La guerra dei vice, Keane vs. Pence.

vice_presidenti_usa_tvElaine Quijano, volto della CBSN e giornalista della CBS News, che ha tenuto il confronto l’altra sera martedì 4 in tv, ha iniziato ricordando a tutti la battuta di Lloyd Bentsen, che fu lui stesso candidato alla vicepresidenza nello sfortunato ticket democratico con Michael Dukakis alle elezioni del 1988 vinte da George Bush il vecchio. Bentsen diceva che il dibattito televisivo tra candidati alla vice presidenza non riguarda le loro qualità specifiche, quanto piuttosto rendersi conto, se accadesse la tragedia, se egli sia in grado di succedere al presidente, e far fronte alla responsabilità di assumere il più importante incarico nel mondo, senza alcun margine di errore, senza tempo per prepararsi.
Forse non è la più beneaugurante delle frasi, però se è vero che nessuno si ricorda dei vicepresidenti se non quando finiscono per diventare presidenti – e dev’essere per questo che Frank Underwood di House of the Cards briga tanto per essere l’uomo in seconda, e da lì spiccare il salto, dopo aver fatto carte false – questo passaggio è accaduto ben quattordici volte nella storia degli Stati uniti d’America. Di quelle quattordici volte, per otto è successo perché “il capo” era morto per malattia o perché assassinato. Nel conto ci sarebbe anche Richard Nixon, che fu per due mandati vicepresidente di Eisenhower; però, Nixon non divenne presidente subito dopo, sconfitto da John Kennedy, e dovette aspettare che Lyndon Johnson non si ricandidasse più e che sparassero anche a Robert, prima di diventare presidente (quado si dimise per lo scandalo Watergate e evitare l’impeachment, a succedergli fu il suo vice Gerald Ford). Comunque, non è del tutto peregrino pensare che prima o poi il governatore repubblicano dell’Indiana Mike Pence o il senatore democratico Tim Kaine corrano per la presidenza. Perciò il dibattito era interessante.
I commenti e le analisi danno quasi tutti per vincitore il repubblicano, chi con qualche punto in percentuale in più chi in meno. Donald Trump ne ha subito gioito con uno dei suoi immediati tweet. La Clinton, dal canto suo, ha ribadito la sua fiducia nell’aver scelto l’uomo giusto. L’andamento è stato questo: a una qualunque questione posta dalla conduttrice Quijano (nove, per la precisione, di politica interna o estera, con due minuti ciascuno per rispondere e poi altre domande per sollecitare il confronto), il democratico Kaine attaccava e il repubblicano Pence si difendeva. L’impressione generale di un migliore risultato per Pence sta nel fatto che è sembrato pacato, rispettoso dei suoi tempi, garbato spesso, insomma proprio l’uomo che può fare da equilibrio alle improvvisazioni e alle balzane baldanze del suo capo, Trump; mentre Kaine, sempre all’attacco, a volte è risultato petulante, aggressivo fuori misura, e talmente preso dall’obiettivo di criticare ogni volta Trump e paragonare le sue malefatte al comportamento irreprensibile e glorioso della “sua” Hillary da perdere di vista la questione propria che era stata posta. Ecco un po’ la sintesi dello scambio tra i due.
«Pence: Senatore, credo di avere ancora del tempo a me assegnato.
Kaine: Bene, (rivolgendosi alla conduttrice) ma non è una discussione aperta?
Quijano: Sì, è una discussione aperta.
Kaine: Bene, allora mi lasci dire che… (voci che si sovrappongono)
Pence: La smetta di interrompermi e mi lasci finire la frase, se posso.
Kaine: Finisca la sua frase».
Insomma, Pence è risultato migliore di quel che ci si poteva aspettare – una specie di Trump in sedicesimo – e invece ha un carattere esattamente opposto; mentre Kaine è risultato essere un buon cane da guardia, a volte pericoloso. Però, questo aspetto “televisivo” del confronto mette in seconda luce i contenuti di quello che hanno discusso i candidati. E, a mio parere, qui non c’è stata partita: Kaine è sul serio un democratico, e Pence – che peraltro ha ben amministrato come governatore dell’Indiana – ha fatto proprie le posizioni inconsistenti quando non vaghe e pericolose di Trump. E, infine, non è riuscito a dare una qualche risposta convincente su quello che sta diventando un tormentone: perché Trump non mostra la sua dichiarazione dei redditi? E può suonare corretto che si vanti, lui stesso, di avere quasi sempre trovato, in quanto businessman, delle soluzioni per pagare meno tasse possibili mentre tutti invece pagano le tasse? Di essere cioè il furbetto del quartiere?
