Settant’anni dopo Mao, la “Marcia dei volontari” sfila nelle vie di Hong Kong

Si chiama La marcia dei Volontari l’inno nazionale cinese, e ha tutta una sua storia. Il testo scritto negli anni Trenta, a Shangai, si avvalse della colonna sonora di un film – I ragazzi degli anni turbolenti – che parla dell’occupazione giapponese e della resistenza cinese. Il film fu un successo strepitoso, e così la colonna sonora – e la cantavano nelle zone rurali dallo Zhejiang all’Hunan e ci fu una manifestazione sportiva a Shangai in cui tutto lo stadio la cantò. « Sollevatevi, voi che rifiutate di essere schiavi! / Con la nostra carne e sangue / costruiamo una nuova Grande Muraglia!» Leggenda dice che Tian Han, autore del testo, lo abbia composto in carcere, dove i giapponesi l’avevano rinchiuso e che lo abbia scritto su cartine di sigarette. Comunque, quando si proclamò la Repubblica popolare cinese, nel 1949, si scelse La marcia dei Volontari come inno. Solo che al quarto rigo dice: «La nazione cinese si trova di fronte al suo più grande pericolo», e ne nacque una discussione ideologica che levati perché lo si poteva interpretare come un segno di debolezza; e dovette intervenire Zhou Enlai in persona per spiegare: «Abbiamo ancora nemici imperialisti di fronte a noi. Più progrediamo nello sviluppo, più gli imperialisti ci odieranno, e cercheranno di indebolirci, di attaccarci. Come si potrebbe dire che non siamo in pericolo?». Mao lo appoggiò e la quarta riga dell’inno passò. Mica è finita qui. Durante la rivoluzione culturale degli anni Sessanta, l’inno fu sostituito, ma quando Deng Xiaoping prese il potere, l’inno fu ripristinato.
E alla parata dell’1 ottobre in piazza Tienanmen, Xi Jinping, segretario del partito e presidente della Repubblica, l’ha cantato a squarciagola. Proprio mentre un’altra marcia dei volontari sfilava a Hong Kong. E proprio mentre volavano sassi contro la polizia per le strade di Hong Kong, un sassofonista, dietro i manifestanti, suonava The Star-Spangled Banner, l’inno nazionale degli Stati uniti d’America. La storia fa dei cortocircuiti, certe volte.
Questa è Hong Kong, che intanto è diventata uno dei centri della finanza internazionale. Hong Kong appartiene alla Cina, ma di fatto è una regione ad amministrazione speciale. Ha una sua moneta, un sistema politico e una sua identità. Questo rapporto è previsto dalla formula “Una nazione (la Cina), due sistemi”, espressione con cui si indica la soluzione negoziata nel 1997 per il ritorno di Hong Kong sotto la giurisdizione cinese, dopo che per 150 anni dalla fine della Guerra dell’oppio era stata una colonia britannica. Che poi, le guerre dell’oppio furono due, dal 1839 al 1842 e dal 1856 al 1860, che contrapposero l’Impero cinese alla Gran Bretagna, i cui interessi militari e commerciali nella regione erano stati posti sotto il controllo della Compagnia britannica delle Indie orientali. Le guerre giunsero al culmine di annose dispute commerciali tra i due Paesi: in risposta alla penetrazione commerciale britannica che aveva aperto il mercato cinese all’oppio proveniente dall’India britannica, la Cina inasprì i propri divieti sulla droga e ciò scatenò il conflitto. Sconfitto in entrambe le guerre, l’Impero cinese fu costretto a tollerare il commercio dell’oppio e a firmare con i britannici i trattati di Nanchino e di Tientsin, che prevedevano l’apertura di nuovi porti al commercio e la cessione dell’isola di Hong Kong al Regno Unito.
