Il Nobel a Dylan, e a una generazione di ribelli e poeti.

the-freewheelin-bob-dylanLa motivazione è in perfetto stile dell’Accademia di Svezia «som skapat nya poetiska uttryck inom den stora amerikanska sångtraditionen / per avere creato una nuova espressione poetica all’interno della grande tradizione della canzone americana». Ma per chi la vuole capire, il Nobel per la letteratura l’hanno dato a lui, Bob Dylan, e a Woodrow Wilson Guthrie, meglio noto come Woody Guthrie. Perché la grande tradizione della canzone americana è lui, Woody. L’uomo che cantava le lotte dei wobblies, le battaglie sindacali, l’uomo sulla cui chitarra c’era scritto: «this machine kills the fascists». Perché il Bob Dylan premiato è il folksinger. Quello delle prime canzoni. Il suo primo pezzo, prima di Blowing in the wind (1963), prima di The Times They Are a-Changin’ (1964), prima di Mr Tambourine Man (1964), prima di Like a Rolling Stone (1965), prima di Subterranean Homesick Blues (1965), prima di Knockin’ On Heaven’s Door (1973), prima di ogni cosa, si chiamava così: Song to Woody (1962). Anzi, lui ci mise solo le parole, ma la musica era dello stesso Woody, e veniva da 1913 Massacre, dedicato alle lotte dei minatori in sciopero.
Copper County, la Contea del Rame, Calumet, Michigan: è il luglio del 1913 e la Western Federation of Miners organizza uno sciopero a oltranza contro le condizioni di lavoro. A Natale sono ancora lì che combattono. Hanno resistito grazie alla mobilitazione di tutti i lavoratori americani. E così, per Natale alla Italian Hall, che è sede della Società Mutua Beneficenza Italiana, una associazione di soccorso e solidarietà, si organizza una serata per i bambini e le famiglie. Sono tantissimi. Cinquecento. Qualcuno grida “al fuoco” e è un fuggi fuggi generale, un calpestarsi addosso l’uno con l’altro. Moriranno in settanta, perlopiù bambini. Guthrie aveva letto la storia della Italian Hall nella biografia di Ella Reeve Bloor, una delle prime donne sindacaliste e poi attive nel movimento socialista e comunista americano. Mother Bloor, così la chiamavano. E gli era venuta l’idea della canzone. Almeno questa è la storia che raccontava Pete Seeger.
Perché il Nobel l’hanno dato anche a lui, al vecchio Pete, che se n’è andato un paio d’anni fa strimpellando ancora le sue canzoni. Eh sì, We Shall Overcome, è sua. Eh, sì, If I had a Hammer, è sua. Eh sì, Where Have All the Flowers Gone? è sua. Seeger a Guthrie l’aveva conosciuto negli anni Trenta, e aveva lasciato gli studi di sociologia a Harvard e s’era messo a girare per il paese. C’era Roosevelt presidente e Eleanor stava alla Casa Bianca e tante speranze. Questa era l’America. Almeno fino a McCarthy. Ma Seeger era rimasto lo stesso, e quando ci fu il Vietnam lui era lì, in tv, a cantare le sue canzoni contro Lyndon Johnson e quella sporca guerra. Quando è morto, il presidente Obama disse: «Over the years, Pete used his voice – and his hammer – to strike blows for worker’s rights and civil rights; world peace and environmental conservation / da sempre, Pete usava la sua voce – il suo martello – per stare dalla parte dei diritti dei lavoratori e i diritti civili, per la pace nel mondo e per la conservazione dell’ambiente». E lo ringraziava «reminding us where we come from and showing us where we need to go / per ricordarci da dove veniamo e mostrarci dove bisogna andare». Era un Nobel pure questo. Questa è l’America.
