Rumori di fondo nell’entropia della politica italiana

1) La sinistra radicale non raccoglie consensi o rimane davvero circoscritta. È un buco enorme, nella rappresentanza popolare. Da un punto di vista cinico e pratico, risulta più comprensibile la scelta entrista di Vendola nel Pd per raggranellare, alle prossime politiche, qualche seggio sicuro, mantenendo forse un’opzione per tempi migliori, anche se i tempi migliori non necessariamente passano per questa testimonianza; da un punto di vista politico più generale, ci si può chiedere come mai in una congiuntura “favorevole” per l’opposizione radicale – chiusura fabbriche, licenziamenti, pressione fiscale altissima, smantellamento del welfare, riduzione pensioni, e sono tutte cose vere, non una lettura deformata – la raccolta di consensi sia invece bassissima. Se ne possono dare risposte apocalittiche – l’insignificanza della sinistra radicale di salsa comunista nell’attuale congiuntura occidentale – o invece vedere perché la forma assunta dalla sinistra radicale non sia capace di suscitare passioni, entusiasmi, affidamento, sia cioè percepita a livello sociale solo in termini di continuità con un’esperienza fallimentare. Se il nodo irrisolto rimane quello del rapporto fra radicalità estremista dei contenuti agitati e loro ricaduta elettorale, il movimento 5 Stelle – come d’altronde già a suo tempo la Lega – sembra aver trovato le risposte. Che sia una questione di leadership, di personaggi, di facce [Grillo, come già Bossi pre-ictus, funziona, Vendola no]? Che la dannazione non stia nel fatto che la radicalità sociale perde presa nell’imbozzolarsi nella tradizione di sinistra? Eppure Tsipras messa assieme in poco tempo un’alleanza in Grecia macina e Vendola, come anche quelli del “No Monti Day”, no. La “rifondazione comunista” è un percorso di ormai vent’anni: che la strada, in Italia, non sia quella di rifondare sempre un comunismo più puro a sinistra ma piuttosto quella di uno strappo? O necessariamente, questo è il pendolo del tempo in cui la destra assume radicamento e consenso sociali vasti e non rimane che ammucchiarsi dalla parte delle istituzioni liberali per evitare una deriva peggiore?

2) Il grillismo – qualunque cosa sia e sinora non ci sono state grandi analisi, indagini e inchieste di comprensione ma anatemi e esorcizzazioni di vario genere, con relative figure ridicole tipo quella di Giuliano Ferrara incartato nel sostenere l’inverosimile – non è un riedizione del qualunquismo di Giannini. Il commediografo si batteva contro due giganti di rappresentanza popolare – la Dc e il Pci del dopoguerra – verso i quali correva il consenso [e tanta intellettualità in cerca di riverniciature e prebende] mentre Grillo campa di risacca: come le popolazioni di isole corsare, aspetta che i grandi galeoni si infrangano sugli scogli per andare a raccattare e selezionare ciò che la risacca porta sul bagnasciuga. La risposta al grillismo – qui ha ragione Berlusconi – è la contesa sui temi; solo che – qui ha torto Berlusconi – il “tema” del grillismo, quello per cui è percepito, è la fine dei partiti, non le questioni dell’euro come neppure dell’energia o di internet. E non c’è predellino che Berlusconi si possa inventare o rottamazione renziana per recuperare questo sgretolamento. I partiti “storici” del bipolarismo della Seconda repubblica sono destinati a attestarsi intorno al 20 per cento – poco più, poco meno – dato anche il lento gocciolio verso nuove formazioni minori, cioè a zoccoli duri che non pescano più opinione “libera”. Assomigliano perciò sempre più a delle vere e proprie lobbies – con una catena alimentare di sopravvivenza e distribuzione di risorse. I partiti – anche quelli di nuovo conio – sembrano Enti nazionali della cosa e del denaro pubblici, organizzano cioè chi campa di politica. In queste condizioni l’antipolitica di Monti – il suo tecnicismo, l’essere fuori del teatrino della politica – rischia di diventare una soluzione di respiro lungo. Per ora, l’unica alternativa credibile, proprio perché speculare al tecnicismo di Monti, è il grillismo. A bocce ferme, potrebbero campare altri dieci anni sostenendosi l’un l’altro. In ogni caso, io proporrei di smetterla di analizzare il Movimento 5 stelle attraverso Grillo, tanto quanto era monco cercare di capire la Lega attraverso Bossi. Avere messo in piedi un movimento politico che in due-tre anni raggiunge il venti per cento o Casaleggio è Gesù [e Grillo san Pietro, o il rapporto è fra Satana e Faust] o dobbiamo fare un tantinello più uno sforzo per capire. Alla sinistra radicale manca un Caseleggio o un Gori? La vogliamo davvero mettere così? La società italiana è, adesso se non storicamente, irredimibilmente populista? E, infine, perché di fronte alla riorganizzazione, ancora confusa ma determinata, del potere politico, quindi in un periodo di estrema “liquidità”, dovrei considerare il movimento 5 Stelle, che è ambivalente e contraddittorio, come un nemico – chi sarebbero gli amici? – , pur criticando i suoi caratteri e le sue regole?

3) Certo, si può governare anche con il 25 per cento dei voti e una ancora minore rappresentanza dei cittadini. Succede a esempio negli Stati uniti, che sono la più grande potenza mondiale. Però, appunto, loro sono gli Stati uniti e noi l’Italia. 4) Infine, una piccola soddisfazione personale; con largo anticipo, il nostro primo sondaggio – benché fosse applicato all’Italia e non solo alla Sicilia – ha quasi perfettamente fotografato la situazione: ultraframmentazione della politica e stallo da “sindrome greca”, quale che sia il sistema elettorale. Noi, alla domanda su chi sarà il nostro Samaras, rispondevamo indicando Casini – abile nel rivolgersi ai due forni, in una riedizione craxiana – e un’accoppiata con Monti, in un nuovo gioco di sponda fra governo e Quirinale. Monti al Quirinale sembra l’unica opzione stabile chiunque possa aspirare a dirsi vincitore delle prossime elezioni. È chiaro questo possibile esito a Bersani? E a Vendola? Non è proprio a questo che sta lavorando Napolitano?

Nicotera, 31 ottobre 2012

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