Renzi, l’ideologia della nazione e la cultura italiana.

Nei giorni scorsi, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge di riforma sul cinema che introdurrà una serie di novità anche a livello fiscale e per gli investimenti nel settore. La notizia però è un’altra: nel giorno dell’approvazione delle misure a sostegno del cinema, Matteo Renzi ha incontrato a Palazzo Chigi quattro registi italiani vincitori dell’Oscar, Roberto Benigni, Bernardo Bertolucci, Paolo Sorrentino e Giuseppe Tornatore. L’incontro si è svolto in un clima sereno e persino ilare. È, da tempo immemorabile, la prima corrispondenza di sensi tra cinema italiano e governo, e peraltro a un livello così sacrale. Che succede?
Durante il ventennio berlusconiano la cultura italiana – il cinema, la letteratura, soprattutto – ha espresso una forte politicizzazione. Del berlusconismo si additavano tratti di degenerazione della vita sociale e culturale – non solo per il modo di governare, ma proprio per quel suo essere televisivo, di avere lì, nella televisione, radice e linguaggio della comunicazione politica – che venivano avvertiti come segni di disfacimento della democrazia. Non ultimo, aveva tratti di degenerazione della stessa vita privata. Il corpo del sovrano era infetto, e stava infettando la nazione tutta.
In quel ventennio, la cultura italiana è stata civica e moralista, si è stretta intorno ai giudici che indagavano sulle malefatte del berlusconismo, senza andare troppo per il sottile sulla correttezza delle procedure, come d’altronde era già successo nella caduta del craxismo e della Prima repubblica, e si è assunta un ruolo di opposizione politica che si concentrava nella difesa della costituzione repubblicana. Ha cercato anche di mantenere issata la bandiera di dignità e decoro della storia italiana all’estero, provando a mettere tra parentesi il berlusconismo, come un incidente, un’anomalia, e assumendosi il ruolo del vero volto dell’italianità. Noi italiani non siamo così.
Questo processo di forte politicizzazione ha coinvolto non solo i grandi vecchi, i buoni maestri della cultura italiana, la cui biografia si intrecciava durevolmente alla sinistra e alle bandiere rosse, ma anche tutta la nuova generazione – di scrittori, registi, attori, sia di quelli che arrivavano alla soglia del successo, sia della maggioranza precaria – che veniva affacciandosi. L’antagonismo, venato di disprezzo, era reciproco: il berlusconismo additava il carattere elitario e passatista di questa opposizione, difendendo la sua popolarità con tratti da sovrano magnanimo; la cultura italiana ne indicava il carattere plebeo, volgare, come costitutivo e complementare, e il pericolo che quella sovranizzazione della politica stava significando. I due momenti topici di questo scontro sono stati la sfregiante teorizzazione tremontiana che con «la cultura non si mangia» e all’opposto la tensione veltroniana a fare della cultura le casematte del consenso e i luoghi della resistenza democratica e morale.
Per vent’anni, la cultura italiana ha avuto un ruolo politico di primo piano. Non era solo una comprimaria dell’azione politica e parlamentare dell’opposizione, suonatori di piffero e utili idioti che si riducevano a una proliferazione di appelli, ma ne era piuttosto un lievito, e una barriera invalicabile a qualunque cedimento, a qualunque compromesso. Scendeva in piazza. Il berlusconismo era diabolico, e non certo solo nei dettagli; lo zoccolo caprino e l’odore sulfureo erano di tutta evidenza e non serviva un bambino a additarne la mostruosità.
Giusto o sbagliato, grosso modo è andata così. Ora, finito il berlusconismo, la cultura italiana è afasica, azzittita, indeterminata. Ora, con l’avvento di Renzi, la cultura italiana – quella dei grandi maestri e quella che per biografia tende a succedervi – sta muta. Come mai? Renzi viene percepito come una radicale modificazione delle cose? La cultura italiana si è stancata, o considera scampato il pericolo e estinto il prorio ruolo di lotta una volta che il berlusconismo è stato spezzato, anche se non si è del tutto estinto? È sbocciato l’amore, c’è una aderenza tra renzismo e cultura italiana, e dove accade, in quale superficie politica, in quale ideologia?