Oggi il sistema giuridico di Hong Kong rispecchia ancora il modello britannico, con il diritto di protestare, stampa libera e libertà di parola. In generale la legge stabilisce anche che la città abbia “un alto grado di autonomia” in tutti i campi eccetto la politica estera e la difesa. Nei trattati del 1997, era assicurata che la ”salvaguardia dei diritti e le libertà dei cittadini” sarebbe durata ancora per cinquant’anni dopo la riconsegna alla Cina, e cioè fino al 2047.
Dopo la protesta nel 2014, nota come la “rivolta degli ombrelli”, per opporsi a una decisione di Pechino di riformare il sistema elettorale, che fu poi accantonata, le manifestazioni sono riprese nel giugno di quest’anno contro un disegno di legge che prevedeva l’estradizione verso la Cina – e fu avvertita come il fiato sul collo dell’ingerenza cinese nel sistema giuridico di Hong Kong. Anche questo disegno di legge è stato poi abbandonato, dopo tre mesi di manifestazioni, ma le organizzazioni della protesta fissarono un programma in cinque punti: 1) ritirare definitivamente quel disegno di legge sull’estradizione; 2) le dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam; 3) un’inchiesta sulla brutalità della polizia durante le proteste; 4) il rilascio degli arrestati (più di millecinquecento persone sono state arrestate da quando sono iniziate le manifestazioni all’inizio di giugno); 5) maggiori libertà democratiche, e suffragio universale per le elezioni. E qui stiamo.
Il primo ottobre, nel centro finanziario di Hong Kong, a Causeway Bay, si distribuivano le maschere del film V for Vendetta e si cantava: «Non ci sono rivoltosi, solo tirannia! Cinque richieste, non una in meno!». Gli scontri tra manifestanti e polizia sono diventati sempre più duri e violenti, in questi mesi: in realtà, nel centro di Hong Kong le manifestazioni sono state per lo più pacifiche, ma centinaia di manifestanti hanno combattuto con poliziotti antisommossa davanti a un municipio chiuso a Tuen Mun, vicino al confine di Hong Kong con la Cina continentale. La polizia ha anche sparato gas lacrimogeni nei quartieri di Sha Tin, Tsuen Wan e Wong Tai Sin. E nel quartiere operaio di Sham Shui Po, alcuni costruivano blocchi di fortuna con bidoni della spazzatura e bastoni di bambù, altri accendevano falò.
ieri l’altro, Hong Kong era dentro una nuvola di fumo dei lacrimogeni tirati dalla polizia, che poi ha mostrato divise corrose da sostanze acide lanciate da gruppi di manifestanti, ma per la prima volta ha sparato – un agente, al petto di un ragazzo delle superiori; la metro era bloccata, a ogni angolo della città c’erano scontri. Un clima di conflitto durissimo.
Intanto, a Pechino sfilava circa il 40 percento degli armamenti cinesi, incluso il Dongfeng-17, o DF-17, un missile balistico con un veicolo a scorrimento ipersonico in grado di eseguire manovre a velocità supersonica per sfuggire ai sistemi di difesa missilistica esistenti. C’era anche il DF-41 – uno dei missili a più lungo raggio del mondo – che è in grado di colpire gli Stati uniti.
Xi è arrivato a Pechino in piazza Tienanmen, accompagnato da attuali ed ex leader di stato, tra cui i predecessori Hu Jintao, 76 anni, e Jiang Zemin, 93. Il premier cinese Li Keqiang ha aperto ufficialmente la cerimonia, al fuoco di un saluto di 70 cannoni.
«In questo giorno 70 anni fa, in questo luogo, il compagno Mao Zedong annunciò al mondo la fondazione della Repubblica popolare cinese e da allora il popolo cinese si è alzato in piedi», ha detto il signor Xi. «Questo grande evento – ha proseguito – ha completamente trasformato il volto tragico della Cina per oltre un secolo di storia moderna quando era povera e debole. Nessuna forza può scuotere lo status della nostra grande patria, nessuna forza può ostacolare l’avanzata del popolo cinese e della nazione cinese». Xi ha poi detto che la Cina manterrà la prosperità e la stabilità durature di Hong Kong e Macao. Stabilità uguale a prosperità – sembra questa la formula magica. Ne è convinto anche Jackie Chan, il popolarissimo attore (uno dei cinque più pagati al mondo) di film di arti marziali che nel 1989 partecipò a un concerto a piazza Tienanmen e oggi dice: «Sono nato a Hong Kong, la Cina è la mia patria, Hong Kong e Cina stanno progredendo benissimo. Stabilità e pace sono come l’aria fresca».
