1989: goodbye Lenin.

La verità è che nessuno l’aveva previsto un 1989 così. D’altronde nessuno aveva previsto, per dire, neppure la crisi finanziaria del 2008. Ricordate quando la regina Elisabetta – proprio come uno chiunque di noi, esterrefatto, incredulo quanto lei – si rivolse a uno degli economisti più considerati e gli chiese: «Ma com’è che non siete riusciti a prevederla?» E il crac del 1929, qualcuno l’aveva previsto? E la Seconda guerra mondiale, qualcuno l’aveva prevista? E il 1917 bolscevico, qualcuno l’aveva previsto?
La verità è che nessuno può prevedere le grandi crisi della storia: la storia non ha proprio nulla di deterministico. Non va per linea retta. E se per quello, neppure l’economia. Però, in verità, sulla fine dell’Unione sovietica qualcuno c’era andato vicino: Emmanuel Todd aveva venticinque anni quando pubblicò in Francia nel 1976 Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica. Era un demografo, un antropologo oltre che uno storico – e studiò l’innalzamento del tasso di morti infantili tra 1971 e 1974, l’alfabetizzazione, la contraccezione, le strutture antropologiche di base (i modelli familiari), e riportò un dato bizzarro quanto strabiliante: un intero carico di scarpe destre che non trovava collocazione. Che paese era, che sistema era, quale disorganizzazione mostrava, quello per cui non si riusciva (nonostante la propagandata pianificazione, la suprema razionalità del socialismo) a costruire insieme scarpe destre e sinistre? Che paese era – l’unico paese industrializzato in cui si registrava questo dato – quello in cui la mortalità infantile cresceva, per malattie varie, trascuratezze, insufficienze sanitarie? Che paese era, quale sofferenza psicologica viveva un paese in cui i tassi di suicidio aumentavano senza sosta?
Due anni dopo, nel 1978 esce Esplosione di un impero? di Hélène Carrère d’Encausse, in cui si prospetta il crollo dell’Urss sotto la pressione demografica delle repubbliche asiatiche ad alti tassi di nascita, al contrario di quelle dell’Europa dell’est dove erano crollati i tassi di fertilità: la popolazione di origine musulmana sarebbe diventata la maggioranza nell’Unione Sovietica mentre la classe dominante del Partito, dell’Esercito e dell’industria era in gran parte di origine russa, e quindi di cultura europea. Questa distorsione avrebbe posto un problema di legittimità del potere politico.
In realtà, l’Urss non crollò né per il tasso dei suicidi né per quello di natalità delle repubbliche asiatiche. Però, Gorbaciov forse aveva letto la d’Encausse, perché nel 1987 affermò: «Compagni, possiamo davvero dire che il nostro paese ha risolto il problema delle nazionalità». Passarono ancora due anni prima che i tartari di Crimea potessero tornare a casa dall’esilio in Asia in cui erano stati confinati, ma le richieste di autonomia da ogni angolo dell’impero si erano intanto moltiplicate. E erano diventate ingovernabili. E a quel punto arrivò l’89.
Perché – si chiese Tony Judt, nel suo bellissimo Dopoguerra – il comunismo crollò in modo così rapido? Perché è questo che davvero sconcerta: la rapidità con cui andò a gambe all’aria. Come è stato possibile che tutto sia accaduto per un fraintendimento, per un annuncio mal formulato in televisione? Andò così: ad agosto l’Ungheria aveva rimosso i blocchi di frontiera con l’Austria e a migliaia i tedeschi dell’Est vi si erano riversati. Poi, l’Ungheria specificò che solo i cittadini ungheresi avrebbero potuto passare “di là”. Così, quelle migliaia di tedeschi dell’Est si trovarono in una terra di nessuno – e si riversarono nelle ambasciate occidentali. Allora, in accordo con la diplomazia occidentale, si decise che sarebbero potuti andare a ovest, ma solo riattraversando la Germania orientale: li caricarono sui treni e fecero il viaggio all’inverso, passando per le città da cui erano scappati. Era il treno della speranza, un treno blindato. Venne accolto con invidia, con frustrazione, con rabbia. Quelli passavano, gli altri li guardavano passare e rimanevano. Si moltiplicarono le manifestazioni di protesta. A quel punto il capo della Germania orientale, Honecker – che a gennaio aveva solennemente dichiarato che «Die Mauer wird in 50 und auch in 100 Jahren noch bestehen bleiben», il muro sarebbe durato altri cinquanta o cent’anni – si dimise. È il 18 ottobre: il capo nuovo, Egon Krenz, pensò bene di allentare la situazione e il nuovo governo