiere Palermo, povero, dall’emigrato andaluso Paco il sivigliano, un anarchico che era scappato via dalla Spagna forse perché aveva il fiato sul collo – si diceva che avesse cercato di ammazzare il Re di Spagna – o cercava fortuna. Ma la ruota non gira e papà Paco il falegname decide di fare il viaggio a ritroso.
Questa volta rotta sul Marocco, Casablanca, per avere l’Andalusia più vicina, dove Helenito a dieci anni sale su un ring per incontro di boxe con un coetaneo, giusto per diventare l’eroe del rione. «Dunque a casa – ricorda la Gandolfi – parlava spagnolo, frequentava la scuola francese e per strada parlottava in arabo. Andava al mercato con la mamma e rimaneva ipnotizzato dai guaritori che strofinavano le zampe di camaleonte o le pietre preziose su una frattura che, per magia, spariva. Si convinse che credendo veramente in qualcosa niente era impossibile. E trasferì questa filosofia nel calcio». Non sta fermo un attimo quel ragazzino, gioca a calcio come un matto, fino a farsi notare e a passare al Racing di Casablanca. A quindici anni è già in prima squadra, gioca (attaccante, infine difensore, aveva un fisicaccio, Helenio) e svolge vari lavori: operaio, magazziniere, tornitore. Conquista un posto in una rappresentativa dell’Africa del Nord opposta alla Francia in una partita di allenamento. Le società francesi che cercano giocatori lo notano, il Club Français di Parigi lo invita per un provino poi gli offre un piccolo ingaggio e un lavoro.
Schiva la guerra per il suo lavoro alla Saint Gobain, e frequenta pure un corso per allenatori, ma in poco tempo – figurarsi – è uno dei professori. Una volta ricordò: « Venni nominato anche segretario della Commissione Tecnica della Federazione francese di football, con giurisdizione su tutti i problemi d’indole tecnica e, come se ciò fosse stato poco, creai il Sindacato Allenatori del quale divenni segretario generale con un congruo stipendio per la redazione e pubblicazione d’un bollettino quindicinale. Di mia iniziativa seguii i corsi d’infermiere e massaggiatore-medico facendo pratica in un ospedale parigino e ottenendo nell’esame finale i voti migliori. Malgrado i successi ottenuti nell’ambito sportivo non abbandonai il mio lavoro. Ero sempre capo sezione nella fabbrica di Saint Gobain».
In un doppio confronto con l’Atletico Madrid si fa conoscere dagli spagnoli, che si fanno avanti. Qui H.H. esplode: due titoli consecutivi e un secondo posto, poi le dimissioni e la rottura con l’Atletico, il passaggio al Malaga, poi al La Coruna, infine il Siviglia. Qui, di nuovo rottura dei rapporti con la dirigenza, e va in Portogallo, finché il Barcellona lo fa graziare. E ha inizio l’età dell’oro. In Catalogna Helenio Herrera vince in due anni due titoli nazionali, due Coppe delle Fiere e una Coppa di Spagna. Inciampa solo in Coppa dei Campioni, a opera degli eterni rivali del Real Madrid. Quando stava al Barcellona, allora c’era il franchismo, Helenio Herrera non faceva che accusare l’establishment politico calcistico spagnolo di avvantaggiare il Real: le merengues, diceva, vincono non per frutto del merito ma solo degli appoggi politici. Miele per le orecchie catalane: il Barcellona divenne un simbolo politico.
È a questo punto che interviene l’Inter di Moratti, che lo aveva affrontato in Coppa delle Fiere e ne era rimasto impressionato. Quando arriva all’Inter nel ’60 – soldi, tanti, tantissimi, e premi doppi – promette lo scudetto in tre anni. Ripete contro la Juventus quello che predicava contro il Real («Juventus uguale Fiat uguale potere», fu una delle prime cose che disse, creando grande scandalo sui giornali sportivi dell’epoca), le sue squadre partono a razzo (tacalabala) ma poi si schiantano in primavera. Cominciano a girare strane voci sulla preparazione atletica e sugli additivi. Si dimette dopo le prime due stagioni e sembra volersene andare a fare il Ct della nazionale spagnola. Poi, ritorna. E qui, alla terza stagione comincia l’epopea: prima impresa, lo scudetto vinto domenica 26 maggio, 1963. Un giorno s’infilò nello spogliatoio e ne uscì dopo qualche minuto; quando entrarono, i giocatori si trovarono circondati da una decina di cartelli affissi al muro: «Chi non ha dato tutto non ha dato niente»; «Le cose difficili esigono tempo, quelle impossibili ne esigono di più»; «Cento gol uguale scudetto»; «Il calcio moderno è velocità. Gioca veloce, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente». Era il suo modo di caricare la squadra – metteva sui comodini dei difensori le foto con le facce degli avversari, preparava le schede degli avversari uno per uno per trovare e spiegare ai suoi ogni possibile punto debole, si svegliava di notte urlando ordini ai giocatori. Ma inventò i ritiri, curava le diete dei giocatori, portò professionalità in un ambiente spesso provinciale. Tre scudetti, due coppe Campioni e due Intercontinentali. L’Internazionale di Moratti e Herrera è una stella mondiale. Tra il 1963 e il 1966 vince tutto quello che è possibile e impossibile vincere. Poi, nel 1967 tutto deraglia.
«Buffone e genio, cialtrone e asceta, manigoldo e buon padre, sultano e fedele, becero e competente, megalomane e salutista. Herrera è tutto questo e altro ancora», così scrisse di lui Brera. D’altronde Herrera era uno che se gli chiedevi del catenaccio partiva a dire: «L’ho inventato io. Mi ricordo in una partita allo Stade Français giocavo terzino sinistro e…».
Dal 5 novembre 2007 il piazzale antistante allo Stadio Giuseppe Meazza porta il nome di Angelo Moratti. Così, ora, i due, Moratti e Herrera, i cui nomi erano indissolubilmente legati in quello straordinario miracolo che fu l’Inter degli anni Sessanta, lo saranno di nuovo. E per sempre.