E questa è Hong Kong, oggi. O meglio: e questa è la Cina oggi.

Nicotera, 2 ottobre 2019
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 4 ottobre 2019.

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I ragazzini ci salveranno, spiegatelo ai parrucconi.

A Massimo Cacciari non piacciono, Greta, lo sciopero, i ragazzi, e pure il ministro che “li autorizza” a scioperare. Dice – in una breve intervista al «Corriere della sera»: «Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta siamo fritti. Siamo all’ideologia dell’incompetenza».
Dice che era meglio se i ragazzi restavano a scuola a studiare e dice ancora, che ben prima di Greta avevano parlato “fior di scienziati” purtroppo inascoltati e che «i problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico». Fa tenerezza Cacciari, quando dice queste cose. Come non sapesse che i grandi movimenti sociali sono sempre animati da passione e dal contagio dell’entusiasmo che quella passione genera, piuttosto che dai sapientoni, dai parrucconi delle accademie scientifiche – tutti presi peraltro a confutarsi le tesi gli uni con gli altri e sovra ogni cosa a queste infinite battaglie dedicarsi in corpo e spirito. Quanti anni aveva Giovanna d’Arco – adesso, non fate: boom – quando fu bruciata sul rogo nel 1431? Solo diciannove, e nei due precedenti aveva scombussolato la Francia e l’Inghilterra. Guidava eserciti, a quell’età.
Fa incavolare, invece, tutta quella sinistra variamente declinata (della destra, da Trump a Bolsonaro giù giù, non val la pena spendere parole) da social che contro Greta ha scatenato un putiferio di critiche, di supponenza, di maldicenza – che sembra poi il vero venticello dei social, con la tiritera del solito Soros di turno («chi la paga, questa ragazzina?») Fa incavolare perché l’argomentazione è che questa di Greta e le altre sarebbe una battaglia “di sovrastruttura” che non va a scalfire la contraddizione principale del pianeta, ovvero il conflitto capitale/lavoro. Sul momento non capisci se ci sono o ci fanno, poi capisci che non è quello che importa. Vorresti dire: quale conflitto rimarrà, quando schiatteremo per il cambiamento climatico? Quando le nostre risorse si limiteranno al punto che la nostra vita sarà la lotta per la sopravvivenza? Quale lavoro ci sarà? Quale capitale?
A Elsa Morante invece, sarebbero piaciuti eccome. Sta tutto lì in quel suo straordinario “lavoro” che è Il mondo salvato dai ragazzini, uno strano libro, fatto di cose che aveva già scritto e cose che scrisse apposta, dove c’è poesia, racconto, teatro, canzone, saggio, disegni, scritto un po’ in verticale, un po’ in orizzontale, che uscì nel 1968. Un manifesto, una commedia, una tragedia, un romanzo, un documentario a colori – così lei stessa definiva il libro. Un poema, ha detto Goffredo Fofi, forse azzeccandola.
E che cosa dice il nucleo di questo libro straordinario che uscì proprio nell’anno – l’anno del pensiero magico – in cui il mondo fu messo sottosopra dalla gioventù che scendeva in piazza e voleva essere ascoltata, voleva essere “soggetto politico” che decidesse il proprio futuro, immaginandone uno completamente diversa da quello a cui erano stati “destinati” dalle famiglie, dalle scuole, dalle università, dalle caserme, da chi gestiva il potere?
