Andammo a Gibellina e tutto cambiò. Poi venne il ’68.

teremoto_68_gibellinaNon ricordo perché fossimo arrivati a Santa Ninfa. L’idea era di andare a Gibellina, era quello il nome che sapevamo. «Andiamo a Gibellina, andiamo al terremoto», così ci eravamo detti. Ero entrato all’università, facoltà di Medicina a Messina, da pochi mesi, nell’autunno del 1967. Quando la terra, in una notte di gennaio del 1968, aveva deciso di mandare a gambe all’aria tutta la Valle del Belice avevo iniziato da poco a frequentare la facoltà. Qualche lezione di Istologia, qualcosa di Anatomia. C’era tutto un fermento. Tutto un parlarsi, un incontrarsi, un domandarsi. Che ci faccio qui? A che servirò? Sarò un buon dottore? Bravo di intenzione come Albert Schweitzer, che aveva abbandonato tutto per andare a curare i poveri in Africa, e bravo di mano come quel Barnard che aveva trapiantato un cuore per la prima volta pochi giorni prima?
Quando si seppe del terremoto e della devastazione fu spontaneo pensare di andare a dare una mano. Sapevamo quello che avevano fatto i giovani a Firenze, nell’alluvione del ’66. Sarebbe stato lo stesso. D’altra parte, era la nostra gente, eravamo siciliani, no? E poi, noi di Messina abbiamo un debito naturale verso il mondo, è una cosa che ci viene così, ogni volta che la terra trema da qualche parte, perché ci ricorda il nostro, di terremoto, quello del 1908, quando tutta la città scomparve e quando tutto il mondo ci aiutò. Col terremoto ci cresciamo – sviluppi come una sensibilità a avvertire le scosse anche minime, alle scuole elementari facevamo le esercitazioni e imparavamo a metterci sotto i banchi per proteggerci, dove continuavamo le nostre battaglie con palline di carta, e papà, abbracciandomi stretto, mi aveva spiegato, una volta che la terra tremò e eravamo a casa, che devo sempre cercare di mettermi sotto un architrave. In qualche modo, è come se ne siamo immunizzati: lo metti in conto, ne hai timore, ma è qualcosa che conosci. Ci convivi, anche se può ammazzarti. Così, organizzammo un pullman – credo fossimo per lo più dei primi anni – e partimmo. Gibellina.
Però, le strade dovevano essere scomparse, o forse era già stato vietato ogni ingresso a Gibellina e Salaparuta – ancora le scosse di giorni dopo la notte del 14 avevano provocato dei morti tra i soccorritori. E finimmo a Santa Ninfa. A quello che ne era rimasto. Zero. Anno zero.
Ricordo solo una enorme distesa di fango. Aveva piovuto ininterrottamente per giorni, dopo il terremoto. Era come muoversi in un acquitrino. E questo non faceva che aumentare il senso di disperazione, e il caos. Il terremoto del Belice fu il primo – di quell’intensità – in cui si misurò una macchina organizzativa di intervento, poi ci sono stati il Friuli, l’Irpinia, l’Aquila, luoghi tutti dove, insieme ai soccorsi istituzionali, si è mossa una spinta volontaria di sostegno e aiuto. E se uno sa quali siano le difficoltà che ancora oggi si verificano, può immaginare quali fossero quando tutto era ancora affidato alla buona volontà e all’imperfezione di una macchina mai messa a punto prima.
L’unica cosa che sembrava funzionare era l’esercito. Avevano allestito delle tende, dove si dormiva, si distribuivano i pasti, e dove si prestavano dei soccorsi. C’era ancora tanta gente che non era stata smistata in altri centri. Tanta.
Fu all’esercito che ci rivolgemmo per essere messi al lavoro. Sulle prime non sapevano bene che farsene di noi, o come utilizzarci. Ci dissero solo di stare attenti. Che la terra ancora tremava, che i muri ancora crollavano, anche se sembrava che ben poco ci fosse da crollare ancora. Così, a gruppi, ci addentrammo in paese. In quello che ne restava.
