007 e stampa: chi gioca coi sussurri di Riina?

Il più asciutto è stato il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che, a chi gli chiedeva una dichiarazione a proposito delle “ultime” rivelazioni su Totò Riina, ha detto: «Basta commenti, non voglio e sono stanco di fare da cassa di risonanza a Totò Riina».
Per la verità siamo stanchi un po’ tutti. E sì, che non bisogna abbassare la guardia; e sì, che dobbiamo lottare contro la mafiosità, ora che la coscienza civile si è risvegliata; e sì, che rimangono zone oscure di quegli anni terribili; e sì, ancora, che la mafia – all’inferno, all’inferno: Vendola si fa prendere un po’ la mano, manco fosse papa che scomunica – è sempre pericolosa e può colpire in modo grave persone, cose, istituzioni.
Però, questo stillicidio di “rivelazioni” fatte dal boss dei boss al passeggio, all’aria, nell’atrio, nei bagni del carcere di Opera a un altro detenuto, presumibilmente prestatosi al gioco delle intercettazioni – uno che per quarant’anni non ha mai parlato nemmeno con sua moglie per dire se gli spaghetti erano al dente o scotti, convinto che c’erano spie e cimici dappertutto, e che ora parla a ruota libera, di Andreotti, di Berlusconi, padre e figlia, della trattativa con lo Stato, di don Ciotti, dei magistrati di Palermo, proprio quando sa con certezza di essere registrato –, a me sembra rivelare che se c’è una guerra in corso è quella fra istituzioni, fra pezzi di istituzioni.
Riina sembra essere diventato l’oracolo ex post – le intercettazioni sono tutte accadute lo scorso anno, per sette mesi, non sappiamo quando è l’inizio, sappiamo per ora che c’è un periodo intenso fra agosto e settembre, e sono tutte depositate nel processo Stato-mafia – di una serie di “questioni”.
Anzitutto, le intercettazioni stesse. Il sindacalista della carta, Giuseppe Giulietti, è il più esplicito: «La circostanza che anche queste dichiarazioni di Riina siano state ottenute solo grazie al metodo delle intercettazioni dovrebbe consigliare quanto meno una grande prudenza a chi pensa di limitarne l’uso e magari di proibirne in tutto o in parte la conoscenza alla pubblica opinione». Una grande prudenza. Non ci si azzardi a toccare le intercettazioni e il disinvolto uso che ne fanno la stampa e alcuni magistrati. Il partito di «Repubblica» e «Il Fatto» non usano prudenza: loro guidano una campagna senza prigionieri a favore delle intercettazioni. Senza se e senza ma. D’Altronde, ne sono i primi beneficiari.
Dice don Ciotti – nelle agenzie che riportavano l’intervista a «Repubblica», dopo la notizia delle minacce di Riina, in una parte poi scomparsa dal sito: «Solo sabato pomeriggio ne sono venuto a conoscenza. E cioè quando lei mi ha telefonato per informarmi che stava scrivendo un articolo, mi ha spiegato che i magistrati avevano depositato quelle intercettazioni nel processo trattativa. E mi ha anche detto che all’epoca i pm di Palermo avevano subito informato il Viminale, per far scattare le misure di protezione più adeguate. Ma nessuno mi ha avvertito delle minacce di Riina. Lo trovo singolare, mi sembra anche una mancanza di rispetto per i due poliziotti che mi seguono ogni giorno».
Già, anche noi lo troviamo singolare. È il pomeriggio del 14 settembre dell’anno scorso, e la televisione ha appena ricordato il ventesimo anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi. Riina parla col solito detenuto, Lorusso: «Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo», dice. Racconta «Repubblica»: «Le parole pronunciate da Riina mettono subito in allarme gli investigatori della Dia di Palermo, che ascoltano in diretta. Viene avvertita la procura antimafia. E nel giro di poche ore parte una nota riservata al Viminale, per sollecitare nuove misure di sicurezza attorno a don Luigi. Sono giorni convulsi quelli, fra Palermo e Roma». Devono essere stati tanto convulsi da avere dimenticato di avvisare don Ciotti. Però, a «Repubblica» l’avvisano.
