Frugando tra le lenzuola

CRONACHE
Pratica di autoerotismo finisce male: muore quarantenne a Savona

bondageEra già successo circa tre anni fa a Roma, nei locali delle caldaie di un palazzo a Settebagni. Il caso aveva attirato l’attenzione della stampa nazionale e la curiosità di tutti. Due ragazze sui vent’anni e un uomo, un ingegnere, un quarantenne, si erano incontrati in un bar. Avevano chiacchierato, bevuto, avevano parlato delle proprie vite. Dei propri lavori, dei propri passatempi, delle proprie virtù, dei propri vizi. Non erano insieme per caso, l’ingegnere e una delle due ragazze avevano avuto una storia, tempo prima. Tutti e tre praticavano il bondage.
Il bondage è un insieme di pratiche sessuali basate su costrizioni fisiche realizzate con legature, corsetti, cappucci, bavagli, e più in generale sull’impedimento consenziente della libertà fisica del movimento, di vedere, di parlare, di sentire. C’è, a esempio, la balltie, una posizione in cui la persona è immobilizzata come una palla. Oppure, la crotch rope, in cui una corda viene passata attorno i fianchi di una donna e poi tra le gambe, creando pressione sui genitali. O ancora, lo shibari, un intricato sistema di giri di corda, direttamente dalle pratiche del Sol levante: la parola, in giapponese significa sia legare che vincolare, creare obbligo. Alcune di queste pratiche implicano l’immobilizzazione a terra, altre la sospensione. Di sicuro occorre una estrema consapevolezza di quello che si sta facendo, ma anche una estrema padronanza tecnica di quello che si sta facendo. Il gioco erotico può diventare mortale.
E mortale divenne quella sera di tre anni fa a Roma. Il terzetto di amici si trasferì dal bar in cui chiacchieravano e bevevano nei locali delle caldaie di un palazzo di cui una delle due ragazze aveva le chiavi perché ci lavorava per un’agenzia di servizi. Avevano deciso di fare assieme un po’ di shibari e spassarsela qualche ora: l’ingegnere sembrava sapere il fatto suo. Non era la prima volta, per lui, e forse non era la prima volta neppure per le ragazze. Finora tutto era filato liscio.
L’ingegnere legò le due ragazze con una stessa corda in varie parti del corpo fino al collo. La corda passava su un tubo orizzontale della caldaia all’altezza di due metri da terra. Ciascuna delle due ragazze faceva da contrappeso all’altra alternandosi in saltelli: una scendeva verso terra, l’altra saliva verso l’alto, dandosi la spinta con le punte dei piedi, in una sorta di dondolio. Salendo, la corda provocava uno strozzamento che durava alcuni secondi: il soffocamento produce una sensazione simile all’orgasmo. E il minimo movimento di una condizionava i movimenti dell’altra. Una delle due ragazze a un certo punto svenne, restando a terra. L’altra, lassù a due metri da terra, rimase impiccata. L’ingegnere cercò immediatamente di tagliare la corda che teneva le due ragazze come due marionette, e chiamò subito un’ambulanza. Ma era troppo tardi: una era già morta, l’altra finì in rianimazione.
Al processo, l’anno scorso, hanno condannato l’ingegnere a quattro anni e otto mesi. Il processo si era svolto con rito abbreviato e l’accusa iniziale di omicidio preterintenzionale era stata derubricata a omicidio colposo, in considerazione del fatto che le due ragazze avevano acconsentito a svolgere la pratica erotica, però con l’aggravante della previsione dell’evento. Che è un po’ un pastrocchio, perché se si riconosce che c’era consapevolezza di quello che si stava facendo, non puoi dire che tu prevedi che qualcuno ci resti secco. Perché è proprio quella la consapevolezza: che qualcuno ci resti secco. E nello stesso tempo, è proprio la capacità di controllo, la sapienza tecnica che ti permette di impedire che qualcuno ci resti secco. Il controllo della violenza e del dolore fa parte dell’erotismo di questa pratica, è la condizione essenziale del piacere. Si può pensarla come si vuole – e, naturalmente, va impedito a qualunque ciarlatano di andare in giro a strozzare giovani donne –, ma stiamo parlando di privatissime scelte della propria, privatissima, sfera erotica.
Perciò, trovo orribile la morbosa curiosità intorno al nuovo episodio di ieri l’altro.
Un quarantenne imprenditore della nautica, molto noto in città, viene trovato senza vita  all’interno della propria abitazione  a Savona. L’uomo era riverso sul letto, vestito con abiti femminili in pelle, indossava tacchi a spillo, e aveva polsi e piedi legati. Il corpo era immobilizzato in un gioco di contrappesi che lo teneva sospeso a circa trenta centimetri da terra, agganciato a uno stipite sopra la porta della camera, tra corde e catene.
“Sgomento e sconcerto” da parte del vicinato: chi lo conosceva racconta di una persona a modo, posata e educata, semplice e amante dei viaggi. E uno si chiede: che c’entra? Perché mai una pratica erotica così estrema dovrebbe evocare scenari di vita inquietante, balorda, losca, criminosa? Era una persona qualunque, brillante, buon lavoratore, aveva una compagna. Come per il terzetto di Roma: lavoravano, studiavano, portavano avanti tranquilli le loro vite. È proprio questo il punto: una persona normale che pratica forme di erotismo estremo. Saranno bene affari loro, o no? Perché bisogna frugare tra le lenzuola? Perché scatta sempre questo meccanismo inquisitorio, per cui il pettegolezzo, l’ammiccamento, prende la forma dell’indagine giudiziaria? Davvero, si pensa di poter regolare col codice, e le sue corde e i suoi nodi, la sessualità? Di poterla “prevedere”?
Non sarà forse che quelli dall’erotismo morboso siamo noi, noi “normali”, noi i voyeur?

Nicotera, 21 giugno 2014

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