Niente, non ne restava niente. Le macerie si erano accumulate su se stesse. Uomini e donne ancora vagavano, in cerca di qualcosa, in cerca di qualcuno. Non c’erano sciacalli, cosa avrebbero potuto rubare? Aiutammo a spostare dei detriti, aiutammo a tirare fuori dei morti. Ce n’erano ancora. Il terribile stato di povertà e miseria di quei luoghi sembrava ancora più forte dello stato di distruzione in cui adesso erano. Ne era inestricabile. Questa era la Sicilia. Quella di chi aveva sperato dopo la liberazione del ’45, quella che aveva occupato le terre nel ’47, quella che aveva visto i suoi migliori sindacalisti uccisi uno dietro l’altro dalla mafia, quella che guardava con affetto, con curiosità le cento proteste di Danilo Dolci. Tutto era precipitato lì. Il terremoto lo squadernava.
Distribuivamo i pasti, gli indumenti, dormivamo nelle tende militari. La sera c’era tanto freddo, e nelle brandine da campo sentivamo ancora la terra smuoversi ogni tanto. Poi, qualcuno dovette pensare che se studiavamo medicina potevamo essere utilizzati per quello. E qualcuno mi chiese se sapessi fare le iniezioni. Risposi di sì, ma non era vero, non avevo mai fatto un’iniezione in vita mia. Ma non mi sarei tirato indietro per niente al mondo. Così finii in una tenda con la croce rossa a fare iniezioni contro il tifo. Si temeva, e a ragione, che potesse scoppiare un’epidemia.
Sulle prime, mi limitavo a aiutare un infermiere militare a preparare le siringhe, a bollire tutto e a registrare le cose, poi feci da me. Avevo capito che una certa sicurezza era tutto.
Entravano uomini con la pellegrina sulle spalle, il cappello sgualcito, strati di vestiti indosso rattoppati alle ginocchia o sulle gambe o ai gomiti. Contadini. Miseri. Disperati. Miti di quella mitezza che è quasi condiscendenza al mondo, per come è, per come si sa. Terribile. Un gran terremoto non avrebbe cambiato le cose. O forse sì. Erano incuriositi di tutto quel gran trambusto intorno a loro, tutte quelle genti, tutte quelle macchine. Sembrava strano che il mondo potesse interessarsi a loro. Alle loro sorti. Tutti, tutti avevano perduto qualcuno. Tutti, tutti erano storditi dall’essere ancora vivi. Si affidavano a noi. Scoprivano la spalla con pudore. Si affidavano a me – con timore e con rispetto. A me, che non sapevo nulla.
Non so come m’ammalai. Mi prese una febbre alta e finii in una brandina a intirizzire per il freddo. Dovettero badarmi e curarmi, io che ero andato là per badare e curare. Che ci faccio qui? A che servirò? Sarò un buon dottore? Appena mi ristabilii, tornai a Messina, all’università.
Per me il mondo era cambiato. Per sempre. Messo sottosopra da quel terremoto. Il Sessantotto stava appena cominciando.

Nicotera, 25 agosto 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 26 agosto 2016

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2 risposte a Andammo a Gibellina e tutto cambiò. Poi venne il ’68.

  1. Daniela Thomas ha detto:

    L’ha ribloggato su Domodamae ha commentato:
    Io quel terremoto lo sentii, bambina, e poi lo vidi con gli occhi di mio padre, che aveva fatto migliaia di foto terribili, che a guardarle non si capiva quello che si vedeva, ma si sentiva nel sangue. Mi piacerebbe recuperare quelle foto in bianco e nero di una tragedia in bianco e nero, chissà se da qualche parte ci sono ancora.
    Ma in queste parole si sente ancora quello che c’era e che purtroppo di nuovo c’è.

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