Milano, no Expo: tanti danni alle cose… nessun ferito

Chi c’è stato la racconta più o meno così: «Ho fatto tutto il corteo. Ho anche seguito da vicino gli incidenti. Ero lì. Cominciamo a dire le cose come stanno. Gli incidenti ci sono stati e hanno avuto per protagonisti un corposo, compatto blocco di cinquecento o poco più ragazzi, per lo più molto giovani, che forse appartenevano all’area anarchica, ma non tutti (non è che sono andato a chiedere loro a che cosa facessero riferimento: diciamo che stavano intruppati dietro a un camion con insegne anarchiche). Tra loro pochi stranieri: non è vero che ci fosse un massiccio arrivo di blocchi stranieri. 
Era un bel corteo, di venti-trentamila anime. Combattivo e con le idee chiare.
 E Milano non è stata messa “a ferro e fuoco”. Gli incidenti e i danneggiamenti sono circoscritti alle strade percorse dal corteo. Sono cominciati in via De Amicis e sono finiti a Largo Pagano, dove c’è stata una carica di alleggerimento dei carabinieri e della polizia. È su quel percorso che sono state sfasciate le vetrine (primo obiettivo: le banche, poi tutto ciò che era lì vicino: questi non vanno troppo per il sottile). Non ho visto usare molotov. Le auto che avete visto bruciare non sono state colpite da bottiglie incendiarie. I “bloc” ne hanno rotto i vetri, poi hanno tirato dentro fumogeni o altro materiale che bruciava, non molotov. È per questo che nelle auto che vedete bruciare nei filmati la combustione sembra avvenire dall’interno.
 Vengono invece spesso usate le bombe carta. Si lanciano pietre e bottiglie vuote. Fumogeni. 
Quanto alla polizia, ai carabinieri e alla guardia di finanza, insomma alle forze dell’ordine impiegate ieri a Milano, hanno fatto un lavoro essenzialmente di contenimento. Presidiavano a distanza le strade intorno, i viali di accesso al percorso, usando i lacrimogeni e compiendo una sola, vera carica, neppure tanto convinta, a Largo Pagano. Gli ordini sembravano precisi: evitare i contatti diretti, contenere, a costo di sacrificare le cose, qualche auto e un po’ di vetrine. Milano, insomma, non è stata messa “a ferro e fuoco” e il blocco nero non è “sciamato” per tutta la città».
Sembra un racconto minimalista, ma forse è il più aderente ai fatti, lasciando da parte le considerazioni politiche. Le considerazioni politiche le si vanno facendo da quando le fiamme si sono spente. È andata come si immaginava che sarebbe andata. I black bloc hanno fatto quello che hanno voluto e stavolta stavano dentro il corteo. Non che li coprissero o li tollerassero, i No Expo che hanno lavorato per mesi a questa MayDay e – come tutti temevano e sapevano – si sono visti scippare il “significato politico” della giornata. Tutti i quotidiani del mondo hanno riportato la notizia di una Milano in fiamme. Eppure, neanche i black bloc cercavano lo scontro, non solo la polizia. Si sperticano le lodi al ministro Alfano che “non ha fatto come a Genova”, e si è limitato a contenere i danni. Il comunicato del ministero dell’Interno sottolinea che non c’è stato neppure un ferito, né tra le forze dell’ordine né tra i manifestanti. Zero a zero: ci mancava che scappasse il morto.
