Cadaveri eccellenti, salme e “tombaroli”

Saddam Hussein, dopo essere stato impiccato il 30 dicembre del 2006, venne sepolto nel suo villaggio natale, al Awja presso Tikrit, accanto alla tomba dei due figli, Uday e Qusay, in un edificio della famiglia, trasformato in mausoleo. Almeno fino a ieri era ancora lì. Qualche agenzia di stampa riferisce voci ancora non confermate al quotidiano “al Quds al Arabi” secondo le quali la salma sarebbe stata spostata. Pochi giorni fa, la famiglia aveva lanciato un allarme. Dopo le diverse tombe di mistici, moschee e altri storici monumenti religiosi fatti saltare in aria dai jihadisti dello Stato islamico in Iraq, temevano che anche per il loro mausoleo potesse avvicinarsi il momento della distruzione. Anche l’area di Tikrit è già sotto il controllo dei fondamentalisti. Così, i congiunti e gli ex fedelissimi di Saddam non escludevano di riesumare il suo corpo, e trasferirlo in una più anonima località. C’è una maledizione che insegue Saddam. Non è stato il solo.
Dopo l’esecuzione e lo scempio di piazzale Loreto, il corpo di Mussolini era stato sepolto al Cimitero Maggiore di Milano, noto come Musocco, in un luogo che doveva essere segreto ma che tutti sapevano dove fosse. Anche Domenico Leccisi lo sapeva. Leccisi era un fascistone, giovane, coraggioso. Uno che a poco più di vent’anni abbracciò la Repubblica di Salò a cercarvi la bella morte. Non morì, però. E quando tutto era finito, con un manipolo di giovanotti fondò il Partito Democratico Fascista. Approfittando della rivolta dell’aprile 1946 nel carcere milanese di san Vittore penetrarono all’interno del cimitero di Musocco, disseppellirono la salma di Mussolini, se la portarono via con una carriola, e la custodirono in un luogo sicuro. Leccisi lasciò un messaggio sul fondo della fossa del cimitero: «Finalmente, o Duce, ti abbiamo con noi. Ti circonderemo di rose, ma il profumo delle tue virtù supererà quello delle rose». La cosa fece uno scalpore incredibile e il ministro Giuseppe Romita seguiva in prima persona le indagini per venire a capo della faccenda. Ai primi di maggio Leccisi consegnò la salma a due frati minori del convento di Sant’ Angelo di Milano. Arrestarono alcuni militanti del partitino di Leccisi, ma lui riuscì a farla franca, la polizia non riusciva a trovarlo. A quel punto si mise in moto la Volante Rossa, che di fascisti ne aveva fatti fuori non pochi, prima e dopo il 25 aprile. A luglio finalmente arrestano Leccisi, e il questore gli disse che era stato fortunato, che quelli della Volante Rossa ci stavano arrivando pure loro. Il 12 agosto le spoglie di Mussolini furono recuperate dalle autorità e trasportate in un convento dei Cappuccini vicino a Legnano, dove rimasero fino al 1957, quando furono restituite alla famiglia di Mussolini, consentendone la traslazione a Predappio. Leccisi intanto era diventato deputato del Movimento sociale italiano.
Per quanto possa suonare macabro, a Musocco uno era andato, l’altro veniva: il 1957 è l’anno in cui arriva al Cimitero Maggiore di Milano il corpo imbalsamato di Evita Perón, esattamente al giardino 41, pietra tombale numero 86, con il nome inventato di sana pianta di signora Maria Maggi De Magistris. Evita, la regina dei descamisados, era morta di cancro il 26 luglio del 1952 a soli 33 anni. L’imbalsamazione fu una decisione di Perón, Evita lo aveva pregato di «non essere toccata da nessuno». Però, durante la malattia non erano state poche le scritte sui muri come “Viva il cancro” o “Evita muori!”. Così, Perón decide di fare delle copie di Evita, tre per la precisione, per prevenire furti e vandalismi antiperonisti. Quattro versioni di Evita. Perón le aveva costruito un mausoleo con i marmi di Carrara ma si dimenticò presto di Evita. Prese l’abitudine di frequentare ragazze davvero troppo giovani, l’ultima, Nelli Rivas aveva appena 14 anni – d’altronde, Evita ne aveva 15 quando l’aveva incontrato –, a cui per premio regalava cimeli di Evita. Si fece scomunicare dalla Chiesa. I militari si fecero avanti. Deposto dal golpe, Perón fuggì dall’Argentina. Cry for me, Argentina.
Il tenente colonnello Carlos Eugenio Moori Koenig, nominato capo del servizio informazioni dell’esercito, aveva elaborato nella sua mente un progetto, “Operazione Evasione”, di cui parlò al generale Pedro Eugenio Aramburu, a capo della Giunta militare. Bisognava nascondere la salma di Evita per evitare che qualsiasi posto si trasformasse in un luogo di culto e, implicitamente, di protesta. Nella notte del 22 novembre rubarono il cadavere di Evita. Moori Koenig lo nascose in casse e armadi, in un furgone, facendola girare di continuo per Buenos Aires, compreso nel retro di un cinema, fino a portarsela a casa nel suo studio, nascondendolo alla moglie, forse ossessionato. Poi preparò il viaggio in Europa: Rotterdam, Bruxelles, Bonn, Genova, Roma, infine Milano, Cimitero Maggiore. Tutto tacque fino al 1971 quando i guerriglieri peronisti, i Montoneros, decisero che il corpo di Evita doveva essere ritrovato. Il loro slogan era: “Se Evita fosse viva, sarebbe montonera”. Per questo sequestrarono e uccisero Aramburu, non prima però di farsi rivelare il luogo dove era sepolta Evita. Il corpo venne riconsegnato al settantaseienne Perón, allora in esilio a Madrid, da fedeli peronisti. Rieletto nel 1973, Perón morì l’anno successivo di infarto. La salma di Evita lo raggiunse a Buenos Aires pochi mesi dopo.
Anche la salma di Perón non ebbe pace. Nel giugno del 1987, al cimitero di Chacarita, a Buenos Aires, la sua tomba fu profanata e alcuni ignoti amputarono e rubarono le mani, chiedendo un riscatto di otto milioni di dollari. Non se ne fece nulla, e non si venne a capo di nulla.
Senza alcuna contropartita, invece, qualche anno fa Oliviero Diliberto, allora segretario del Pdci, in visita al mausoleo di Lenin a Mosca propose di portarla a Roma, la salma, se i russi non la volevano più. Gli rispose piccato l’allora capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè: «La porti a casa sua».
Era proprio quello che aveva fatto il tenente colonnello Moori Koenig, ossessionato da Evita e dal suo cadavere imbalsamato: a un certo punto, se l’era portato a casa, nascondendolo persino alla moglie. La moglie di Diliberto sta appresso al marito?

Nicotera, 31 luglio 2014

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