Questa campagna presidenziale sta diventando, come ha ricordato alla fine del confronto la Quijano, davvero divisiva. Credo di averlo già detto, a me sembra che la società americana vada polarizzandosi. Ne riporto solo due esempi, emersi peraltro nel dibattito. Si è discusso, a un certo punto, della questione dello “stop-and-frisk”, quella legge che permette a un agente di polizia di fermare e perquisire qualunque cittadino. È una questione importante: molti degli episodi recenti, in cui agenti di polizia hanno sparato a afro-americani, derivano dall’abuso di questa legge. E non si tratta solo di persone “dall’aspetto minaccioso”: recentemente anche un senatore afro-americano ha raccontato di avere subito per sette volte questa pratica, e l’umiliazione e la frustrazione e l’impotenza e il pericolo, fermato solo perché nero. Ebbene, nel dibattito, Pence ha voluto ricordare che 330.000 membri del Fraternal Order of Police hanno espresso il loro appoggio a Trump e alle sue posizioni su “law and order”. E ancora, sempre nel dibattito, mentre si parlava di politiche per l’immigrazione e i muri che Trump vuole far costruire lungo i confini, Pence ha voluto ricordare che il sindacato della Immigration and Customs Enforcement, insomma gli agenti di frontiera, ha espresso il suo appoggio alla candidatura di Trump e alle sue “idee” in merito.
Kaine è stato bravo a rispondere al motivo per il quale il sessanta per cento degli elettori considera la “parola” di Clinton non propriamente una cosa sicura, parlando della sua passione di vita e di carriera al servizio degli altri. Gli altri, prima. E lo ha contrapposto alla biografia di Trump, Trump prima di tutto, giocando sul suo slogan America First. Da parte sua, Pence – alla domanda perché agli elettori Trump sembri così imprevedibile – ha ricordato la sua carriera di uomo d’affari, ma non è che c’azzeccasse molto.
A me è sembrata efficace anche la contrapposizione usata da Kaine sull’economia. «Do you want a “you’re hired” president in Hillary Clinton or do you want a “you’re fired” president in Donald Trump?» Volete una Hillary Clinton presidente che dica “Sei assunto” o volete un Trump presidente che dica “Sei licenziato”? E Kaine ha inoltre ricordato l’opposizione di Trump, e il voto di Pence al Congresso, contro l’imposizione dei minimi salariali.
Si è parlato molto delle politiche di assistenza sanitaria e di assistenza sociale (con Kaine che l’ha rivendicata, definendola una delle più importanti riforme della storia americana), contrapponendo una politica “pubblica” di Clinton a una smodata privatizzazione di Trump. E si è parlato di politica estera, di Siria, di Iran, di Russia. Pence ha ripetuto spesso che la politica estera di Obama e Clinton ha indebolito il ruolo dell’America nel mondo. Putin è un altro dei tormentoni della campagna presidenziale, dopo le bizzarre dichiarazioni di Trump in cui chiedeva ai russi, capaci di penetrare nei sistemi informatici americani, di rendere pubbliche le famose e-mail private di Clinton. Così, Kaine ha attaccato Pence per questa sorta di omaggiamento continuo che Trump fa al dittatore russo, e Pence che cercava pacatamente di spiegare che questo non significa affatto essere deboli anzi, e che l’orso sovietico rispetta la forza e che solo una rinnovata forza potrà riequilibrare una situazione geopolitica in cui gli americani sembrano smarriti.
Insomma, un buon dibattito, in verità. E, al di là delle difese d’ufficio, entrambi i candidati hanno mostrato preparazione e competenza. E questo – per “la legge” di Lloyd Bentsen – è già una buona notizia.

Nicotera, 5 ottobre 2016

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