Il lavoro va scomparendo. E i lavoratori?

Nel secondo trimestre di quest’anno c’è stato un lieve aumento degli occupati, lo 0,8 per cento: 180mila unità. È una buona notizia. La cosa curiosa è che di questi 180mila nuovi occupati, 120mila sono nel Mezzogiorno. E ancora più curioso, che questo aumento sia dovuto soprattutto all’impiego di ultra50enni (+ 5,8), mentre calano ancora le fasce dei 15-34enni e dei 35-49enni.
Raccapezzarsi nelle serie statistiche sul mercato del lavoro è diventata un’impresa. Ad agosto, il ministro Poletti diede numeri a caso, a proposito degli effetti benefici del Jobs act: forse c’era della malizia, l’eccesso di zelo di chi vuole propagandare la bravura del governo. Forse non ci capiva più niente neppure il ministro. Dicono, gli statistici, che lo fanno per meglio rappresentare la complessa realtà del mercato del lavoro, che non è così semplice a dividere fra occupati e disoccupati. Le cose sono ben più articolate. Dicono.
Così, ci sono gli occupati, i disoccupati, gli inattivi, i sottoccupati. Quelli in cassa integrazione, poi, non sai mai dove metterli. A rigore, sarebbero disoccupati, forse, meglio: non occupati. Però, prendono 959,22 euro per chi aveva una retribuzione fino a duemila euro, e 1.152,90 euro per chi ce l’aveva superiore. Lordi, certo. Solo che dura ventiquattro mesi, due anni, rinnovabili fino a due volte per dodici mesi ciascuna. In tutto, possono essere anche quattro anni. Buttali via. Come un reddito minimo di cittadinanza temporaneo. Se li dessero anche ai disoccupati non sarebbe mica male. O agli inattivi, o ai sottoccupati. E poi, se sei in cassa integrazione, magari succede che in quattro anni l’azienda si riprende, e ti richiama.
Comunque, per quanto riguarda la classificazione, potrebbe già andare bene così, ma ci sono ulteriori “criteri”. A esempio, tu dici: inattivi, e pensi di aver capito. Sono “i fannulloni” di cui parlava il fu-ministro Padoa Schioppa. Eh, no. Ci sono gli inattivi che sarebbero disponibili a lavorare ma non cercano lavoro. Dai, ci prendi per il culo, ma che disponibilità hai, se non alzi le chiappe dalla sedia? E poi ci sono gli inattivi che non sarebbero disposti a lavorare ma cercano lavoro. E che cazzo lo cercano a fare, tu ti chiedi? E mica è finita, perché tra gli inattivi ci sono gli “scoraggiati”, che tu non capisci bene, cioè sono quelli stravaccati che non cercano lavoro e non sono disposti a lavorare, no? Non parliamo poi dei sottoccupati, che sarebbero in part-time, ma mica perché lo vogliono loro, è che o accetti questo tipo di orario ridotto, e di salario ridotto, o vai a casa. Fatti due conti, magari se finisci in cassa integrazione prendi lo stesso, però poi a casa ti rompi i coglioni, e ti viene la tristezza a scendere giù al baretto a passare il tempo a guardare le fiche, così, accetti orario ridotto. Almeno ti viene l’idea che ha ancora un senso la tua vita.
Ci sono tre milioni e mezzo di disoccupati. E se ci aggiungi gli inattivi, gli scoraggiati eccetera, si arriva a circa sette milioni di persone che non lavorano. Va male anche per gli immigrati, quelli che ci rubavano il lavoro, ecco. Anche loro cominciano a stare per strada, o a mettersi stravaccati. Sette milioni. Che è un numero uguale alla popolazione della Sicilia e della Calabria messe assieme. Come si fossero staccate e andate via. O si fossero buttati per terra, tutti, siciliani e calabresi assieme. Che poi mica è tanto lontano dal vero. Il livello di disoccupazione al Sud è altissimo in genere, ma nella fascia d’età più piena di energia e di speranza – tra i 18 e i 34 anni – arriva a superare il cinquanta per cento. Non so bene questi come li classificano – in parte sono “né né”, né lavoro né studio, un’altra chicca degli statistici, e magari si potrebbe declinare che non sono né figli di professionisti che si prendono in eredità lo studio di papà, né ammanicati coi politici o i preti o gli ndranghetisti che un posto te lo trovano sempre: il 72 percento dei meridionali trova lavoro ancora attraverso gli “amici” e i “parenti” – ma credo che alla fine della fiera non importi molto a loro questa cosa.
