Cleveland, Ohio. Aperta la Convention repubblicana che incoronerà Trump.

cleveland_convention_repubblicanaSarà un aneddoto da nulla, ma in un piccolo paese dell’Iowa in una partita di basket fra college, i supporter dell’una squadra si sono messi a gridare contro l’altra, composta in prevalenza da neri e nativi americani e latinos, per intimidirla – Trump Trump Trump.
La tribù dell’uomo bianco è sotto assedio. Negri, latinos, musulmani, froci e femministe hanno alzato troppo la cresta – troppe regole a loro vantaggio, troppi ammiccamenti, troppi cedimenti alle loro insulse richieste. L’uomo bianco, The White Man, deve riprendersi la sua terra, i suoi confini, le sue leggi. E può farlo solo con la forza. Il principio dell’ordine è la forza. Senza il potere dell’uomo bianco, il mondo è nel caos.
Non so se saranno queste le parole che risuoneranno alla Convention repubblicana di Cleveland, Ohio – in effetti, potrebbero essere anche più violente – ma questo è il tono che alberga nei loro cuori. Oggi negli Stati uniti c’è un campione dell’uomo bianco e del suo fardello – e il suo nome è Donald Trump. Trump Trump Trump.
Si era appena spenta l’eco degli spari di Baton Rouge, che si è aperta ieri la maratona di tre giorni che finirà giovedì, con l’incoronazione del candidato alla presidenza, iniziata il 16 giugno 2015 nella Trump Tower a New York, il grattacielo del magnate nella Fifth Avenue. Primo giorno: Make America Safe Again – Fare l’America di nuovo sicura. Secondo giorno: Make America First Again – Fare l’America di nuovo prima. Giovedì, serata conclusiva e gran finale: Make America One Again – Fare l’America di nuovo unita. Sul palco i vari candidati nella corsa alle primarie che Trump ha macinato e che sono progressivamente passati sotto la sua ala, da Rubio a Cruz a Paul Ryan, e tutta la struttura del partito, dal leader della maggioranza in Senato, Mitch McConnell, al presidente del Comitato nazionale repubblicano, ovvero l’organo di comando del partito, Reince Priebus. E poi il governatore dell’Indiana, Mike Pence, indicato come vicepresidente, quello del New Jersey, Chris Christie, quello del Wisconsin, Scott Walker, e varie facce note come l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e l’ex speaker repubblicano alla Camera, Newt Gingrich. A intervallare, i vari figli del miliardario immobiliarista, Tiffany e Donald Jr, Eric e Ivanka. Non so se l’America sarà di nuovo one, una, ma certo il partito dell’elefante – benché resista una corrente che continua a urlare “Never Trump” e che vorrebbe i candidati alla Convention votassero secondo coscienza – a Cleveland è di nuovo unito. Con i suoi 14 milioni di voti, un record ben superiore a quello precedente segnato da George Bush “W”, è davvero difficile impensierire Trump. Trump Trump Trump.
C’è chi si preoccupa per l’esplicita intenzione manifestata da più parti di arrivare a Cleveland armati fino ai denti – l’Ohio è uno degli “open carry State”, cioè un luogo dove si possono portare le armi purché a vista – e così hanno detto che faranno le nuove Black Panthers e varie bande di bikers, pronti magari a fronteggiarsi, tanto che era stato chiesto al governatore di sospendere per almeno tre giorni questa legge, ma sembra non si possa fare nulla di meglio se non attrezzarsi a ogni evenienza, rinforzando la presenza medica e paramedica negli ospedali.
Forse non serve più chiedersi se gli eventi sempre più gravi che accadono negli Stati uniti – dall’uccisione di neri inermi da parte di poliziotti, all’uccisione di poliziotti per mano di neri cecchini con formazione militare, a Dallas e Baton Rouge, a “vendicare” i fratelli uccisi – potranno portare acqua al mulino della propaganda di Trump. Forse non serve più chiedersi se gli eventi sempre più gravi che accadono nel mondo – dall’assalto contro la discoteca di Orlando a quello di Dacca, dal tir lanciato sulla folla che festeggiava sulla promenade di Nizza al tentato golpe in Turchia e alla reazione di Erdogan, monarca sempre più assoluto in una regione dove sembrano precipitare tutte le contraddizioni del mondo – potranno portare acqua al mulino della propaganda di Trump. Questo mondo porta acqua al mulino della propaganda di Trump.