C’è intanto da chiedersi cosa mai sarebbe potuto accadere se la cultura italiana avesse incrociato il grillismo. Non è andata così, almeno sinora: tranne Dario Fo – che da sempre considera il giullare un sovversivo – e qualche rarissimo nome dello spettacolo, e pochissimi nomi accademici di seconda fila, la cultura italiana ha espresso verso il Movimento 5Stelle venature di disprezzo, ne ha additato incongruenze e fragilità di storia, di teoria politica, di proposta, sottacendone e sottovalutandone caratteri che pure le erano stati familiari durante il ventennio antiberlusconiano – la critica feroce all’inamovibilità e all’opacità della casta, il bisogno di trasparenza delle istituzioni, l’organizzazione delle decisioni dal basso, la tensione a una statualità fatta di civismo e di assecondamento delle regole uguali per tutti. In una storia dei ”se”, sarebbe interessante chiedersi cosa sarebbe accaduto – ammesso, certo, che Grillo e Casaleggio avessero loro spalancato le braccia – se la cultura politicizzata antiberlusconiana avesse traghettato il proprio spirito critico e voltato la propria attenzione al Movimento 5Stelle, portando prestigio, competenza e spessore. Non è accaduto perché un comico prestato alla politica che viene dalla televisione e riempie le piazze non ispira fiducia intellettuale? Non è accaduto perché l’assenza di storicità di questo movimento non garantisce solidità e continuità? Non è accaduto per pigrizia, codardia, sfinimento al solo pensiero di dover affrontare lunghe conversazioni con i propri amici e colleghi per spiegarne le motivazioni? Non è accaduto perché il Movimento 5Stelle, pur rappresentando una quota significativa di elettorato, non esprime ancora “forza” e la cultura italiana ha una fascinazione particolare per la forza?
Al funerale di Ettore Scola, Massimo D’Alema, che ha appena porto il proprio omaggio, a un cronista che gli chiede un’opinione su Renzi, che poco prima ha compiuto il medesimo gesto, risponde: «Perché, c’era Renzi?» La battuta coglie il senso di appartenenza e egemonia che la vecchia classe dirigente comunista italiana considera riguardo la cultura e il cinema di questo paese, quella che conta. D’altronde, la filmografia di Scola è estremamente intrecciata a quella storia. Eppure, Renzi era lì, e era lì in quanto presidente del Consiglio, oltre che segretario del Partito democratico. Renzi non disdegna, non rottama la storia culturale del partito, anzi. E proprio perché non vi è mai stata convergenza, per biografia, per posizione, può tranquillamente collocarla dentro il proprio agire, rappresentandone la proiezione. Qual è la proiezione renziana che può tracimare dalla quotidiana tattica di conquista e mantenimento del potere politico, attraversando e rimescolando tutti gli schieramenti politici, e assumere l’aspetto di una ideologia, capace perciò di esercitare larga egemonia culturale?
Credo che questa ideologia renziana sia la Nazione, la ripresa e l’aggiornamento di un’idea di nazionalismo. Sinora – al di là delle manovre di Palazzo per mantenere e irrobustire la maggioranza di governo, tra alfaniani, verdiniani e vari fuoriusciti da altre rappresentanze, e questo è “il Partito” – i due momenti topici della nazione renziana sono l’Expo di Milano e la polemica in Europa. L’Expo è stata la vetrina di un’idea di paese che ha le capacità e la voglia di ritrovare un ruolo produttivo internazionale: le polemiche sul prima e dopo Expo, e sullo stesso senso di questa esposizione, hanno tutte le ragioni di essere, ma indubbiamente, a livello di immagine, Expo è stato un successo. Se ne può cogliere l’appropriazione renziana di questo successo, che ha radici più lontane e una cooperazione più larga, nella determinazione a sostenere il commissario all’Expo, Sala, come candidato alle primarie per il nuovo sindaco di Milano. L’altro puntello di questa ideologia è la polemica contro l’Europa, che se non ha grandi margini di manovra a livello delle leadership e delle burocrazie europee ha però il gran merito di compattare intorno a Renzi l’opinione pubblica italiana: « Non sono solo, sono con 50 milioni di italiani» – la frase usata dal primo ministro nel furore delle polemiche con la Germania a proposito del salvataggio delle banche e dei veti europei non è solo una battuta a effetto da spendere a Bruxelles, che può suonare sbruffona e arrogante, ma un programma politico per il paese. Per il “dentro”, più che per il “fuori”.
