Galeotto fu il libro e chi lo lesse. Coelho e Tamaro corpi di reato.

CRONACHE
Gli ‘ndranghetisti comunicavano dal carcere con l’esterno attraverso un codice tratto dai libri della Tamaro e di Coelho

carcere-libroIeri è stata compiuta un’importante operazione del Ros e dei carabinieri di Roma e Reggio Calabria contro le cosche dei Molè di Gioia Tauro e dei Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), entrambe con un ruolo di spicco nella ‘ndrangheta e con ramificazioni in diverse città d’Italia e all’estero: cinquantaquattro le ordinanze di custodia cautelare. Gli arrestati, tutti operativi nel traffico di droga e di armi avevano anche interessi in complesse iniziative imprenditoriali e commerciali in Calabria, Lazio e Umbria e nella gestione del business delle slot machine: sono accusati di associazione mafiosa, traffico di armi e stupefacenti e intestazione fittizia di beni. Sono stati sequestrati beni per un valore complessivo di circa venticinque milioni di euro. Insomma, un’operazione “classica” di polizia, condotta per mesi.
La notizia difatti non è questa. La notizia è che i boss comunicavano con regolarità e perentorietà i loro ordini all’esterno nonostante si trovassero al 41bis. E forse non è neppure questa la notizia, ma il come: il boss Girolamo (Mommo) Molè mandava all’esterno le sue indicazioni con l’uso di un codice alfanumerico, applicato a due libri, Zahir di Paulo Coelho e Va dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. In altri termini, il padrino consegnava le indicazioni fatte di numeri e lettere ai familiari che lo andavano a trovare, questi poi traducevano la sequenza che faceva riferimento a righe e parole dei libri in modo che le frasi si ricomponessero in maniera logica e compiuta. Un sistema scoperto dagli inquirenti durante alcune perquisizioni, quando si accorsero che i familiari tenevano in casa gli stessi volumi che il detenuto custodiva nella sua cella.
E qui davvero entriamo in un labirinto oscuro. Perché per quanti sospetti possa far nascere il rinvenimento di quei libri nelle celle del 41bis, è davvero difficile che in un’altra perquisizione a casa di familiari del boss ci si accorga che ci siano i medesimi volumi. A meno che non fossero gli unici nella “biblioteca” dei familiari. E a meno che.
E a meno che tra i meriti del Ros e dei carabinieri non ci sia anche quello di una attenta e puntuta critica letteraria. Perché, diciamolo francamente, trovare Coelho e la Tamaro al 41 bis, un qualche sospetto, con tutto il diritto, ti viene. E ritrovarli, i due, grandi scalatori di classifiche dei libri più venduti, nelle case dei familiari del boss, non può che far nascere un secondo sospetto. E allora, da cosa nasce cosa, certo.
L’uso di un codice alfanumerico con riferimento a un libro non è un espediente propriamente innovativo. Si è visto in molti film. Soprattutto è proprio il cuore del thriller Codice Rebecca, una spy story del 1980 di Ken Follett, in un’ambientazione storica – Egitto, Seconda guerra mondiale, una serie di colpi di scena tra spie naziste e agenti del controspionaggio inglese –, un successo mondiale. La chiave del codice (The Key to Rebecca, è il titolo originale) si trovava appunto nel libro Rebecca di Daphne du Maurier, del 1938, un libro vendutissimo e famosissimo e dal quale, nel tempo, sono stati tratti diversi film, tra cui lo straordinario Rebecca, la prima moglie di Hitchcock. Perché Follett abbia scelto proprio questo libro per la sua avvincente trama è una buona domanda. La mia personale risposta è che sia dovuta al “caso” che esplose quando la du Maurier, all’uscita del libro, venne accusata di plagio per le numerose somiglianze nell’intreccio con Vera, un romanzo di Elizabeth von Arnim, di circa vent’anni prima. Ci fu un processo e la du Maurier andò assolta, perché le prove non erano sufficienti. Prove insufficienti, processi, insomma, ci siamo capiti.
Il motivo per il quale il Molè abbia scelto Coelho e la Tamaro per comunicare con i suoi ‘ndranghetisti, ci è invece oscuro. Forse immaginava che fossero libri innocui e insospettabili. Però, come si fa a mandare messaggi in codice – chissà che fatica per gli ‘ndranghetisti a raccapezzarsi tra questo ciarpame – traendoli da frasi come queste: «Beati coloro che non hanno paura di domandare quello che non sanno», oppure «Il fanatismo è l’unica via d’uscita per i dubbi che non cessano mai di incalzare l’anima dell’essere umano» (Coelho)? O ancora, frasi così: «Ogni volta che ti sentirai smarrita, confusa, pensa agli alberi, ricordati del loro modo di crescere», oppure: «E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta» (Tamaro)?
Tempo per aspettare, al 41bis non mancherà al Molè. Ben gli sta. Non a lui, che non conosciamo come lettore e a cui d’altronde cosa potremmo consigliare, qualcosa – dio ne scampi – nel premio Strega “da assegnare”? Ma ben gli sta a Coelho e Tamaro: di diventare corpi di reato. Che quello sono. E di questo dobbiamo essere grati al Ros e ai carabinieri. E alla loro critica letteraria.

Nicotera, 25 giugno 2014

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