Un nuovo Piano Marshall per costruire la nuova Europa. O qualcosa che ci somiglia.

proteste_germania_1947Il mondo si va muovendo. Si muovono le sue gambe, le sue braccia, i suoi corpi, le sue lingue. Ciò che prima era a sud va verso nord, e ciò che prima era a est va verso ovest. La Grande Migrazione è appena cominciata: il mondo sarà un posto diverso. È già accaduto, certo. Alla fine dell’Ottocento, verso il Nuovo mondo, dove sugli alberi crescevano monete d’oro. A metà del Novecento, verso il nord dell’Europa, quando le fabbriche ingoiavano braccia e sputavano automobili, lavatrici, televisori, che tutti avrebbero potuto avere. Si fuggiva dalle carestie, dalle patate con i vermi il giorno che andava bene, gli altri trovavi le pietre che anche a tenerle in bocca o a farci il brodo ti facevano venire solo sete. Che ti chiamassi Bernadette O’Connor o Angelina Maropati cambiava poco.
Stavolta è il Continente Nero a muoversi. Stavolta è il Medio Oriente a muoversi. Ci sono sempre state migrazioni dall’Africa e dalla Mesopotamia, o dalle sorgenti del Nilo. Andavano verso i paesi che avevano segnato i loro confini, da dove erano venuti soldati e esploratori con i caschi coloniali con dentro il sughero e dietro la veletta a coprire il collo che il sole era troppo per quelle pelli così bianche. Stavolta non è così.
Fuggono dalle guerre, come sempre è stato, certo. Ma fuggono anche dai fondamentalismi. La Grande Migrazione è la sconfitta del fondamentalismo dello Stato islamico, la sconfitta politica del Gran Califfo dell’Orrore. Abu Bakr Al Baghdadi ha costruito uno Stato decapitando uomini e ammucchiando le loro teste. Chissà, forse anche i Maya facevano così. E ci sono le scuole, e ci sono i medici e gli infermieri, e ti fanno il mutuo se vuoi avere una casa. Chissà, forse anche i Maya facevano così. Forse tutto questo non basta. Le primavere arabe hanno preceduto la Grande Migrazione. Ma è la stessa cosa. Quelli che arrivano sono profughi dalla speranza.
Forse i potenti della terra l’hanno capito. il presidente della Commissione europea, Juncker, ha tenuto un gran discorso – e per lui era giorno di lutto privato. Annunciando il piano Ue di accoglienza per ulteriori 120mila rifugiati in Europa, ha detto: «Gli europei devono prendersi carico di queste persone, abbracciali e accoglierli. L’Europa sono i ragazzi di Kos che portano i panini ai siriani, chi ha applaudito il loro arrivo nella stazione di Monaco». La Comunità europea ritrova le ragioni della sua fondazione.
Angela Merkel, parlando davanti al Bundestag ha detto: «La sfida è grande ma se la affrontiamo con coraggio, senza esitare, con creatività, alla fine possiamo solo vincere. Se l’Ue fallisce su questa emergenza, fallisce su uno dei principi fondamentali su cui si fonda, la dichiarazione universale dei diritti umani». E nella conferenza stampa congiunta con il premier svedese, Stefan Lofven, a Berlino, ha ricordato che è solo un primo passo e che forse bisognerà rendere obbligatorio il sistema delle quote, «perché il numero di rifugiati non si può determinare né in Germania né in Svezia, ma è il risultato di circostanze». La Comunità europea ritrova le ragioni della sua fondazione.
Anche il portavoce del presidente Barack Obama, Josh Earnest è intervenuto: «Non è vero che ci siamo girati dall’altra parte. La Casa Bianca continuerà a valutare ulteriori azioni che possono essere intraprese per aiutare i Paesi che stanno sopportando l’urto di questo fardello. È anche nell’interesse nazionale». E hanno parlato il portavoce del National Security Council, Peter Boogaard, e il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, ricordando che c’è stata una telefonata importante tra John Kerry e il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier.
Infine, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha contattato Austria, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Polonia e Slovacchia per un summit il 30 settembre a New York. Ban Ki-moon ha ricordato che le Nazioni Unite continueranno «a supportare gli sforzi per sviluppare una risposta che sia effettiva, fattibile, ed in linea con i diritti umani universali e con gli standard umanitari, incluso il diritto d’asilo».
