Un grande vecchio rancoroso comunista ci governa. E il buffo è che ce l’ha coi suoi, mica con quelli di destra. È lui il vero rottamatore della democrazia

Siamo passati dallo sgoverno di un imbonitore infollito dal proprio strapotere, quasi incredulo che riuscisse a vendere agli italiani qualsiasi cazzata gli passasse per la testa al punto da perdere il senno e lasciarsi andare a ogni bizzosità, alla incarognita determinazione di un vecchio comunista che sta regolando gli antichi conti dentro il suo partito, dove non era mai stato amato, anzi spesso irriso. L’unica patria di Napolitano resta il Partito comunista. Dal burlesque a una tragedia del Novecento, ma che c’azzecca la democrazia?
Adesso gliela fa vedere lui: non solo gli ultimi residui di quello che fu il più grande partito comunista d’occidente devono blandirlo e osannarlo e mitizzarlo e monumentalizzarlo come baluardo della democrazia e salvatore della patria, ma il vecchio rancoroso si permette pure di prenderli in giro, di menarli di qua e di là, facendo finta di rassicurarli, ma in realtà boicottando ogni possibilità di loro futuro governo [che sia cosa buona o meno che governi Bersani non è qui da trattare]. Così, contento che Bersani abbia escluso Di Pietro e l’IdV su proprio ordine, Napolitano, che considerava lesa maestà le critiche del molisano, piccato dell’apertura a SeL, frutto di un ragionamento completamente sballato di Bersani sulla forma di una coalizione – quanto mai potrà portargli SeL? –, più che per bloccare Renzi alle primarie, sta facendo di tutto per disegnare una legge elettorale che costringa i partiti alla riedizione di un Monti–bis o di qualcosa che gli somigli e abbia l’imprimatur europeo della Merkel e della Bce. È lui il vero rottamatore del Pd.
Che Napolitano parli solo della democrazia che gli conviene ma sia un rabbioso giacobino, un aristocratico del potere, uno che guarda al popolo con sgomento e compassione – bisogna pure immaginare quale genia particolare di comunisti fossero quelli di una Napoli imperversata da Achille Lauro, sempre vincente, sono cose che ti segnano la vita – detesta le sue regole, i suoi principi, quella maledetta scadenza del votare, dello scegliere chi dovrà governarci. Che possono saperne i cittadini, i popolani di cosa sia meglio per loro: non ci ha governato per quindici anni un infollito imbonitore? E come somigliava a Achille Lauro! Bene, evitiamo che la cosa si ripeta, che direbbero la Merkel, e Draghi e i mercati e l’Europa? Tanto è già andata bene una volta, esautorando Berlusconi, non indicendo le elezioni, nominando in quattro e quattr’otto uno stimatissimo quanto coglionissimo professore – tanto, coi partiti cagati sotto, chi avrebbe osato protestare? – e tutta questa indecenza è la salvezza della patria, si può provare ancora e ancora e ancora. Il mandato scade ancora più in là. Come Cossiga picconava i suoi democristiani, Napolitano sbomballa i suoi comunisti. Che strano compromesso storico fra presidenti.
Che stupidaggine, quella di Berlusconi di avere accettato il golpe, di calare la testa manco fosse Al Gore di fronte al furto dei voti in Florida e la decisione della Corte Suprema, un vero golpe esemplare per tutto l’occidente, di bloccare il riconteggio e assegnare la vittoria a W. Bush! Di essersi battuto come un leone contro Scalfaro, per motivi tutt’altro che quelli importanti e reali, e di essersi piegato a Napolitano. Dopo avere governato di merda avesse almeno tenuto il punto. D’altronde questa è la democrazia italiana di adesso, perché stupirsi che a scombiccherarla bastino un Grillo, un pugno di torquemada e adunate di biliosi mediocri?
Ma Napolitano non può passarla liscia, deve finire il suo mandato nell’ignominia, come Leone, che pure meno colpe reali aveva.

Nicotera, 10 novembre 2012

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