Anche Berlusconi tentò una operazione simile, di rilancio dell’idea di Italia nel mondo – lo fece, a esempio, intervenendo sulle diplomazie e sulle istituzioni per il commercio estero – ma l’Italia era un paese spaccato a metà, tra berlusconismo e antiberlusconismo, in un modo irriducibile, irredimibile e irreversibile, e questo era evidente a livello internazionale. Paradossalmente, Berlusconi non è mai stato nazionalista però, troppo caciarona e pecoreccia, disposta a arrabbatarsi e barcamenarsi e a una ovazione da stadio la sua Italia, per ambire a una qualche idealità. Oggi le cose non stanno più così, e la debolezza del centrodestra oltre che la dispersione della sinistra più radicale consentono a Renzi di appropriarsi e rinnovare il termine Nazione. Che questo accada per “assenza” più che per “presenza” di interpretazione non modifica la forza dell’operazione.
La cultura italiana ha sempre avuto un rapporto di soggezione nei confronti della Nazione. Nel Risorgimento, essa ne fu, ovviamente, un asse costitutivo ma – come è stato detto – nacque piuttosto dall’esilio che dal dentro; e il post-Risorgimento vide nascere e crescere una nazione che non era propriamente quella agognata, sognata e per cui si era battuta. Fu il fascismo a codificare la “nazione italiana”, oscillando tra la “grande proletaria” di pascoliana memoria e la capacità di assorbire tutta la cultura italiana – ne restò fuori solo Croce e lo storicismo –, di promuoverla, di accademizzarla, di metterla a libro paga. Quasi tutta la generazione che venne dopo e andò a magnificare le sorti progressive dietro le bandiere del Partito comunista veniva da quelle fila, da quella scuola, rinnegando il carattere nazionalista e precipuamente italico delle proprie origini e sposando l’universalità della umanità proletaria, o quanto meno del suo blocco sovietico. La Nazione della cultura italiana dopo il fascismo è la classe operaia, il popolo e il socialismo.
Anche la cultura francese – al contrario di quella tedesca, che invece ha fatto dell’europeismo una questione fondativa, terrorizzata da qualunque accenno a un nazionalismo linguistico o territoriale della Germania – è nazionalista, talvolta sciovinista; ma l’idea di nazione dell’intellettuale francese è legata ai valori universali che essa rappresenta, alla laicità dello Stato, al trittico di liberté, egalité, fraternité: essere intellettuali nazionalisti francesi significa battersi per i diritti dell’umanità. Ma essere intellettuali nazionalisti italiani cosa può significare? Di quali valori universali – di quale linguaggio, di quale estetica – gli intellettuali italiani sono oggi portatori?
Siamo stati germanofili e francofili e anglofili, nell’Ottocento e nel Novecento, e ovviamente, di volta in volta, il contrario, ma non siamo mai stati europei – tranne nel Risorgimento, quando l’idea d’Europa, e il suo lievito storico, equivaleva a un’idea di Europa delle nazioni. L’Europa, che è entrata nel nostro immaginario nella seconda metà e nel tardo Novecento, è stata più il risultato di un’argomentazione politica e economica che culturale. Culturalmente, socialmente ha semmai prevalso l’americanismo (e non quello analizzato da Gramsci), e il suo contrario, il che nell’un caso e nell’altro equivale a un nazionalismo provinciale.
Renzi sembra fare leva su questo nazionalismo provinciale, rivestendolo dell’eccellenza. Finora, Renzi sta vincendo, nel suo progetto di leader capace di collocarsi al centro, e quindi riducendo a opposizioni interdette dal governare la destra più radicale, l’opposizione interna, la protesta grillina, sul piano del consenso “economicista” – gli ottanta euro, il jobs act, le assunzioni di giovani archeologi, la sistemazione nella pubblica amministrazione. Senza il consenso “culturale” non potrà però mai esercitare egemonia duratura sulla nazione, imprimerle svolte e collocazione.
Sarà interessante vedere se e come la cultura italiana uscirà dall’afasia, dall’attendismo, dalla neutralità, e se e come interpreterà e surrogherà la nazione renziana. Gli Oscar italiani, quattro come i moschettieri, potrebbero diventare una coorte, una valanga, un’oceanica adunanza.

Nicotera, 5 febbraio 2015

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