Laureana di Borrello: vendere gelato agli ndranghetisti è reato

Dopo il 41 bis e la scomunica del papa e le polemiche nelle diocesi per gli inchini, è ora di un altro provvedimento e monito morale contro la ndrangheta: agli ndranghetisti è vietato leccare il gelato. Il Questore di Reggio Calabria ha deciso di chiudere la gelateria principale di Laureana di Borrello, perché luogo abituale di ritrovo e intrattenimento per soggetti pregiudicati. Il titolare non ha alcuna responsabilità ma la legge dice che non importa che sia innocente. Da lui gli ndranghetisti vanno a leccarsi il gelato, e quindi è il suo negozio che va chiuso.
Il testo unico di legge per la pubblica sicurezza fu varato sotto il fascismo e regolava letteralmente la vita quotidiana degli italiani con tutta l’ansia di un regime di tenere sotto controllo ogni dinamica sociale e disciplinarla e vietare qualsiasi opposizione, persino l’anticamera di una obiezione critica. Benché dalla caduta del fascismo e nell’età repubblicana il testo sia stato, come dire, integrato e “messo a punto” alla luce delle innovazioni sociali, i suoi fondamentali, quelli sono rimasti. Basta d’altronde leggere, a esempio, proprio l’articolo alla luce del quale la gelateria di Laureana è stata chiusa. Recita così: «il Questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini». Espressioni come «moralità pubblica» e «buon costume» sono davvero aleatorie oggi per una stessa definizione giurisprudenziale, nonché per il senso comune. Però, non è difficile immaginare che avessero un senso al tempo: penso, a esempio, ai bordelli. Il senso cioè del “controllo” e dell’ordine dei costumi e delle abitudini secondo le regole del regime. Inoltre, l’obiettivo prioritario era quello di evitare che in qualsiasi spazio pubblico, in qualunque esercizio commerciale aperto potesse aver luogo una chiacchiera sociale che si desse una coloritura antifascista. È, insomma, un articolo “minaccioso”, in cui la definizione del reato sta tutta in capo alla volontà chi gestisce l’ordine pubblico, indipendentemente dalla sussistenza di un reato.
Volete un altro esempio della “antichità” del testo? Eccolo. L’articolo 131, ultimo comma, recita: «È vietato il mestiere di ciarlatano». Benedetto Dio, l’avessero davvero applicato in questi anni, quanti guai, e “turbamenti”, la Calabria si sarebbe risparmiata. Ma questo no, questo – il codice penale specifica per “ciarlatano”: «chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico» – questo, a nessun questore di Reggio Calabria o d’altrove è mai passato per l’anticamera del cervello di notificarlo a qualche politico, macché.
Ora, a Laureana non sono avvenuti tumulti, almeno per quel che se ne sa, né tanto meno gravi disordini. E soprattutto non sono avvenuti in quella gelateria, frequentata normalmente dai cittadini, picciriddi, golosi, coppie di fidanzati, pensionati che si godono il loro unico vizietto di gola, femmine schette e maritate, e da coloro che arrivano e passano per i più diversi motivi in quella cittadina. Ci andranno pure gli ndranghetisti, per carità, chi dice di no. Però gli ndranghetisti andranno pure a comprare la carne, che facciamo chiudiamo la macelleria? Oppure a prendere il pane o a cambiarsi il cellulare e a ritirare qualche oggettino in gioielleria, che si fa, chiudiamo tutti i negozi perché “frequentati” dagli ndranghetisti? E va bene chiudere quelli che fanno da prestanome e servono per azioni illegali di riciclaggio o che, e va bene (mah) chiudere quelli che pagano il pizzo, ma una persona innocente, pulita, pure lui va punita? Chiudere un esercizio è un grave danno, non solo per il mancato guadagno, ma per l’immagine del titolare, per le parole che si dicono – e puoi immaginare in un paese –, insomma per il buon nome di una persona oltre che commerciante.
Si è tanto parlato, in questi ultimi tempi, della trattativa fra lo Stato e la mafia, e dei papielli che giravano nelle campagne di latitanza e nelle stanze del Palazzo. Ora, dico io, il questore non la poteva fare pure lui una trattativa? Che so, gli mandava a dire agli ndranghetisti di non stare là tutto il giorno, magari di darsi degli orari, tipo il pomeriggio dalle diciassette alle venti, e poi niente la sera, coprifuoco. Oppure, di non mettersi a leccare tutti i gusti, così sfacciatamente, che so, potevano andare bene i gusti alla frutta, c’è la fragola, il limone, il melone, per dire, ma di non chiedere mai, mai, quelli al cioccolato, alla nocciola o al pistacchio. Il pistacchio, proprio no. Magari ne usciva una ragionevole transazione. E la gelateria continuava il suo mestiere.
E poi, dico a voi, benedetti ndranghetisti. Con tutto quel po’ po’ di diavolerie che ci avete da fare, e metti la bomba per minaccia, e vai da quello a riscuotere il pizzo, e spacca di sopra e spacca di sotto, ma dove cazzo lo trovavate il tempo di starvene stravaccati per ore a leccarvi il gelato?
La panza tanta, v’è venuta con tutto quel gelato. E se proprio vi andava di gusto, non vi potevate comprare la vaschetta e ve la portavate da qualche altra parte, che ci risparmiavate pure?

Nicotera, 13 settembre 2014

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