decise di concedere permessi per viaggiare nella Germania dell’ovest; a certe condizioni, le Reiseregelungen, regole di viaggio. Incaricarono di comunicarlo urbi et orbi al ministro della Propaganda, Günter Schabowski, che però era in vacanza. Lo prelevarono e lo piazzarono a una conferenza-stampa internazionale, ripresa in diretta tv. Mentre Schabowski leggeva il suo comunicato, un giornalista italiano gli chiese da quando le nuove disposizioni entravano in vigore. Schabowski, che non aveva partecipato alla riunione di governo, cercò la risposta nei fogli, ma non c’era o lui, affannato, non la individuò. Allora, improvvisò: «ist das sofort, unverzüglich – subito, immediatamente». Gli sembrava ovvio. Sono le 18.53 del 9 novembre. Decine di migliaia di berlinesi dell’Est, che stavano incollati alla televisione, si precipitarono ai posti di blocco, chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine non sapevano che fare, tempestavano di telefonate i loro superiori, che a loro volta telefonavano a chi era più in alto in grado, ma era ormai chiaro che non sarebbe più stato possibile rimandare indietro tutta quella gente. Così, aprirono i cancelli. Crollava il muro di Berlino. È così che è caduto il comunismo.
Fu la televisione a perdere il comunismo? Nel 1987, nove famiglie sovietiche su dieci avevano un televisore. Certo, i programmi non dovevano essere troppo vivaci, ma erano seguiti perché si era imparato a cogliere i segnali minimi, a decifrare, a decrittare le parole che venivano dette, come venivano pronunciate. La televisione provocò l’esplosione a Berlino, e chi non ricorda Goodbye Lenin, il film dove un figliolo amorevole per non causare uno choc fatale nella mamma fedele alla linea uscita dal coma dopo la caduta del muro organizza dei siparietti televisivi per raccontare che la realtà è la stessa di prima, per non turbarla?
Ma la televisione registra e amplifica, non produce eventi. E allora? Come si riesce a spiegare quel contagio tra Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Germania est, Urss? Un effetto domino, per cui cadendo una tessera, cadevano le altre?
In realtà, Gorbaciov aveva lasciato intendere che poteva accadere quel che doveva accadere, lui non sarebbe intervenuto, non come aveva fatto Krusciov contro l’Ungheria di Nagy nel ’56, non come aveva fatto Breznev contro la Cecoslovacchia di Dubcek nel ’68 – in Polonia nel 1981 i carri armati russi non erano andati perché ci pensò il generale Jaruzelski a fare un colpo di stato preventivo e a introdurre la legge marziale. Il 6 luglio 1989, davanti al Consiglio d’Europa, riunito a Strasburgo, Gorbaciov aveva dichiarato che l’Urss non si sarebbe opposta a processi di riforma in Europa orientale: era una «questione che interessava unicamente gli stessi popoli». Nel corso di una conferenza dei leader del blocco orientale, tenutasi a Bucarest il 7 luglio 1989, aveva affermato il diritto di ogni paese socialista a seguire la propria direzione senza subire interferenze esterne. E cinque mesi dopo, nella cabina del capitano della nave da crociera Maksim Gorkij ormeggiata al largo di Malta, aveva garantito al presidente Bush che non sarebbe stata impiegata la forza per mantenere i regimi comunisti dell’Europa orientale. Cadeva il deterrente che teneva incollati i regimi – la forza, la repressione, la paura.
E infatti la cosa sorprendente è che, a parte la Romania di Ceasescu, il processo fu ovunque indolore, senza rivolte, senza violenze, senza barricate, senza insurrezioni. Un impero cadde praticamente senza colpo ferire. E quasi ovunque il “traghettamento” fu gestito da ex-comunisti: non in Cecoslovacchia – dove l’opposizione si raccolse intorno Havel, un commediografo che aveva conosciuto le prigioni socialiste – e non in Polonia, dove era stato lo stesso per quasi tutti i membri del Kor (l’opposizione intellettuale) e di Solidarnosc (il sindacato operaio, dieci milioni di iscritti al suo apice). Ma Polonia e Cecoslovacchia erano paesi dove una società civile, non-statalizzata, in qualche modo aveva resistito, era “tollerata” entro certi limiti, vuoi per le ragioni di un radicamento religioso, che si era rinforzato con l’elezione a papa di Karol Wojtyla, vuoi per le lunghe tradizioni culturali. E la violenza, la brutalità apparteneva al regime, a ciò che si voleva cambiare, trasformare, abbattere. E erano paesi che guardavano all’Europa, che si “sentivano” Europa.