Il fatto è che l’unica reale complessità del lavoro è che le diverse definizioni e classificazioni sono ormai solo dei vasi comunicanti: se aumenta leggermente il numero degli occupati – come nel secondo trimestre – e diminuisce all’incirca lo stesso il numero degli inattivi, aumenta pure il numero dei disoccupati e dei sottoccupati. Sono variazioni minime – certo, importanti per la vita reale di persone – ma nel complesso non si modifica il quadro d’insieme. Che è questo: il lavoro va diminuendo, e aumenta solo in quelle attività legate alla cura di cose e persone che richiedono bassa specializzazione e formazione, e portano bassi salari. Anche attività che si pensava un tempo fossero al riparo dalle trasformazioni tecnologiche vanno progressivamente meccanizzandosi, digitalizzandosi. Chi era già occupato, chi, in sostanza da qualche anno va facendo il calcolo della propria pensione, c’è un ultimo calvario in vista della meta. Ma per le nuove forze di lavoro “potenziali” – li chiamano così – c’è ben poca speranza.
Potranno inventarsi tutti gli incentivi fiscali che vogliono, serviranno magari a regolarizzare situazioni da tempo “scandalose” – le esternalizzazioni, il ricorso a contratti temporanei e consulenze –, ma il quadro complessivo non si modifica.
Il fatto è che alla diminuzione generale del lavoro non corrisponde una uguale diminuzione della ricchezza generale prodotta. Il Pil, è vero, è stazionario, va un po’ all’indietro e un po’ in avanti: ma solo nel suo totale. All’interno della ricchezza prodotta aumenta in maniera sensibile la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, e aumenta la divaricazione con il resto della popolazione.
Ci sono, insomma, quelli che diventano più ricchi – anche solo per via dell’accumulazione precedente di ricchezza che continua a produrre utili e profitti – e quelli che diventano più poveri, dato che l’unico reddito che permetteva il livello di vita decente, o addirittura dei risparmi era legato al lavoro.
Mentre il livello di ricchezza generale è incomparabilmente più alto rispetto a quello degli anni Sessanta e Settanta, la distribuzione della ricchezza si è ristretta. Prima era diffusa – possiamo discutere a lungo del debito pubblico e della cattiva eredità lasciataci, ma il dato era questo –, ora non si vede, perché è nascosta.
Entriamo perciò nel futuro con una situazione che somiglia terribilmente non all’Ottocento, ma al Settecento, a prima della rivoluzione industriale. Certo, tutto è cambiato, il mondo intorno è cambiato. Qualcosa è rimasto uguale: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, la sopravvivenza degli altri.
Tutto questo avvelena la qualità della nostra vita sociale, della nostra vita pubblica, della vita politica. L’erosione progressiva del lavoro diventa erosione progressiva della nostra democrazia. Perché la nostra democrazia aveva questa promessa: nel tempo, avremo tutti condizioni migliori, e così i nostri figli e i figli dei nostri figli. La nave invece affonda e i sorci cercano di salvarsi come possono – forse la corruzione endemica trova qui una spiegazione.
La mancanza di lavoro assume spesso anche i connotati di una “colpa”: per noi meridionali è così. Se non troviamo lavoro è perché le nostre scuole sono scarse, la nostra formazione è inadeguata. Se ci pagano poco, se ci mandano lontano a fare “servizietti” sottopagati, in fondo è quello che ci meritiamo. Come se la società che ci ritroviamo fosse un “destino” e non il risultato di uno scontro sociale. Da qui, frustrazione, scoraggiamento, abbandono – a cominciare dall’abbandono scolastico.
«Il mondo va così da sempre». Il cinismo dei giovani, che sembra acquisizione di consapevolezza, di profonda conoscenza delle cose, è solo la faccia dell’arrendevolezza. È un “selfie” di resa incondizionata.
Si può cambiare, senza ricorrere a retoriche, a lamentazioni nel deserto? Quale coraggio, quale disperazione, ci sono necessari? Quale politica?

Nicotera, 26 ottobre 2015

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