Meno male che Syriza in Italia non c’è

Il successo di ieri l’altro di Podemos alle elezioni amministrative in Spagna, con la prospettiva di un’ulteriore avanzata alle politiche di novembre, ha dato la stura alle dichiarazioni di chi da un paio d’anni va provandosi a riprodurre nel nostro paese la loro esperienza, come e soprattutto anche quella di Syriza in Grecia, certi delle praterie elettorali che potrebbero cavalcare, se solo.
Ora, io spero che voi mi perdonerete (e d’altra parte questa è una lettera a amici di penna): ma ve l’immaginate se Paolo Ferrero o Nichi Vendola arrivassero a raccogliere, per dire, il 25,21 per cento a Roma, come a Barcellona la Barcelona En Comú-E di Ada Colau, oppure il 36,34 percento in Italia tutta, come ha fatto Syriza a gennaio? Con tutto il rispetto per Ferrero e Vendola, degnissime persone – e quelli che si sbattono per L’Altra Europa con Tsipras –, a me sembrerebbe un incubo. La Fgci degli anni Settanta al potere. Io farei le valigie. Magari, andrei proprio a Madrid o Atene, per vedere l’effetto che fa.
La litania della “coalizione sociale” di Landini – in cui si riconoscono con più o meno entusiasmo tasselli sociali più vari, da Sel a Rifondazione, da centri sociali a bacini intellettuali, da associazioni civili a pezzi di sindacato – recita alla prima stazione: in Italia non siamo riusciti dove sono riusciti loro (Syriza e Podemos), cioè a far precipitare in risultato elettorale le lotte. Come se il precipitato delle lotte fosse necessariamente il risultato elettorale; come se solo attraverso il risultato elettorale le lotte acquistassero significato e persistenza. Un mantra apocrifo.
La seconda stazione della litania recita: in Italia restiamo schiacciati dalla sterile esplosione di momentanea rabbia che danneggia la costruzione di un soggetto politico. La discussione sul dopo Milano è stata, in questo senso, esemplare.
In Italia, perciò, ci sarebbe una clamorosa assenza o una fragorosa prevaricazione, insomma una rappresentazione del conflitto che è arretrata rispetto la Grecia e la Spagna. A me questa cosa sembra sciocca. Lo stato sociale che vigeva in Italia e che nell’ultimo decennio, già prima della crisi, è sottoposto a progressivo smantellamento, con l’accelerazione attuale di Renzi, è uno stato delle cose che in Spagna e Grecia non hanno mai minimamente raggiunto. Difendere quel che hanno e immaginare, realizzare un ampliamento di occasioni e possibilità per tutti, a cominciare dai più umili e meno abbienti, è una battaglia importante. Soprattutto dentro una gestione della crisi che continua e è mirata a penalizzare ceti medi e poveri. Sono dalla loro parte, certamente.
Ma sono cose che abbiamo già visto, sono cose che abbiamo già praticato, sono cose che abbiamo già teorizzato. Decenni fa e per decenni finora. La fragilità teorica di Syriza e Podemos fa arrossire qualunque militante del nostro paese (almeno quelli che ogni tanto compulsano un libricino o partecipano svagati a un dibattito in un centro sociale). L’orizzonte teorico di Syriza e Podemos è una variabile del socialismo e del liberalismo, della “democrazia dal basso” che ha poco da dirci. Abbiamo già dato. Siamo dalla loro parte, certo. Siamo da un’altra parte, pure.
Ora, io vivo (felicemente appartato) in un paese in cui da vent’anni un intero territorio resiste alla Tav. Vivo in un paese in cui da Genova 2001 alla rivolta di Rosarno, dal 15 ottobre a San Giovanni al 14 dicembre a piazza del Popolo a Roma, fino al Primo maggio di Milano, nulla è stato pacificato. Certo, è lo stesso paese in cui Marchionne ha vinto, politicamente e ideologicamente, e Renzi sta istituzionalizzando a livello di gestione del potere lo stato d’emergenza, la governance nella crisi come governo dell’emergenza (dagli ottanta euro ai barconi dei migranti, dalle pensioni alla scuola, dal sistema elettorale al sindacato unico).
Il conflitto in questo paese, non pacificato e in cui, nello stesso tempo, la gestione del potere sta trovando forma definita è a un livello che non ha paragoni. Ma non nel senso che è in condizione di svantaggio, di arretratezza, ma nel senso che pone questioni un tantinello più complesse.
La difficoltà di tradurre in Italia l’esperienza di Syriza e Podemos non è dovuta alla vocazione minoritaria o alla dannata formazione lavorista di Vendola, Ferrero, Landini e quant’altri. Ma al fatto che le contraddizioni del conflitto per come si presentano in questo paese pongono questioni più complesse della traduzione elettorale di una Syriza all’italiana. Sono queste contraddizioni che finora ne hanno impedito la “raccolta di ampio consenso”, non la personale vanagloria o inconsistenza o poco fotogenia o la mancanza del carisma necessario di questo o quello. Syriza, per noi, è poco, troppo poco.
Ora, in un paese in cui la rivolta non è sottotraccia ma esposita come un bimbo abbandonato davanti un monastero di suore, che frigna e strilla a pieni polmoni, in un paese in cui i processi di riorganizzazione della riproduzione sociale stanno lentamente espropriandosi dalle mani della vita di ognuno per ritornare in catene di dominio, qualcosa evidentemente non torna. Non è la prima volta, certo. Ma stavolta c’è un buco grande come una casa.
Il buco grande come una casa è la “nostra” teoria politica. Badate, non parlo di analisi dello stato delle cose, della globalizzazione finanziaria, dell’espropriazione di sovranità territoriale, dell’indebitamento, della produzione nella biopolitica, della perdita di rappresentanza della democrazia. Non parlo di critica dell’economia politica. Per quello, ne abbiamo prodotto talmente tanta che ci potranno campare generazioni a venire. Parlo di quella “critica teorica”, di quella prassi politica che sa leggere il gesto di rivolta come parte e contraddizione del processo produttivo, che consente al ribelle di sentirsi molecola di un processo sociale di riproduzione del consenso e che nello strappare se stesso squarcia il velo dell’ipocrisia, della rinuncia, della rassegnazione.
L’individuazione di un soggetto della distruzione e della trasformazione, dell’apocalisse e dell’annunciazione non si è incarnato. È rimasto nominazione, enunciazione. È la critica teorica che nomina il soggetto, certo. Ma è la critica teorica che dà al soggetto coscienza di sé. È la critica teorica che strappa il soggetto alla sua naturalità, alla sua espressività puramente formale, e lo proietta nella dimensione pubblica, politica. È questo il buco grande come una casa.
Siamo fermi agli anni novanta. Lì è stato detto tanto, e s’è scoperto il mondo nuovo. Poi non s’è fatto che rimestare. Dopo Genova 2001 – che è stato il crinale, a cui tutti hanno attinto per cavarne fuori un processo politico, meno noi stessi – non si è più pensato nulla. La stessa Genova 2001 è rimasta solo un evento terribile, e basta. Come un pugile suonato che mulina a vuoto le braccia ma prende jab e montanti ben assestati si è andati avanti, aspettando quasi con ansia che ogni tanto suonasse la campanella per indicare la fine della ripresa. D’altronde, è vero, non è che il capitale stia tanto meglio. La sua accumulazione postuma – specchio deformato di quell’altra, originaria – si riproduce solo come un rito sciamanico, una ritualità che cerchi di ridare valore al valore, qualcosa in cui nessuno più riesce a credere. Almeno qui.
Non saprei dire in Spagna e Grecia.

Nicotera, 26 maggio 2015

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