Di sicuro, il socialismo aveva un problema con l’economia. La qualità dei prodotti era scarsa, la pianificazione era un disastro e i debiti pubblici (30.700 milioni di dollari nel 1986, 54.000 nel 1989) aumentavano a dismisura: che il 30-40 percento delle risorse fosse destinato alle spese militari non era certo un dato secondario. L’improvvisa accelerazione imposta da Reagan nel 1982 con la “Star Wars” era stata fatale. Soprattutto, il mondo socialista era spaventosamente indietro rispetto le nuove tecnologie – aveva perciò una struttura industriale e agricola decisamente arretrata: Cernobyl, nel 1986, mostrò in tutta evidenza la drammaticità di questa contraddizione.
E poi c’era stato l’Afghanistan, una guerra maledetta, un Vietnam russo – da cui era tornata in patria una leva generazionale di soldati in cui i traumi post-bellici avevano tassi altissimi, affiancati da quelli di alcolismo. Ma tutto questo non basterebbe forse a spiegare quel crollo.
Praticamente in un anno muoiono in sequenza Leonid Breznev, a 76 anni, Yuri Andropov, già malato quando eletto segretario, a 68, e Konstantin Cernenko, anche lui malandato, a 72. Nel 1985, viene promosso segretario Michail Gorbaciov: è nato nel 1931 e a 41 anni è entrato nel Comitato centrale. È giovane – proprio tutta un’altra generazione rispetto a Breznev, Andropov, Cernenko. Gorbaciov intuisce che per la riorganizzazione dello Stato, per la perestrojka dell’Urss, del comunismo, ha bisogno di trasparenza, di glasnost, deve riformare il partito. Ma come “inventare” il mercato? Come “inventare” una società civile? In una società autocratica il potere è indivisibile – e Gorbaciov cominciò a smantellare un puntello dietro l’altro, a svuotare il potere del partito da dentro. E questo è il punto: solo un comunista poteva smantellare il comunismo. Anche se Gorbaciov intendeva salvarlo, il comunismo sovietico, a prezzo di mollare tutti i paesi satelliti al loro destino.
Il ruolo di Gorbaciov fu determinante: la sua credibilità internazionale cresceva mentre proseguiva il suo “lavoro” di glasnost – i suoi viaggi in Europa e nelle capitali internazionali si intensificavano. Forse, proprio mentre aumentava la simpatia all’estero, di pari passo aumentava la “debolezza” all’interno. Gorbaciov, così, faceva un passo di lato e poi tornava verso i conservatori; poi, faceva un passo avanti, e poi tornava verso i conservatori. I riformisti più radicali, come Boris Eltsin, restavano frustrati – e a un certo punto non si fidarono più di lui né i conservatori né i riformisti. Ma questo venne dopo.
Furono proprio i mutamenti indotti da Gorbaciov che spinsero i giovani cinesi a chiedere riforme più radicali, la Quinta modernizzazione, e spaventarono il vecchio gruppo dirigente. Gorbaciov arrivò in Cina alla metà di maggio, ma la protesta di Tienanmen era già iniziata il 22 aprile, giorno dei funerali del segretario Hu Yaobang, e ogni timida apertura – era stato proprio il nuovo segretario, Zhao Ziyang a mostrarsi disponibile all’ascolto – si scontrava con una determinazione assoluta del partito a reprimere ogni protesta. Deng Xiaoping, a capo della potente Commissione militare, convinse gli Otto Immortali, vecchi combattenti con un prestigio ancora fortissimo, che Tienanmen fosse solo una manovra delle potenze occidentali per distruggere la Cina. Il resto è noto. Accadde insomma in Cina proprio il contrario di quello che aveva terremotato la Russia.
Il comunismo è morto (in Europa), il comunismo è vivo (in Cina): alla fine, fu questo il 1989. Forse l’uno era il passato, e l’altro non poteva rappresentare il futuro.

Nicotera, 20 agosto 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 agosto 2019.

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Pance al sole e calvizie: così l’estetica populista esalta la fragilità del potere.

