Primo confronto tv fra Clinton e Trump.

prima_tv_clinton_trumpL’America ha già deciso chi sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati uniti. Solo che dovremo aspettare il martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre – come recita la legge federale del 1845 che mise ordine in una materia costituzionale fino a quel momento selvatica – perché il mondo lo sappia. Mancano quarantadue giorni all’8 novembre.
Il primo dibattito televisivo tra Clinton e Trump – che si è tenuto nell’università di Hofstra a Hempstead nello Stato di New York, moderato da Lester Holt, anchorman di NBC Nightly News, compassato e quasi ingessato – non ha cambiato lo stato dell’arte: chi pensava già di votare l’uno o l’altro dei due candidati non avrà avuto alcun motivo per ripensarci.
È abbastanza difficile credere che i prossimi due (un terzo è previsto per i due candidati vicepresidenti) – l’uno, lunedì 9 ottobre alla Washington University a St. Louis in Missouri, l’ultimo a Las Vegas nell’università del Nevada mercoledì 19 ottobre – provochino dei notevoli cambiamenti nell’umore e nello schieramento degli elettori.
L’irruzione di Donald Trump ha radicalizzato la politica americana: il 26 sera, si sono fronteggiate due ben distinte ipotesi. Sull’economia, a esempio, Trump ha rispolverato la ricetta reaganiana della riduzione generalizzata delle tasse e una maggiore liberalizzazione per le imprese, a evitare che vadano altrove e schierandosi apertamente contro i trattati internazionali del commercio, in primis il TPP Trans Pacific Partnership, mentre Clinton ha insistito perché i ricchi paghino le tasse, e che i minimi salariali debbano crescere. Sui conflitti del mondo, Trump propone una sorta di isolazionismo – una sirena antica del conservatorismo americano – anche riguardo il ruolo della Nato e sul Medio Oriente, mentre Clinton insiste sul vantaggio delle alleanze internazionali per mettere ordine in quel caos che è diventato lo scenario geopolitico internazionale.
Non ci sono state gaffes di nessuno dei due candidati, non ci sono state provocazioni accese, non ci sono state cadute di stile, anche se se le sono date di santa ragione: Trump ha ricordato lo scandalo delle e-mail su un server privato quando era a capo del dipartimento di Stato, mettendo la Clinton per un momento in difficoltà; la Clinton lo ha attaccato sulla dichiarazione dei redditi e sul motivo per cui Trump continui a non mostrarla, facendo pensare o a degli imbrogli fiscali o a un disvelamento delle sue difficoltà finanziarie che ne colpirebbero l’immagine di imprenditore vincente. Trump non ha una ricetta per quasi nulla, ma non è questo che conta; lui sembra dire, a chi vorrebbe le mani libere in quasi tutto: eleggete me alla carica più alta, poi potrete fare quello che vi pare, che io vi coprirò. La Clinton, saputella e supponente, anche se è sembrata più smussata, sa che non sarà mai amata per il suo carattere e che in fondo rappresenta proprio l’establishment, ma è una donna dai nervi saldi e dalla grande determinazione: ha studiato da sempre da presidente degli Stati uniti e ora è dove deve essere.
Cento milioni di spettatori, quasi il numero di chi segue la finale del Superbowl, solo che qui non c’erano interruzioni pubblicitarie da milioni di dollari al nanosecondo. I commenti di tutte le testate del mondo, a cominciare da quelle americane, danno un vantaggio a Clinton o un sostanziale pareggio. La battuta migliore comunque è proprio la sua. Parlando di armi nucleari, la candidata democratica, ricordando il temperamento irruento di Trump, ha detto: «A man who can be provoked by a tweet should not have his hands anywhere near the nuclear codes / Un uomo che può essere provocato da un tweet, dovrebbe avere le sue mani ovunque purché lontano dai codici nucleari». Solo che.
Solo che è la vita americana che si è andata radicalizzando, questo è il punto. Il conflitto razziale, anzitutto, ha assunto una dimensione mai raggiunta prima, non per la violenza esplosiva di un ghetto o di una città, come accadeva negli anni Sessanta e Settanta (Charlotte o Ferguson possono ricordare Watts), ma perché ha ormai evidenti caratteri di riproduzione continua, e è davvero un paradosso, pensando che accade alla fine della presidenza Obama, il primo presidente afroamericano. Puoi diventare anche un nero di successo, ma sarai sempre un nero: questa società americana è bianca e appartiene ai bianchi. La polizia sta a garantirlo. Fine della storia.
La verità è che Obama non lascia eredità. È stato un grande, un grandissimo leader, ma non ce l’ha fatta a essere un altrettanto grande presidente. Ha tirato fuori il paese dalla crisi più spaventosa – non solo l’economia americana è tornata a muoversi ma anche l’occupazione – e ha cercato di dare forma a un nuovo ruolo degli Stati uniti nel mondo. Chi parla di declino americano sembra non rendersi conto che il problema sia stato l’improvviso tracollo dell’impero sovietico, dato che il ruolo di gendarme del mondo era legato soprattutto al contenimento dell’orso russo. A cominciare dal ruolo dell’Europa. Che si è, altrettanto improvvisamente, svuotato di senso.
Nello stesso tempo, il mondo è diventato americano. L’India, il Brasile o la stessa Cina non sono “modelli” di economia alternativi – come lo era la Russia – all’american way of life. In forme più o meno attenuate, con un ruolo più o meno invadente dello Stato, ogni economia del mondo, e va da sé quella occidentale, non ha fatto altro che fare propri i fondamentali dell’impero americano. L’America è ormai ovunque. E, come recitò un mantra del dopo 11 settembre ma in modo molto più profondo, verrebbe da dire se non suonasse superficiale perché è proprio il contrario: in modo molto più immateriale, siamo tutti americani.
Se l’America è ovunque, dov’è l’America?
L’America ha superato lo smarrimento e l’insicurezza, il vero choc dell’11 settembre, quando le Twin Towers vennero giù e la guerra si materializzò, come mai era accaduto prima se non nella guerra civile e a Pearl Harbor, sul territorio americano. Ci sono stati attentati, ci sono stati cani pazzi che si sono armati fino ai denti uccidendo all’impazzata, e probabilmente accadrà ancora, ma tutto questo non è completamente fuori dalla vita americana di sempre. L’America sta uscendo anche dalla crisi finanziaria del 2007: certo, i numeri non saranno mai più quelli dei Gloriosi trent’anni, ma questa è una questione che riguarda il mondo intero. Invece, l’America, e gli americani, sono completamente smarriti rispetto a quello che era il loro ruolo, il loro status, il loro senso.
È molto più grave del Vietnam: lì la società si lacerò, lì si scendeva in piazza e si manifestava, lì ci si schierava per il napalm o contro il napalm e l’orrore. Qui, è come se tutti fossero reduci da un conflitto di proporzioni gigantesche e fossero rientrati a casa, ma non ritrovando più la strada. Gli americani sono tutti veterani. I veterani di un mondo che non c’è più.
L’America non è New York e neppure Hollywood. Resta sempre il mondo di Holt, la nuova contea del Colorado inventata dalla trilogia della pianura di Kent Haruf, o il mondo di Yoknapatawpha, la contea immaginaria del sud degli Stati Uniti di Faulkner.
È lì che tutti i casini del mondo sono precipitati sulla terra.
E, a dire la verità, né Clinton né Trump sembrano al momento avere la stoffa per affrontarli.

Nicotera, 27 settembre 2016

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