Si potrà discutere quanto si vuole della violenza dei black bloc, dell’ansia sciocca distruttiva e autodistruttiva che nulla lascia di sedimentato dietro di sé, dell’impotenza dei movimenti di arginare, governare, controllare, emarginare questo “pezzo” di piazza che ormai sembra seguire la logica degli storni nei cieli di Roma, un algoritmo che si muove preciso ma solo per conto proprio e a te sembra sempre come impazzito e spunta a ogni manifestazione. È come una tempesta di grandine quando aspetti di prendere il raccolto, e tutte le fave vanno distrutte o i piselli o le zucchine, e il lavoro paziente di mesi. Epperò, continua a succedere. Il più concreto sembra il governatore Maroni, che si è messo a far di conto dei danni – una quarantina di auto, una trentina di vetrine, poi c’è la ripulitura dei muri – e ha stanziato dalla Regione un milione e mezzo di euro. Proprio come dopo che è passata la grandine e bisogna risarcire i contadini, per un’emergenza di natura. I black bloc sono un po’ così, una cosa della natura. Un effetto del riscaldamento globale.
Disprezzarli – «Sono figli di papà» dice Renzi, ma non è vero: tra i quattordici, di età compresa tra 31 e 57 anni, denunciati dai carabinieri perché fermati, dopo il corteo, nelle stazioni della metropolitana di Famagosta, Centrale e Cadorna, ci sono operai, studenti e disoccupati – non mi pare che serva a granché. Stigmatizzarli – «Sono squadristi», dice Saviano, ormai ingabbiato nella “sindrome di Gomorra” – non mi pare che serva a granché. Qualcuno vorrebbe che ci fossero le “mamme di Baltimora”, come quella donna che in un video virale si vede prendere a schiaffi il figlio vestito di nero che voleva andare a bruciare cose e lei lo ferma. Per non vederlo morto. Perché la polizia bianca americana uccide. Qualcuno vorrebbe che la polizia bianca italiana uccidesse? Ancora?
Expo 2015 è la prima Grande Esposizione universale dopo il fordismo. Niente macchine, niente tecnologie, niente futuro strabiliante. Il tema è il cibo, certo, ma ogni padiglione mostra il meglio della propria nazione, il proprio livello di benessere, di storia e di cultura. È un’esposizione sulla qualità della vita nel mondo. E la qualità della vita nel mondo è alta come mai è stata. Certo, c’è l’insopportabile realtà di una sofferenza per fame – il diritto al cibo che verrà scritto nella carta delle Nazioni unite – ma non è un’esposizione contro la fame, è un’esposizione sull’abbondanza. Perché questo è il nostro mondo, un mondo d’abbondanza. E che sia a Milano è proprio una gran cosa, perché l’Italia è il posto del mondo dove la qualità della vita è straordinaria.
Ora, battersi politicamente contro una cosa grande come Expo 2015 è proprio complicato. Essere come una Grande contro-Expo, è proprio complicato. Sì, c’è il lavoro nero, ci sono state le inchieste, c’è la ndrangheta, c’è lo sfruttamento e le grandi multinazionali, c’è tutto il mangiamangia delle grandi strutture inutili e di appalti miliardari. Però, alla fine della fiera, la cosa è passata. Expo 2015 si farà e sarà una gran cosa. Perché il mondo è proprio una gran cosa. Ecco. L’unica cosa che puoi fare è rovinargli la festa. È questo che hanno fatto i black bloc, gli hanno rovinato la festa. Non è che c’è un gran progetto politico dietro, non è che c’è una grande architettura di strumentazione teorica. Volevano rompere i coglioni, volevano rompere le vetrine, volevano che i titoli dei giornali parlassero di questo. Fatto. Alla prossima. Milano “devastata” dai black bloc sono l’altra faccia, quella oscura, della Grande esposizione universale postfordista.
E non è che siccome tu sai che può venire la grandine non ti metti a coltivare le zucchine. Lo fai lo stesso. È la tua natura.
Verrà un nuovo movimento del lavoro. Verrà. E sarà una cosa completamente nuova da quello che abbiamo visto sinora, e sarà una cosa che quando comparirà riconosceremo subito, perché l’abbiamo sempre visto, da che mondo è mondo. I black bloc avranno messo la panza e le felpe col cappuccio gli si saranno ristrette.
Domani, su Milano è previsto bel tempo. Si può ripulire.

Nicotera, 2 maggio 2015

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