Tecniche di colpo di Stato.

tejeroSe ci sarà mai una ristampa – l’ultima è del 2011, per i tipi di Adelphi – di Tecnica di un colpo di Stato di Curzio Malaparte, bisognerà aggiornarne almeno una definizione, laddove il toscanaccio riferendosi al 18 brumaio (9 novembre) del 1799, il colpo di Stato di Napoleone Bonaparte che cambiò per sempre la Repubblica francese, scriveva: «Jamais coup d’État plus mal conçu ne fut plus mal conduit / mai colpo di Stato peggio concepito fu ancor peggio eseguito». Ecco, quella definizione bisognerà attagliarla adesso ai militari turchi che hanno provato a rovesciare Erdogan.
Quando il libro di Malaparte apparve, nel 1931, fu un successo internazionale ma scontentò tutti: Trotskij, che era già fuori dai giochi del potere sovietico e stava in Danimarca per un’intervista alla radio prima di partire per il Messico, spese più tempo per parlare male di Malaparte che di Stalin; Hitler lo bruciò – era un pallino, questo – nelle piazze e chiese a Mussolini la testa dell’autore; Mussolini lo mandò al confino a Lipari per cinque anni.
La tesi del libro era semplice ma rivoluzionaria: i colpi di Stato si somigliano tutti, da Silla fino alla modernità; la vera differenza è che nella modernità la riuscita di un colpo di Stato non sta nella sua dimensione politica ma in quella tecnica. E in un certo senso, il pensiero di Trotskij sembrava far propria la tesi di Malaparte: «Per impadronirsi dello Stato, sosteneva Trotskij, occorre una truppa d’assalto e dei tecnici: delle squadre d’uomini armati, comandate da ingegneri». Eccola, l’innovazione: il colpo di Stato è una questione tecnica. Trotskij vuole impadronirsi dello Stato, che non è né l’organizzazione burocratica e politica, né i palazzi delle istituzioni e delle rappresentanze, ma «l’organizzazione tecnica, e cioè le centrali elettriche, le ferrovie, i telefoni, i telegrafi, il porto, i gazometri, gli acquedotti». Nel partito bolscevico si discusse seriamente, a un certo punto, della possibilità di costruire, in ogni nazione europea, delle formazioni pronte al colpo di Stato – Lenin con le sue fisime delle insurrezioni operaie sembrava esser diventato d’improvviso un brontosauro. Non se ne fece nulla.
Ma è davvero così, davvero i colpi di Stato si somigliano tutti, e davvero è solo una questione di tecnica? Forse c’è un momento esatto, un istante preciso, in cui è possibile capire se l’iniziativa di rovesciare un governo, un parlamento, una democrazia avrà successo o si rivelerà un goffo tentativo. Dopo, a cose fatte, è troppo facile tranciare un giudizio – “maldestro” è stato detto a più riprese, del tentativo dei militari turchi –, ricavarne metodi da applicare o evitare, concionare in analisi e retrospettive, sviscerare retroscena, come se davvero ci fosse un modo solo, valido sempre e ovunque, per rovesciare i governi e instaurare un regime basato sulla forza militare. Come bastasse attenersi a un disciplinare. E invece le cose non stanno così: un putsch, un golpe ha sempre una zona di incertezza, una aleatorietà. Lo scrittore turco Orhan Pamuk, nel prendere le distanze dal tentato golpe, ha detto di averne già vissuti sei, di golpe, nella sua vita, tre riusciti e tre no. Cosa ha fatto sì che quei tre riuscissero e quegli altri tre no? È lì che interviene il fattore umano, l’imponderabile, è lì che interviene la Storia. Che si diverte a stare ora di qua ora di là.
«Quieto todo el mundo», gridò il tenente colonnello della Guardia Civil Antonio Tejero Molina, irrompendo con un pugno di militari nel Congresso dei deputati di Spagna il 23 febbraio 1981 durante la votazione del candidato alla presidenza del governo. Per sottolineare il concetto si mise a sparare in aria – mentre tutti i deputati si buttavano per terra, riparandosi dietro gli scranni delle Cortes. Tutti, meno tre: Adolfo Suárez, fondatore e presidente del partito dell’Unione del Centro Democratico, primo eletto democraticamente, Santiago Carrillo, segretario del Partito comunista, e il generale Gutiérrez Mellado, vicepresidente del governo e ministro della Difesa. Maschere impassibili, passate già attraverso la Storia – tre uomini diversissimi: il pupillo falangista che si faceva carico della transizione dal franchismo alla democrazia, il dirigente comunista che aveva vissuto per decenni in carcere eppure era riuscito a mantenere in piedi un filo di organizzazione operaia pronta a risorgere, e il generale che si faceva garante della neutralità dei militari, invece sfuggita apparentemente a ogni controllo – e che pure in quel preciso momento decidevano di giocare tutta la loro vita, passata e presente, nell’immobilità. Che accadesse quello che doveva accadere, loro non si piegavano agli eventi. La democrazia spagnola pure rimase immobile, benché quello fosse un golpe “televisivo” – le telecamere erano rimaste accese e si seppe subito quello che stava esattamente accadendo. Nessuno scese in piazza, nessuno proclamò lo sciopero immediato. Come ci fosse un destino manifesto, una maledizione in quella tormentata Spagna, e tutto quel che si potesse fare era rimanere seduti, a occhi aperti e senza volgere il capo. Eppure, forse, il momento esatto in cui il golpe fu solo un tentativo «mal conçu et plus mal conduit» è da individuare nel fallimento dell’operazione con cui un generale aveva provato a prendere il comando della Divisione corazzata Brunete, con la quale avrebbe dovuto occupare i punti strategici della capitale – soprattutto radio e televisione da cui avrebbe diramato un comunicato sul successo del golpe. Invece, tutto restò sospeso, e quando gli altri generali, dopo la dichiarazione di re Juan Carlos che si mostrava con pennacchi e mostrine a smentire ogni voce che lo faceva supporre coinvolto e anzi appariva risoluto a salvare la democrazia a ogni costo, si tirarono indietro, tutto rientrò.