A un certo punto, i nazisti se la presero con i caratteri tipografici, le font senza grazie, quelli che oggi chiamiamo “sans serif”, perché erano bolscevichi. Erano pure degenerati, degenerati e bolscevichi. Fu una viva preoccupazione della Reichskulturkammer, la Camera della Cultura del Reich diretta da Goebbels. Bisognava che si stampasse al modo germanico, l’estetica tipografica nazionalsocialista prevedeva i caratteri con le grazie. Ma questo accadde dopo che i libri li avevano bruciati – ventimila in una sola notte a Berlino, 10 maggio del 1933 – e quindi bisognava pure stamparne altri, quelli giusti. Accadde pure prima della mostra dell’arte degenerata.
In realtà le mostre furono due, in contemporanea, quella dell’Entartete Kunst, arte degenerata appunto, e die Erste Große Deutsche Kunstausstellung, quella della dell’arte tedesca, la prima grande. Questa fu inaugurata a Monaco di Baviera il 18 luglio 1937, e il giorno successivo toccò agli artisti degenerati. Goebbels giocò sporco, nel senso che le opere degenerate erano messe alla rinfusa, ammassate senza criterio, proprio per esaltarne il loro carattere confusionario e irrazionale – e accanto ogni opera fece mettere una didascalia “nazista” che la irrideva. Ma volle che il biglietto fosse gratuito e che la mostra fosse itinerante – toccò undici città tedesche – perché tutto il popolo potesse con i propri occhi rendersi conto del livello di degenerazione dell’arte non-tedesca. Andò però che più di un milione di visitatori frequentarono l’arte degenerata e meno di un terzo quella Große Deutsche. Non solo, ma sia Goebbels che il Führer si aspettavano di vendere paesaggi e mitici eroi germanici, ma non fu così, e Hitler dovette comprare buona parte delle opere con i fondi statali per destinarli ai musei.
All’indice era finita tutta l’arte – l’espressionismo anzitutto – e la pittura e la musica atonale e il cinema e il jazz e la letteratura e chi più ne ha più ne metta: alla mostra dell’arte degenerata c’erano tutti, El Lissitzky, Oswald Herzog, Max Ernst, Marc Chagall, Otto Dix, George Grosz, Oskar Kokoschka, Paul Klee – insomma, basta pensarne uno e c’era; pure Vincent Van Gogh fecero fuori – quello era proprio degenerato assai. D’altronde era stato quel monumento “sinfonico” di Wagner, fatto proprio dalla lettura nazista, a prendersela con gli ebrei e Das Judenthum in der Musik, l’influenza dell’ebraismo nel panorama musicale: lo scadimento dell’artista era un problema di razza. O di malattia mentale, o di bolscevismo, aggiungevano i nazi. Spesso tutto insieme. Untermenschen, sottouomini.
La guerra del nazionalsocialismo agli intellettuali e all’intellettualismo in nome dei valori del popolo tedesco fu senza quartiere – bisognava esaltare l’Heimat, la patria, e la famiglia, e Blut und Boden, il sangue e il suolo, e il Volk, e la ruralità e gli uomini biondi che aravano e mietevano, pronti a affrontare la guerra per difendere il proprio spazio, il Lebensraum. Tutto molto monumentale, enorme, mastodontico, disciplinato. Correntemente, e superficialmente, si paragona questa “forma d’arte” nazista al socialismo sovietico, in nome di un certo “realismo”. Ma i nazisti alla parola “realismo” mettevano mano alla pistola: le loro monumentalità erano un richiamo ai “miti e valori” del germanesimo, dell’arianesimo, del popolo superiore. Al trascendente, niente di materialistico.
Il compendio di questa “concezione dell’arte” nazista che servisse a costruire l’immagine di una Germania wagneriana che emanasse bellezza, potenza, forza da utilizzare a fini propagandistici in patria e all’estero – è il lavoro cinematografico di Riefenstahl, e soprattutto Il trionfo della volontà, sul congresso del partito nazionalsocialista a Norimberga nel 1934, e Olympia, in occasione dell’XI Olimpiade a Berlino nel 1936. Nel Trionfo, tutto è girato per creare un epico senso di potenza attraverso inquadrature panoramiche di sterminate masse d’uomini marcianti in formazioni rigidamente inquadrate, accompagnate da una musica wagneriana travolgente; e in Olympia, di nuovo le grandi masse, l’esaltazione della corporeità e della bellezza dello sportivo, la musica travolgente, l’espressione della forza.
