Quelli che la pandemia è tutta un complotto.

C’è pure un neologismo ora – mask shaming – che è come una sorta di “riprovazione della mascherina”, intesa come dispositivo medico. Una mortificazione. Solo che, spiegano i linguisti, è espressione polisemica e perciò può significare sia il fatto che a non indossarla sei tacciato più o meno di essere un untore da tenere alla larga sia che a indossarla sei additato più o meno di essere un boccalone che se le beve tutte. Insomma, l’una cosa e il suo contrario. Ma è proprio questo il punto – che attorno la mascherina c’è l’una cosa e il suo contrario.
C’è stato un momento, nel corso dell’epidemia, in cui le cose non erano così, anzi sembrava ci fosse una sorta di sottile linea rossa – da una parte “i responsabili”, democratici, liberali, centro-sinistra e sinistre varie del mondo, attenti ai dispositivi medici e favorevoli alle misure del lockdown; e dall’altra “gli avventurosi”, repubblicani, liberisti, centro-destra e destre varie, che vivevano come misure forzate e esagerate i dispositivi medici e le misure del lockdown. La mascherina – nella sua evidenza – era un po’ il precipitato di questa linea di demarcazione: Trump e Bolsonaro, per dire, la sbeffeggiavano, la deridevano, non la indossavano; Macron e Merkel la raccomandavano, non si facevano mai vedere senza in pubblico o a qualche evento. Ma con l’evolversi della pandemia, con la sua persistenza, con la possibile seconda ondata, con provvedimenti go-and-stop di apertura-chiusura-apertura-chiusura, molte cose sono andate in tilt. In corto circuito. E quelle sparute decine di “predicatori” del No-Mask sono cresciute, hanno dilagato nei social, hanno cominciato a tracimare nelle piazze. Ovunque. Fino in Australia, so far away. Beh, non in Cina – ma questo è un altro discorso, si sa.
Se uno guarda agli improbabili personaggi che presenziano gli eventi No-Mask, magari tende a considerare queste cose tra il pittoresco e il demenziale: che so, uno come il tedesco cuoco vegano Attila Hildmann che è progressivamente scivolato dallo scrivere libri di cucina a abbracciare teorie cospirazioniste, attaccando il ministro della Sanità, Jens Spahn, accusato di fare parte di «un complotto che mira a abolire la democrazia in Germania attraverso la sorveglianza e la sporca e bastarda vaccinazione obbligatoria pagata a Bill Gates»; o uno come Miguel Bosé, già famosa pop-star, che a marzo ha perduto la madre, l’indimenticabile Lucia, proprio a causa del Covid, e che pure si è lanciato in una campagna contro le mascherine, pubblicando un video su Twitter, dove è seguito da tre milioni di follower, in cui ne dichiarava l’inutilità – tanto che gli è stato bloccato l’account per “diffusione di fake news”; o alcuni dei (pochi, invero) manifestanti a Roma, come la signorina che provò a bruciare sul palco una mascherina ignifuga o il finto prete che bruciava immagini di papa Francesco o del premier Conte, “membro dell’oscuro Gruppo Bilderberg”. Ma le cose sono diventate più complesse.
In Francia, la Fondazione Jean-Jaurès, un think tank vicino al Partito socialista, ha fatto un sondaggio per capire il “fenomeno” No-Mask, intervistandone più di un migliaio proprio su facebook (ne ha dato notizia «euronews»). Il 63 percento è donna; il 36 percento appartiene a categorie socio-professionali elevate; il 94 percento rifiuterebbe il vaccino; il 29 percento è di destra; solo il 2 percento ha fiducia in Macron. Florence, regista teatrale, cinquantadue anni, dice: «Nessuno studio attendibile ha dimostrato che la mascherina sia di qualche utilità». “Particolarità” francese, il 57 percento appoggia il movimento dei Gilet jaunes, dove appunto diverse radicalità di incrociavano. Lo studio evidenzia il legame tra queste teorie e la diffidenza nei confronti del governo e delle istituzioni; anche verso gli ospedali: mentre nella popolazione in generale si mostra una fiducia ben sopra l’80 percento, tra i No Mask la fiducia precipita a poco sopra il 50 percento. D’altronde, anche in Francia il cospirazionismo è à la page: il 90 percento degli appartenenti a questo movimento crede che il ministro della Salute francese sia in combutta con le industrie farmaceutiche per nascondere la reale tossicità dei vaccini. È interessante notare che i No-Mask privilegiano internet come mezzo di informazione (78 percento). E questo elemento “associativo” si riscontra ovunque nel mondo: i social sembrano non solo sostituire virtualmente la piazza, ma agire da potente fattore di mobilitazione per scendere in piazza: l’ultima, robusta, manifestazione in Germania è stata tutta preparata via Telegram. Peraltro, l’Association Victimes Covid-19 France – il cui motto è: Nous ne sommes ni pour ni contre le masque, un po’ come essere né di destra né di sinistra – ha presentato ricorso in diversi tribunali contro l’obbligo a indossarla. Nel Basso Reno, il tribunale ha ordinato alla Prefettura di riscrivere l’ordinanza con cui imponeva di indossare la maschera in tutta Strasburgo e in altre dodici città del dipartimento. Stessa cosa è accaduta a Rouen, nel nord del Paese. Anche qui, alla Prefettura è stato ordinato di fare marcia indietro sull’obbligo generalizzato di portare la mascherina in città. Procedure simili sono state avviate a Parigi, Nizza, Lione, in almeno quindici città francesi.