Tutto questo, però, sembra poco più poco meno di quanto ha già detto e sta facendo il papa. Francesco si sta spendendo parecchio. Ma è solo il primo passo, l’emergenza da affrontare. Poi, ci vorrà qualcosa di più che mettere a bilancio il reperimento di alloggi, la distribuzione di vitto, l’assistenza sanitaria, il reclutamento di assistenti e poliziotti. Ci vorrà qualcosa di più che calcolare le quote tra nazioni e redistribuire i rifugiati. Ci vuole una nuova UNRRA, un nuovo Piano Marshall, o qualcosa che somigli all’uno e all’altro.
Marshall era il Segretario di Stato americano. Nel 1947 tenne un discorso a Harvard in cui lanciò il Piano che portò il suo nome. Il piano Marshall rappresentò una svolta nella politica americana per la ricostruzione, con il superamento dell’approccio disorganico che aveva caratterizzato i programmi di sostegno alimentare – messi in atto con il Government Aid and Relief in Occupied Areas – e la definizione di una strategia effettiva per promuovere la ripresa economica del continente europeo. All’interno del Piano Marshall, operò l’ERP. L’European Recovery Program fu il piano di sostegno alla ricostruzione europea varato dal governo degli Stati Uniti nel 1948. In sostanza, una serie di provvedimenti volti a rilanciare l’economia europea distrutta dalla guerra, e a favorirne il reinserimento nel sistema degli scambi internazionali. Con l’erogazione di finanziamenti per un ammontare complessivo di 17 miliardi di dollari, il programma favorì il rilancio delle economie europee, e in particolare di quella della Germania occidentale, permettendo ai governi di questi Paesi di ammorbidire le politiche di austerità imposte alle popolazioni. Attraverso l’ERP, i Paesi dell’Europa occidentale ebbero a disposizione fondi con i quali poter acquistare materie prime e combustibili, ma anche macchinari e prodotti industriali. La necessità di istituire un meccanismo di coordinamento portò all’istituzione dell’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica, che ebbe un ruolo importante nel porre le basi per il futuro processo di integrazione tra i Paesi dell’Europa occidentale.
L’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) fu l’Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la riabilitazione, l’organizzazione internazionale costituita, dal 9 novembre 1943 al 30 giugno 1947. L’UNRRA fu formata allo scopo di fornire aiuti e assistenza alle popolazioni immediatamente dopo la liberazione da parte delle forze armate delle Nazioni Unite. Le spese operative dell’UNRRA furono finanziate da due contributi da parte dei 32 stati membri che non avevano subìto invasione nemica, ognuno dei quali corrispondente all’1 percento della ricchezza nazionale. Un altro importante compito dell’UNRRA fu quello dell’assistenza ai profughi, apolidi e perseguitati per ragioni politiche o razziali. Durante il 1946 e la prima metà del 1947 l’UNRRA assisté una media di circa 800.000 profughi, di cui 700.000 in Germania, 50.000 in Austria, 30.000 in Italia e 20.000 nel Medio Oriente.
L’1 per cento della ricchezza nazionale da investire. La Grande Migrazione può essere l’occasione di un Grande Piano di Rilancio. Sono già centinaia di migliaia i profughi arrivati, i migranti. E qualcuno – forse per intimidire, per terrorizzarci – parla di milioni in attesa di partire per venire qui. Serve un Piano economico, che contempli occasioni di reddito, nuove imprese, nuove scuole, nuova assistenza, nuove case, nuovi luoghi di culto. Qualcosa che serva qui e che si possa fare anche lì. Perché non si può essere accoglienti qui e andare a bombardare lì. Perché se qui sarà come casa loro, lì sarà come casa nostra. I confini si stanno muovendo, anche quelli delle mura domestiche.

Nicotera, 9 settembre 2015

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