Nicotera, 8 novembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 9 novembre 2017.

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Una risposta a Vent’anni fa moriva Helenio Herrera, il Mago.

  1. Claudio D'Aguanno ha detto:

    nella carriera di HH una citazione merita l’unica sua esperienza da calciatore che l’ha visto vincente… anni 40-42 lui era a Parigi con la squadra Red Star formazione fondata nel ’97 da Jules Rimet (con amici e parenti) in un caffè del 7e arrondissement.. lo stadio di casa è, dal 1910, lo Stade de Paris (Saint-Ouen dove c’è il mercato delle pulci) da tempo ribattezzato Stade Bauer dal nome del medico ebreo e comunista Jean-Claude Bauer fucilato il 23 maggio del 42. Una settimana prima la squadra Red Star aveva battuto nella finale della Coppa di Francia (zona occupata) la formazione del Sète per 2 a 0 e Herrera è schierato a terzino destro (nel filmato http://www.dailymotion.com/video/x3ek3r1 c’è un’azione dove si vede andare in bianco sull’ala avversaria che lo salta facilmente)… La vocazione antifascista dei Red Star è stata recentemente richiamata con la dedica della curva a un suo ex calciatore italofrancese Rino Della Negra che proprio nel ’42 aveva scelto la clandestinità e la lotta partigiana (sarà fucilato nel 44 e nella sua lettera d’addio al fratello scrive: envoie le bonjour e l’adieu à tout le Red Star).. c’azzecca qualcosa ‘sta storia con l’ispirazione politica di HH? boh!.. certo una sua costante è stata quella di accollare i suoi insuccessi ai “potenti” del momento (il Real di Franco, la Juve di Agnelli) o a quelli d’una volta (famosa la bufala, inventata da lui per giustificare la mediocrità dei risultati della sua Roma, che qui s’era vinto solo perchè c’era Mussolini).. comunque tra i suoi “meriti” da trainer fu l’invenzione del tifo organizzato ma una sua pagina nera fu l’uso spregiudicato di doping e la gestione del caso Taccola storia per cui rischiò il linciaggio negli spogliatoi…

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