L’anti-intellettualismo è un tratto tipico del populismo politico del Novecento, l’accusa di cosmopolitismo, di avere perso le radici con la propria terra, con il proprio sangue e suolo. In un discorso a Wheeling, West Virginia, il 9 febbraio 1950 Joseph McCarthy spiegò il suo punto di vista su ciò che considerava un-American. McCarthy divideva il mondo in due sfere di influenza, il “nostro mondo cristiano occidentale” e il mondo ateista comunista. La vera differenza non era politica ma morale. Il marxismo era basato su una religione dell’immoralità e i comunisti volevano distruggere i principi morali del popolo americano. Marx, disse McCarthy, aveva liquidato Dio come un inganno, e i comunisti ritenevano che nessun popolo che crede in Dio potesse convivere con loro, e per questo gli Usa erano un bersaglio dei russi.
Il lievito della campagna del senatore McCarthy fu un radicato anti-intellettualismo, con un filo conduttore “ideologico” per cui il giudizio istintivo dell’ordinary people del Midwest valeva molto di più della conoscenza accademica, che era parte della tradizione culturale inglese piuttosto che della “maniera americana”.
Tre, secondo Talcott Parsons, furono i principi cardini di quell’anti-intellettualismo: il senso religioso contro il razionalismo: l’emozione è più sana della fredda ragione, nel popolo albergano i sentimenti veri; populismo contro élite: l’ostilità verso le classi acculturate e le politiche progressive; unreflective instrumentalism: la conoscenza fine a se stessa è inutile, se non porta a un guadagno materiale.
Il bersaglio principale delle campagne del senatore McCarthy fu Hollywood, dipinto come un “covo di comunisti”, e “comunisti” a quel tempo della guerra fredda voleva significare persone che minavano la società americana dall’interno, una quinta colonna, dei traditori. Si sovrapponevano così questioni della sicurezza nazionale con propaganda, in un miscuglio micidiale, che aizzava l’odio popolare (si chiedeva alla gente di segnalare i propri vicini di casa che potessero sembrare sospetti) e portò alla formazione di blacklist, per cui le persone perdevano il lavoro e non lo ritrovavano facilmente. Poi McCarthy attaccò il Dipartimento di Stato – che lavorava per la distensione – e la pubblica amministrazione e l’esercito. Era troppo. Ma a perdere McCarthy in verità fu la televisione. Finché erano stati i tabloid a fomentare l’odio andava tutto bene. Ma quando le sedute della Commissione apparvero in televisione tutto quell’odio del senatore, il suo modo di porre le domande, la sua aggressività, il suo pregiudizio crearono perplessità e distacco. È curioso, che la televisione abbia fatto fuori McCarthy: ma a quel tempo la tv era distrazione di massa e leggerezza e l’irruzione della “forma populista” (linguaggio, postura) creava estraneità.
La mediatizzazione della politica è un fenomeno abbastanza recente nel nostro paese. Probabilmente perché in Italia la «resistenza» della politica alla permeazione dei mass-media è stata a lungo più forte per la dimensione di massa dei canali principali di attività politica, i partiti e i sindacati.
Ma il passaggio determinante per la mediatizzazione della politica è Tangentopoli: la politica resterà scioccata dal ruolo dei mass-media durante Tangentopoli. Per la politica, che intanto subisce la devastazione della propria ramificazione sociale, i mass-media diventano inequivocabilmente la «voce del popolo», un ventriloquo magari ma l’unica voce da ascoltare, a cui dar retta, di cui tener conto. Visto che i partiti sono diventati «leggeri» e l’azione politica è sempre più «discreta», il ruolo di supplenza svolto dai mass-media per un processo di trasparenza è sempre maggiore.
Lo «scandalo politico» – dall’illegalità all’illiceità fino all’irrilevanza e a questioni di semplice dubbio gusto – è ormai la forma propria di questa opera di trasparenza, il prodotto specifico, il format. Molto spesso lo «scandalo» è solo un gossip – dove questioni di affari si mescolano a questioni private, illiceità a bizzarrie: il Palazzo si è allargato alle stalle e alle cucine. Tutto ciò non è un dubbio privilegio italiano: gli scandaletti si ripercuotono ovunque e ai livelli più alti: dai vertici di Bruxelles della Unione europea a quelli delle Nazioni unite, lo «stile», diciamo così, da tabloid popolare inglese si è diffuso globalmente.