Don Ciotti comunque prende l’occasione per ricordare che bisogna colpire i beni dei mafiosi, sequestrarli. È un’altra “questione” in ballo. Libera, l’associazione che lui rappresenta, è molto impegnata in questa cosa. Ma è una storia di vicende alterne, di grande coraggio e generosità, e di grandi sprechi e fallimenti. Ho sentito, pochi giorni fa, il procuratore Gratteri esprimere forti perplessità sulla gestione dei beni sequestrati. Non che sia contrario, ma secondo lui diverse cose non funzionano e va rivista tutta la gestione e il modo. Oh, lo dice Gratteri.
Comunque, tornando alla dinamica dei fatti, si dice: «Nel giro di poche ore parte una nota riservata al Viminale». Le intercettazioni vengono cioè desecretate. Era già successo con il pm Di Matteo, del pool di Palermo che indaga sulla trattativa mafia-Stato. A dicembre dello scorso anno, Di Matteo non partecipa all’udienza sulla trattativa Stato-mafia che si svolgeva a Milano nell’aula bunker in cui era prevista la deposizione del pentito Giovanni Brusca. Quattro-cinque giorni prima dell’udienza la Dia che sta registrando Riina, sente minacce contro il pm Di Matteo. La Dia avvisa i magistrati, i magistrati avvisano Alfano: pare ci sia una “deroga” in questi casi, cioè quando è percepita una fase “esecutiva” di un attentato. Riina stava preparando un attentato a Di Matteo insieme al suo amichetto Lorusso nel carcere di Opera? Fatto sta che Di Matteo non va a Milano, e la sua assenza si nota e pesa tantissimo. Pesa soprattutto sulla questione della “trattativa” fra Stato e mafia. Lui tiene in mano queste indagini. Si sente assediato. Dalle istituzioni, mica solo dalla mafia. «Repubblica» e «Il Fatto» lo appoggiano incondizionatamente. È l’altra delle “questioni” in ballo.
Poi, c’è il bacio di Riina a Andreotti, o viceversa. È il 29 agosto, sempre del 2013. Riina dice che non è vero che lo baciò, a Andreotti, però lo vide. Quando? Butta lì una mollichina. «Però con la scorta mi sono incontrato con lui». E allora, subito il partito di «Repubblica»: «Avevano visto giusto i pm del processo Andreotti, Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, che nella loro requisitoria stigmatizzarono i troppi “non so” e “non ricordo” della scorta di Andreotti. Ora Riina si offre di svelare il mistero e riapre il caso». Riapre il caso? Riina si offre?
Poi, c’è Dell’Utri. È il 22 agosto del 2013. Dopo quarantasette minuti di passeggiata nell’atrio del carcere Riina dice a Lorusso: «A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi». Per i pm vale questa frase più di tutte le cose dette dai pentiti. Infilata nella trattativa Stato-mafia. Così, ci dice «Repubblica» il 30 agosto di quest’anno.
Oggi – domani non sappiamo che tireranno fuori – c’è stata la storia delle minacce a don Ciotti. Vere o buttate lì da Riina, era proprio il caso di ingigantire questa minaccia, senza neppure avvisare il prete? E se domani qualche imbecille di mafioso le prendesse davvero come un comando del boss dei boss? Chi se lo porta sulla coscienza a don Ciotti?
«Repubblica», di certo, ci ricorderà delle sue parole sul Vangelo.
Fateci una cortesia: pubblicatele tutte in una volta, fateci un librino, se sono tante e lunghe, da comprare col vostro quotidiano. Magari vende tantissimo.

Nicotera, 1 settembre 2013

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