Di nuovo alla guerra, di nuovo

«My name is Maurizio Cocciolone. And I’m a captain from Italian Air Force». Così iniziava un video che creò shock tra gli italiani. Era il 1991 e quella era la prima guerra del Golfo, quella del vecchio Bush. Il capitano Cocciolone, pilota d’aviazione, era stato colpito mentre con il suo Tornado – lo stesso tipo di aereo con cui l’altro ieri si sono scontrati in volo sul cielo di Ascoli due equipaggi – bombardava il sud dell’Iraq. Allora si chiamava “operazione di polizia”. Il movimento contro la guerra fu spietato, cinico e crudele con il povero pilota italiano, che non dava l’impressione di essere un fiero combattente, una volta prigioniero. Nel video, Cocciolone guardava sempre il suo interlocutore fuori campo con l’aria di volerlo assecondare. Le nostre italiche virtù guerriere ne uscivano a pezzi. D’altronde, il coraggio in guerra non fa parte dell’equipaggiamento in dotazione. E non tutti sanno essere fieri come il giovane videoreporter americano, James Foley, sotto il coltello del boia.
Magari succede come con Vittorio Gassman e Alberto Sordi nel film di Monicelli La grande guerra, ricordate? Catturati dagli austriaci e minacciati di fucilazione se non rivelano subito dove si trova il pontile di barche degli italiani, accettano. Tutto, pur di salvare la ghirba. Poi, il comandante austriaco dice una parola di troppo, di disprezzo. E Gassman – veneto – s’impunta: «E alora senti un po’, visto che parli così. Mi te disi propri un ben gnent, hai capito, faccia di merda?» Fucilato. A quel punto, Sordi – romanissimo – dà di matto. Non può più parlare, anche se lo sapesse non potrebbe più rivelare la postazione: «Nun so gnente, stavo ‘a Sanità, ma che ce dicono ste cose a noi? Nun so gnente sor capitano. Io so’ un vigliacco, lo sanno tutti». Fucilato. I due soldati più lavativi, scansafatiche, codardi, rivelatisi coraggiosissimi uomini, quasi per caso.
Cocciolone diceva pure altre cose, oltre al suo grado e la sua squadriglia: «The war is based on a bad reason… to solve a question, political question. War… a bad thing». La guerra è basata su una ragione sbagliata per risolvere una questione politica. La guerra è una brutta cosa. Costretto dalle minacce di morte o improvvisamente illuminato dall’essere precipitato dall’alto dei cieli sull’inferno in terra, Cocciolone diceva una verità semplice: la guerra non risolve le questioni sul campo. Dopo l’era dei Bush, dopo le ferite dell’11 settembre, dopo le “guerre umanitarie” Obama ha segnato la propria presidenza con una promessa: niente più bare americane, ritiro delle truppe, si torna a casa. E ha messo in azione i dispositivi del disimpegno. Non va neppure dimenticato che Obama è il presidente che ha regolato i conti con Osama bin Laden a Abbottabad, Pakistan. Non è un pavido.
Il giovane Foley – rapito nel 2012 – è stato ucciso per costringere l’America a intervenire. Per l’Isis – lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, il Grande Califfato – l’esercito iraqeno è una burletta come nemico, e d’altronde, almeno sinora sono riusciti a batterlo in ogni occasione. Ci vuole un nemico più grande, grande nemico, grande onore.
Ora l’occidente si aggrappa ai curdi. A ferragosto, il Consiglio dei ministri degli esteri della Ue convocato in seduta straordinaria ha accolto “con favore” la decisione di “alcuni stati membri” a consegnare le armi ai curdi iracheni, che combattono l’Isis. La risposta alle richieste dei curdi «saranno fatte in accordo alle capacità e leggi nazionali degli Stati membri e col consenso delle autorità nazionali irachene», si legge nelle conclusioni della risoluzione. Insomma, l’impegno generale è per aiuti umanitari, poi se qualche Stato membro vuol dar le armi lo faccia per conto proprio. Si chiamano “corridoi umanitari”, adesso.
Quello che non si capisce è perché proprio l’Italia abbia tutta questa voglia di far vedere di che pasta siamo fatti noi. Renzi vola a Baghdad in una visita improvvisa, il suo ministro Mogherini si impegna sul versante Ue, il parlamento, stanco, approva e il ministro Pinotti passa in rassegna le armi che manderemo ai curdi. Dice la Pinotti, come per tranquillizzarci, che daremo ai curdi armi e contromezzi di fabbricazione sovietica sequestrate nei Balcani, oltre vent’anni fa. Dice pure che daremo mitragliatrici che le forze italiane non usano più. Insomma, sarebbero dei ferrivecchi. Invece, il capo di gabinetto curdo sembra più preciso nelle richieste: blindati anti-mina, armi anticarro di nuovo modello, visori per la guerra notturna, fucili a alta precisione per i cecchini, elicotteri. Il fatto è che l’Isis ha un armamento strepitoso, hanno gli Humvee americani, per dire, e tutte le armi moderne che sono riusciti a saccheggiare. Così è successo in Libia, dove le truppe islamiste si sono rifornite negli arsenali che dovevano servire a combatterli. E così è successo in Siria. Il ministro Pinotti, che sa queste cose, vuole tranquillizzarci. Però, che diamo a fare dei ferrivecchi ai curdi se devono fermare gli Humvee americani?
I tedeschi hanno deciso di mandare caschi e giubbotti, noi invece abbondiamo.
Ci sono tre italiani sequestrati, nelle mani dei boia, un prete e due ragazze, padre Dall’Oglio e Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. Cosa faremo noi?
My name is Matteo Renzi. And I’m captain of the Italian Nation.

Nicotera, 21 agosto 2014

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