Credete che il Nobel a Dylan gliel’abbiano dato perché si lasciò con Joan Baez – tanti anni dopo, lei disse: «Da lui mi aspettavo sempre di più. Sono stata una stupida perché Bob ci aveva già dato il meglio assoluto di sé con le sue canzoni», quale epitaffio migliore per un amore finito? – e disse che non voleva avere più niente a che fare con i movimenti dei diritti civili? Credete che il Nobel a Dylan gliel’abbiano dato perché mollò l’armonica a bocca e decise che doveva suonare – una bestemmia, una bestemmia – con la chitarra elettrica? Credete che il Nobel a Dylan gliel’abbiano dato perché cantò davanti a papa Wojtyla a Bologna nel 1997?
No, no. Gliel’hanno dato perché «You Don’t Need A Weatherman To Know Which Way The Wind Blows / non devi essere un meteorologo per sapere dove tira il vento». Che era un verso di Subterranean Homesick Blues (1965). E perché si intitola proprio così il documento con cui Bill Ayers e Bernardine Dohrn e Mark Rudd e tanti altri uscivano dall’SDS, l’organizzazione democratica che aveva organizzato le lotte degli studenti nelle università americane per dare vita a un movimento che propugnava la lotta violenta. Weather Underground Organization, si chiamava così. Ma loro, li conoscevano come i Weathermen. Capitolo 1: obiettivi: «the goal [of revolution] is the destruction of US imperialism and the achievement of a classless world: world communism / la distruzione dell’imperialismo americano e un mondo senza classi: comunismo mondiale». Non un grammo di meno. Questa era l’America. Tanti anni dopo, Ayers e la Dohrn stanno ancora insieme, e dicono ancora delle cose. Questa è l’America.
Forse il Nobel l’hanno dato anche a Suze Rutolo, che è andata via un paio d’anni fa, e che è la ragazza italoamericana nata in una famiglia comunista durante l’era McCarthy e che gli spiegò, a Robert Allen Zimmerman, al giovanotto che veniva da Duluth, Minnesota, non ancora Bob Dylan, come stavano le cose del mondo, e cosa significasse libertà e uguaglianza e lo aiutò a pensare le prime canzoni – lei sta lì, abbracciata a lui, infreddoliti in un inverno di New York, nella copertina di The Freewheelin’ Bob Dylan (1963).
La lista dei migliori cento artisti, secondo la rivista «Rolling Stone», vede ai primi quattro posti: 1. The Beatles, 2. Bob Dylan, 3. Elvis Presley, 4. The Rolling Stones. Tolti i morti, li potete trovare al Desert Trip, Indio, California. L’evento del secolo. Doveva durare tre giorni, dal 7 al 9 ottobre, è stata aggiunta una settimana. Così, stasera, Dylan, premio Nobel per la letteratura 2016, sarà di nuovo sul palco. E come la sera del 7, sarà con i Rolling Stones – Paul McCartney e Neil Young sono il 15 e Roger Waters e i Who sono il 16. Insieme, metteranno qualcosa come mille anni di età.
La prima sera, Bob e i Rolling hanno cantato Come together, dei Beatles. Qualcuno si aspettava che da dietro le quinte sbucasse Paul e la facessero tutti insieme. Ma sarebbe venuto giù il cielo, e a quel punto ti potevi aspettare anche che arrivasse Elvis resuscitato. Perché vedete, questa cosa qua, che questa generazione che ha vissuto intensamente gli anni Sessanta e Settanta continua a essere viva e dire delle cose, io lo capisco, è una cosa contro natura – i poeti, gli eroi, muoiono a venti, trent’anni, poi diventano stucchevoli, va sempre così, no? – e fa andare in puzza tutti quelli venuti dopo, quelli degli anni Ottanta e Novanta, quelli degli inizi del nuovo millennio, quelli che balbettano un po’ di cose e rimasticano le cose dette da quelli.
Però, che volete farci, è stata baciata dagli dei. E è un gran privilegio appartenervi. Dai, cantiamo insieme The Times They Are a-Changin’. Forse non è vero, però, chissa’.
Ora, sdoganata la poetica delle ballate, non ci resta che aspettare che il prossimo Nobel lo diano a Leonard Cohen. Anche se, a dire il vero, non c’è una grande tradizione della canzone canadese.

Nicotera, 13 ottobre 2016

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