Diceva, la Morante, che al mondo ci sono i Felici Pochi e gli Infelici Molti, e che i Felici Pochi, spesso vittime della Storia, sono quelli che vivono la vita con generosità, e che gli Infelici Molti sono quelli che stanno in attesa della fine.
E diceva, Elsa, ai giovani che dovrebbero essere allegri, curiosi nei confronti del mondo, dell’altro, che dovrebbero avere rispetto della natura, che dovrebbero stare dentro l’unità del cosmo.
I Felici Pochi sono giovani – non importa che età abbiano davvero.
«Sappiàtelo, o padri meschini I(nfelici) M(olti) d’ogni paese: / se ancora il corpo offeso dei viventi resiste / 
in questo vostro mondo di sangue e di denti
/ è perché passano sempre quelle poche voci illese / con le loro allegre notizie.
 / Contro le vostre milizie sevizie immondizie
 / imprese spese carriere polveriere bandiere
 / istanze finanze glorie vittorie sciarpe littorie & sedie gestatorie contro la vostra sana ideologia la vostra brava polizia
 / ghepeù ghestapò fbi min-cul-pop ovra rapp & compagnia
 / e tutta la vostra mortuaria litania
 / ci vale solo quell’unica eterna scaramanzia: l’allegria… Aria, aria, a questa prigione infetta
».
C’è già tutta la ventata libertaria del Sessantotto: «Come vanno i Vostri Reali E i Presidenti E i Generali / 
E i Rendimenti gli Emolumenti? Siete contenti dei Vostri Affari? / In Famiglia tutto bene? La Signora si mantiene?
 / E la Bomba come va? La più bella chi ce l’ha? / La Mammà dei Capitali o il Papà dei Proletari?
 / Bravi bravi complimenti. Siete sempre Regolari.
 / Troppo uguali. Troppo uguali. Troppo tristi e troppo uguali / troppo uguali e troppo tristi. Troppo tristi troppo tristi».
Per molti versi, la distinzione, la frattura che Morante fa tra i Felici Pochi e gli Infelici Molti mi ricorda quella di don Milani, nella Lettera a una professoressa, 1967, tra i piccoli Gianni, che parlano la lingua del padre fatta di lavoro, di stalla («La scuola sarà sempre meglio della merda») e i Pierini, il figlio del dottore che quando arriva alle elementari sa già leggere e scrivere e ha davanti una carriera “protetta”.
Sono testi – quello della Morante e di don Milani – “morali”, testi come prediche. Potenti. Ecco, Greta magari non sarà competente come un professorone del MIT di Boston e di certo non ha il potere politico dei potenti riuniti all’ONU, ma quanta forza in quel «Come osate?» Greta è una figura morale. Ogni tanto succede che arrivino.
Fu il periodo delle speranze, quello del Sessantotto. Anche delle paure. La paura della bomba atomica, della guerra nucleare fra superpotenze. Fu proprio Elsa Morante a tenere nel febbraio 1965 una serie di conferenze a Torino, Milano e Roma. Disse: «Non c’è dubbio che il fatto più importante che oggi accade, e che nessuno può ignorare, è questo: noi, abitanti delle nazioni civili nel secolo Ventesimo, viviamo nell’era atomica… si direbbe che l’umanità contemporanea prova la occulta tentazione di disintegrarsi».
Oggi la bomba atomica è il climate change. Non ho le competenze – di cui abbisogna il professor Cacciari – per spiegare dettagliatamente l’aumento della temperatura della Terra e le conseguenze. Quello che so è che il mondo è avvelenato, che la nostra vita è avvelenata, che si percepisce con mano che «l’umanità contemporanea prova la occulta tentazione di disintegrarsi». Di estinguersi.
Nel Sessantotto, ragazzi di venti-ventidue anni in tutto il mondo si sollevarono. Erano ragazzini. Aria, aria. Non riuscirono a salvare il mondo. Magari possono provarci di nuovo, riuscirci Greta e i suoi ragazzini.

Nicotera, 27 settembre 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 ottobre 2019.

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