Trump ha puntato al bersaglio grosso sin dall’inizio della sua cavalcata, al presidente Barack Obama. Ha preso di mira la sua politica estera, e quindi del suo capo del Dipartimento di Stato, Hillary Clinton – basata sulla presa d’atto che il ruolo di gendarme del mondo non solo non era più possibile ma avrebbe finito per alimentare il fuoco di ostilità contro gli Stati uniti. Il prezzo politico, senza contare quello in costi umani e economici, delle guerre del Golfo non era più sostenibile. Senza abbassare la guardia nei confronti del terrorismo fondamentalista, ha provato a giocare più un ruolo politico che militare, a sviluppare e rafforzare più un’attività di intelligence che di guerra. Non è una strada che paga a breve tempo. E ogni attentato, ogni gesto compiuto anche solo da un mad dog, da un cane pazzo, uno che si vota al martirio dalla sera alla mattina, finisce con il dar fiato alle trombe di una propaganda muscolare, alla Trump, per capirci. Il più lucido alleato della propaganda “America First” è il Gran Califfo dell’Orrore, al Baghdadi; proprio come accadde con l’ayatollah Khomeyni e Ronald Reagan lungo tutta la vicenda del sequestro di cittadini americani nell’ambasciata a Teheran: Khomeyni rifiutò sdegnosamente ogni trattativa proposta da Carter, per decidersi a liberare gli ostaggi proprio il giorno dell’insediamento di Reagan, che su quella vicenda, e sulla supposta debolezza di Carter, costruì la sua campagna elettorale vincente. Non sembrerà vero a al Baghdadi, ogni volta che rivendicherà come proprio il più assurdo degli attentati, sentirsi al centro delle attenzioni guerresche dell’America. È il riconoscimento del suo ruolo, è lui, il Califfo, l’unica vera alternativa a Satana. Saranno sirene per l’accorrere di volontari e martiri pronti a morire per combattere la bandiera a stelle e strisce sotto le insegne dell’Isis.
Così, noi finiremo per il restare intrappolati tra possibilità di forme di democrazia illiberale e forme di liberalismo non-democratico. Non è una gran scelta. E le “bling brigades” – come le ha chiamate Bernard Henry-Levy, qualcosa che suona come le “brigate del brillocco”, per dirne la volgarità e l’arroganza – sembrano sguazzarci: magari le proposte concrete, sul piano economico, sono confuse e vaghe. Non è questo che sembra importare agli elettori, a quella gran fetta di cittadini che li sostiene, che è pronta a scendere in piazza per i loro campioni. Non è solo perché la globalizzazione ha frantumato aziende e posti di lavoro, non basta più la spiegazione “economicista”. Bastasse, i segni di ripresa o un piano di investimenti dovrebbero garantire la messa in mora dei populismi. Ma non è così. Da Erdogan a Marine Le Pen a Frauke Petry a Donald Trump, una nuova forma di nazionalismo – senza riguardo per la religione – sta prendendo il sopravvento.
È una nuova Internazionale dell’orrore. Questo si gioca a Cleveland.
Nel 1968 migliaia di studenti marciarono contro la Convention democratica di Chicago, scontrandosi duramente contro la polizia. Furono i giorni dell’ira, The Days of Anger. Oggi, l’ira sembra invece insediarsi nel cuore d’un partito americano e governarne la politica. E se vincerà, sarà la politica per il mondo.
Attrezziamoci a ogni evenienza, rinforziamo la presenza medica e paramedica.

Nicotera, 18 luglio 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 19 luglio 2016

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