Nel 1920, in Germania andò tutto diversamente. Il generale Kapp decise un’azione contro la Repubblica di Weimar, occupò il Reichstag e costrinse alla fuga governo, ministri e parlamentari. Tutto sembrava perduto. Il socialdemocratico Bauer – un uomo modesto e un politico non certo di prim’ordine – nel fuggire verso Stoccarda lanciò un appello al Partito socialdemocratico tedesco: difendere Weimar e la democrazia. I sindacati risposero e proclamarono lo sciopero generale: Berlino fu attraversata da migliaia e migliaia di manifestanti, e Kapp, benché i suoi soldati avessero occupato ponti e telegrafi, fu costretto a rientrare. Le masse in piazza salvarono la democrazia. Sembrerebbe quello che è accaduto in Turchia, se quella turca può essere definita una democrazia (cosa che comincia a risultare difficile non solo per quel contesto), ma non sempre va così.
Il generale egiziano al Sisi, che nel luglio 2013 ha spodestato Mohamed Morsi leader della Fratellanza musulmana e capo di un governo islamista democraticamente eletto, giocò invece sulla contrapposizione della piazza, scontri violenti che duravano senza fine tra l’opposizione, guidata dal Tamarrud, una coalizione, contro i militanti musulmani. Morsi, nel lanciare un appello al martirio, aveva twittato (fu il colpo di Stato più twittato, almeno fino allora): «Non mi lascerò dare ordini, né dall’interno né dall’estero». Ci fu un lungo braccio di ferro, presidenti ad interim nominati e deposti nel volgere di ventiquattr’ore, scontri e morti per le strade, e soprattutto – ecco il momento esatto in cui si capì come sarebbero andate le cose – arrestarono Morsi e quasi tutti i leader politici dei Fratelli musulmani. I generali “usarono” la piazza per compiere il loro golpe e ripristinare la legalità.
Forse il momento esatto in cui s’è capito che il golpe contro Erdogan andava fallendo è stato quando s’è saputo che il sultano turco era riuscito a fuggire – il suo aereo continuava a volare nei cieli della Turchia, dalle vacanze a cui era stato strappato fino alla richiesta di asilo in un aeroporto tedesco, senza nessuno che lo abbattesse, fino alla decisione di rientrare a Ankara e da lì organizzare la resistenza e il ribaltamento delle prime ore. Forse il momento esatto è stato quando il suo volto ancora disfatto è sbucato attraverso lo schermo di un telefonino a una giornalista che lo intervistava e l’uomo che doveva essere agli arresti chiamava alla mobilitazione i suoi seguaci e il popolo. Forse il momento esatto è stato quando i colonnelli che avevano organizzato il golpe si resero conto di non riuscire a portare dalla propria parte il grosso dei comandi militari e i soldati venivano abbandonati a se stessi. Eppure, i ponti erano stati occupati, eppure s’era provato a spegnere le televisioni, eppure i palazzi del potere erano stati bombardati.
Ecco: il bombardamento dei palazzi. L’immagine che terremo sempre vivida di Salvador Allende sarà quella di un presidente con l’elmetto e un mitra che l’11 settembre del 1973 si barrica nel palazzo della Moneda per difendere il parlamento e la democrazia. Ci morirà Allende, alla Moneda, bombardata dai generali golpisti. Eppure, erano stati gli scioperi a sfiancarlo – una lunga ondata di scioperi, tra cui quello dei camionisti e dei minatori del rame erano stati tremendi. E fu il parlamento, la maggioranza dei parlamentari, a rivolgersi all’esercito per fermare lo stravolgimento della Costituzione e fu il suo comandante in capo, Augusto Pinochet, nominato da Allende, a tradirlo.
Quando l’aviazione turca in rivolta ha bombardato il parlamento, il Meclis – forse fu quello il momento esatto – ci si chiese come fosse possibile che chi intendeva ripristinare la legalità e la democrazia sganciasse le bombe sul palazzo che ne rappresenta il sistema e il funzionamento per liberare il paese.
Nel Dizionario di Politica di Carlos Barbé il colpo di Stato è definito come «l’impadronirsi, da parte di un gruppo di militari o delle forze armate, degli organi o degli attributi del potere politico, attraverso un’azione improvvisa, che abbia un certo margine di sorpresa e che di solito riduca la violenza intrinseca dell’atto con il minimo impiego possibile di violenza fisica».
Probabilmente la verità è che ogni colpo di Stato riuscito è una rivoluzione fallita – se diamo ancora al termine “rivoluzione” il senso d’un cambiamento profondo di comportamenti, la crescita di un desiderio di maggiore libertà e autonomia personali e collettive, e non solo di condizioni materiali migliori.
E forse – benché quel suo “manuale” affondasse in un’Europa non più ripetibile storicamente – aveva anche ragione Malaparte: «L’arte di difendere uno Stato è governata dagli stessi principi che regolano l’arte di conquistarlo». Non so se Erdogan abbia mai letto Tecnica di un colpo di Stato, magari lo conosce d’istinto. Come tutti i sultani, con o senza connotazione religiosa.

Nicotera, 19 luglio 2016
pubblicato su ”il dubbio”, quotidiano del 20 luglio 2016

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