Berlusconi, intanto, aveva impresso una fortissima accelerazione alla spettacolarizzazione della politica italiana perché è stato in grado di fare della sua stessa storia personale, di Forza Italia, della sua scesa in campo, una narrazione, una fiction «a puntate»: il berlusconismo è una narrazione sociale, è una «pubblica opinione». Berlusconi stesso è stato un gossip – si impiantava i capelli, faceva il lifting, riempiva per giorni i quotidiani con le sue piazzate domestiche, andava a spasso in villa con cinque fanciulle – e ha politicizzato lo scandalo e ha scandalizzato la politica. Con l’enorme vantaggio di averlo fatto con consapevolezza e tecnica.
Oggi, al tempo del dominio dei social – la cui influenza sull’opinione si può rilevare dall’abuso sistematico che ne fa il presidente della più grande potenza del mondo come dalle preoccupazioni per le ingerenze di trolls pilotati da interessi di potenze straniere – si può piuttosto ricondurre questa curiosa esposizione di corpi politici alla moderna parola d’ordine della glasnost, della trasparenza della politica. L’opacità della politica è stata giudicata come il male da cui hanno avuto origine i fenomeni di corruzione, concussione, in breve di uso del potere e del denaro pubblico come riserva privata. La trasparenza è apparsa come il suo logico opposto. La richiesta di trasparenza, di visibilità della cosa pubblica è stata intesa come fine dell’ambiguità della politica. Questa visibilità ha però comportato un incremento del voyeurismo della politica, dal momento che basta stare a guardare bene quel che accade dentro. Anche l’ideologia della politica come normalità quotidiana induce alla passività: la politica non è più un fatto storico, corale, sinergie di attività molteplici, trasfigurazione della routine. No, la politica non vuole più essere alta: essa si vuole normale, fatta di vene varicose e di porri, di ginocchi valghi e alopecie, di panze al sole.
E quale migliore rappresentazione di questa caduta della sacralità della politica dei corpi in carne e ossa dei nostri politici? Metafora di se stessi, le loro nudità, la loro trasparenza sono rassicuranti. Laddove l’estetica populista dei sistemi totalitari copriva e ornamentava i corpi (l’orbace e i fez di Starace o la scenografia militaresca e religiosa delle adunate tedesche), l’estetica populista delle democrazie non più liberali tende a mostrarne la fragilità, la vulnerabilità. Essa sembra intenta a convincerci a non avere paura, a immedesimarci nei corpi del potere.
Eppure, questa semplicità della carne della politica, questo avvicinamento al quotidiano, questa “estetica” si fa “etica”, si stempera nel suo opposto, la distanza, l’alienazione degli affari pubblici dalle mani collettive. La politica – sembrano dirci – ha bisogno di massaggiatori, di maestri di ginnastica, di istruttori dello step, di mani esperte, così come i nostri corpi vanno affidati a mani esperte. É l’esatto opposto dell’idea leninista della casalinga a capo di uno Stato ormai ridotto alle sue semplicità amministrative, così come è l’opposto dell’ideale weberiano della politica come arte di professionisti. La politica oggi è suggerita da persone che si comportano e parlano come dei dietologi, degli ortodontotecnici, degli esperti di training autogeno, dei succhiatori di cellulite dalle cosce. Passività dello sguardo e affidamento ai tecnici (che sono onesti per professione, perché la tecnica non ha giudizio morale) sono dunque i risultati della fine dell’ambiguità della politica e della sua imposta trasparenza. La politica ci chiede di deporre l’opacità, l’ombrosità dei nostri corpi al suo sguardo.
Così, si guarda la politica come si guarderebbe un film porno (in maniera nient’affatto distratta). E come guardando un film porno non vedo l’ora che gli attori si spoglino e comincino le loro esibizioni ginniche, così dai politici mi aspetto le loro prestazioni. É qui che la politica è diventata oscena, nell’essersi legata alla prestazione, al fisiologico, all’effettualità. É la relazione indotta in politica dallo sguardo passivo e dalla delega che è pornografica
Se c’è qualcosa che è rimasta stritolata in questo passaggio è la cultura e gli intellettuali: la destra li disprezza apertamente, la sinistra non sa come utilizzarli. Gli intellettuali – i Calvino, i Pasolini, gli Sciascia – sono scomparsi dal discorso pubblico, e non perché non ci siano oggi intellettuali di quel livello, ma perché non c’è più quell’ambito discorsivo, espositivo. Lo scandalo culturale è ben poca cosa.
Chissà, forse bisognerebbe andare nelle campagne a rieducarsi, e aspettare. Prima che ci mandino loro.

Nicotera, 5 agosto 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 agosto 2019.

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