Quando c’era la lottizzazione Rai

All’inizio – ma fino agli anni Ottanta – la Rai non trasmetteva ventiquattr’ore su ventiquattro. Di notte c’era una pausa, che durava fino alle undici del mattino. Quando non c’erano trasmissioni e c’era la pausa, veniva trasmesso il monoscopio. Il primo, ovviamente in bianco e nero, fu una rielaborazione grafica del monoscopio a colori Rca. Il monoscopio non era muto, c’era un commento sonoro, una sola nota continua, precisamente un Sol. Non saprei bene dire perché, ma la riforma della Rai che Renzi vuole portare avanti mi fa venire in mente il monoscopio e quella sola nota continua.
Sinora, Palazzo Chigi aveva ufficialmente smentito – «Sulla Rai solo illazioni» – molte delle ipotesi circolate sui giornali sul futuro assetto di quella che viene ancora pomposamente definita “la più grande azienda culturale del Paese”, irritato in particolare da una congettura che prevedeva una riforma per decreto. La questione non è irrilevante, in particolare per il ruolo che il Parlamento ha riguardo la Rai: c’è una sentenza della Consulta del 1974 che ha posto dei paletti non facili da aggirare riguardo la sfera di azione del Parlamento sulla Tv pubblica. E c’è un presidente della Repubblica che viene dalla Consulta e che è particolarmente attento alle regole costituzionali. Il disegno di legge presentato al Consiglio dei ministri sembra comunque ricalcare alcune linee guida del presidente del Consiglio già acclarate e rivendicate. In un documento che circolava ufficiosamente in sede parlamentare si diceva che «non servono architetture barocche o la creazione di qualche sofisticata ingegneria che complichi ancora di più le cose. Serve una guida manageriale vera, come quella di ogni grande player internazionale, un responsabile che possa decidere».
Le cose sinora dette pubblicamente da Renzi, e che costituiscono il nocciolo duro della “riforma Rai”, si possono riassumere in due espressioni, più volte usate: 1) modello codice civile; 2) sottrarre la Rai alle forze politiche. Le due cose si tengono l’un l’altra; l’una – modello codice civile – è l’inveramento dell’altra, sottrarre la Rai alle forze politiche. Il modello codice civile si concretizzerebbe nel fatto che il governo della Rai andrebbe tutto nelle uniche mani di un manager – un amministratore delegato, un direttore, un presidente – di nomina governativa. Come per le aziende private, il manager risponde dei risultati a chi lo ha “ingaggiato”: se le cose funzionano allora va tutto bene, se non funzionano, allora viene cacciato. Fuori uno e avanti un altro. Il modello duale di governance che viene adottato anche altrove non sembra convincere il presidente del Consiglio, così come il ruolo sinora svolto dalla Commissione di Vigilanza, nei fatti la “cantera” da dove poi venivano scelti i membri del Consiglio di amministrazione Rai. Insomma, piuttosto un modo estremamente snellito di gestire la Rai, con un solo uomo al comando che è diretta emanazione del governo. In questa prospettiva – la cui “base culturale” sarà l’elaborazione di una trentina di esperti, comunicatori, giornalisti, professori universitari, giuristi, associazioni, economisti, che, come avvenuto per “la buona scuola”, lavoreranno a una consultazione, che porterà al disegno di legge definitivo – i possibili riassetti delle strutture dell’informazione Rai assumono un segno che magari definire inquietante è eccessivo, ma certo sollevano non poche perplessità. Come la costituzione di un’unica newsroom, insomma la “cucina delle notizie” piuttosto che la moltiplicazione delle testate, oppure la specializzazione tematica delle tre reti principali, con una rete generalista, una per l’innovazione e nuovi linguaggi, e una a carattere più spiccatamente culturale, più di servizio pubblico,.
C’è una parolina chiave, un’espressione ormai proverbialmente in uso per indicare il malcostume della politica nei riguardi della Rai che è “lottizzazione”. La lottizzazione è quell’operazione di spartizione di programmi, testate, canali, redazioni, dirigenti, portata avanti dai partiti della Prima repubblica – un malcostume che si è trascinato inerzialmente anche dopo che essa è stata travolta – che avrebbe costretto la Rai a soggiacere al controllo politico, impedendole di essere davvero indipendente. Ora, nessuno può contestare che nei fatti la Rai sia stata lottizzata per decenni dalla politica. Quello che si può contestare è che l’indipendenza dell’informazione arrivi per decreto. O disegno di legge che sia.
Non è difficile constatare che i più solerti nell’intercettare l’abbrivio del presidente del Consiglio sulla Rai siano i parlamentari del Movimento 5Stelle. Purché si parli male dei politici e della politica i 5Stelle te li ritrovi sempre. Così, se magari non passeranno le proposte già esposte da Roberto Fico, peraltro attuale presidente della commissione di Vigilanza, ovvero che «non possono essere candidati alla carica di consigliere i soggetti che nei sette anni precedenti alla nomina abbiano ricoperto cariche di governo o cariche politiche elettive a qualunque livello, ovvero incarichi o uffici di rappresentanza nei partiti politici», oppure che, dopo aver definito una rosa di papabili, si proceda a un sorteggio, è musica per le loro orecchie che i soggetti possano venire qualunque parte, dall’Associazione dei comuni italiani, dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, dal Consiglio dei consumatori, dall’Accademia dei Lincei o dalla Conferenza dei rettori delle università italiane, purché non vengano dalla politica.
Ora, per riprendere il filo della “lottizzazione”, durante la Prima repubblica, Rai 1 era influenzata dalla Democrazia Cristiana, Rai 2 dal Partito Socialista e Rai 3 dal Partito Comunista. E lo stesso era per i canali radiofonici e i relativi giornali radio dove Radio 1 andava al centrosinistra, Radio 2 toccava al centrodestra e Radio 3 stava un po’ sulle sue.
Il fatto è che, partiti o non partiti, in quella storia c’erano fior di giornalisti, nomi che sono rimasti nella memoria collettiva come esempio di professionalità e di capacità. Tessera di partito o meno, avevano spessore culturale, avevano fatto la gavetta, sapevano riconoscere una notizia, sapevano imbastire una polemica o rimandarla al mittente.
Nella storia della Rai, proprio a partire dai suoi esordi, si impegnò davvero il meglio della cultura italiana, cattolica e comunista, socialista e liberale. Era uno strumento nuovo, difficile, di cui si capiva l’importanza straordinaria nella modernizzazione di un paese. Era una sfida enorme tenere assieme l’alfabetizzazione popolare, l’intrattenimento e il livello culturale alto.
La buona intelligenza e le distinte capacità culturali, certo, non stavano solo nella politica e nei partiti. La politica – la passione per le questioni sociali, per i grandi assetti istituzionali – però ne era un tratto distintivo. Era di questo che si parlava, era questo che ci si “spartiva”. L’archivio Rai ne rimane una testimonianza straordinaria.
Cancellare tutto questo, considerarla una “colonna infame”, in nome dell’efficienza, dei bilanci in ordine – cercando escamotage per trasformare un servizio in una tassa – della governance, del “modello codice civile”, bè, davvero, ricorda quell’antico monoscopio e quell’unica nota in Sol.

Nicotera, 12 marzo 2015

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