Come ha fatto notare ad aprile la giornalista Kiona Smith su «Forbes», sembra ripetersi la storia già vista in California durante la pandemia globale di Spagnola, quando qualche migliaio di persone si riunì a San Francisco per protestare. Il gruppo si chiamava Anti-Mask League e sosteneva che l’obbligo di indossare la mascherina in pubblico calpestava i diritti costituzionali. In California i primi casi di Spagnola erano arrivati alla fine di settembre del 1918, e la Commissione della Sanità di San Francisco aveva emesso disposizioni precise di lavarsi spesso le mani e evitare gli assembramenti e quando le persone cominciarono a morire vennero anche chiusi tutti i locali da ballo, i teatri, i cinema e le scuole. L’uso della mascherina fu reso obbligatorio e chi veniva colto senza era multato di 5 dollari che andavano alla Croce Rossa. La maggior parte delle mascherine era in garza e la garza non fermava le particelle di virus da 80-120 nanometri, come quelle in uso oggi, ma al tempo questa era l’efficienza clinica in campo. Comunque le persone in stragrande maggioranza rispettarono le regole, indossare la mascherina era diventato un simbolo nazionale di responsabilità e patriottismo – ridurre il contagio era parte dello sforzo bellico nei mesi finali della Prima grande guerra. La curva dei contagi si appiattì. Il 21 novembre del 1918 l’obbligo della mascherina a San Francisco venne revocato. La guerra era finita, i cittadini scesero in strada a dire addio alle mascherine e a abbracciarsi. Furono riaperti i teatri e le sale da ballo. Nel giro di due settimane, iniziò la seconda ondata della Spagnola, che fu molto più fatale della prima. Le disposizioni tornarono in vigore e a quel punto, metà gennaio 1919, mentre gli ospedali si riempivano, si costituì l’Anti-Mask League, e tra le due e le quattromila persone parteciparono a un evento pubblico di protesta contro l’obbligo delle mascherine. Come andò, lo sappiamo tutti. Si calcola che circa l’1 percento della popolazione di San Francisco partecipasse alla League, forse quattromila su una popolazione di cinquecentomila. Curiosamente, è lo stesso numero di morti che si registrò alla fine a San Francisco.
È un cortocircuito tra idee che difendono le libertà individuali e complotti cospirativi, deliri sull’inoculazione di microchip sottopelle e argomentazioni serie, profezie sulle manipolazioni dei potenti che profittano – quando non l’hanno architettato loro stessi – del diffondersi del contagio per sottomettere le popolazioni all’ubbidienza e timori sull’efficienza reale delle misure. È un brodo primordiale, tra estreme destre e estreme sinistre, che già nutriva l’associazionismo No-Vax e ora funge da lievito per i No-Mask. Per dire, il video di Miguel Bosé termina con il viso e le parole di Giovanni Falcone: «Chi tace e chi piega la testa muore ogni giorno, chi ha coraggio muore una volta sola», e hai voglia a chiederti, ma che c’entra? Un “monumento vivente” di questo caos, di questo “pensiero trasversale”, Querdenken, come si chiama l’organizzazione che promuove le Hygienen Demos, le manifestazioni No-Mask in Germania, è Robert j. Kennedy, figlio di Bob, noto anti-vaccinista che salta sul palco di Berlino, ricordando lo zio John e il suo famoso discorso «Ich bin ein Berliner» e dice: «Mio zio Kennedy, nel giugno 1963, è venuto in questa città come fronte contro il totalitarismo. Oggi, Berlino è di nuovo quel fronte». D’altronde, quella manifestazione l’avevano titolata Tag der Freiheit, Giorno della Libertà – anche se fa un certo senso vedere qualche decina di Reichsbürger, i difensori del Reich, dare una specie di assalto al Parlamento tedesco.
In Gran Bretagna è il fratello maggiore di Jeremy Corbyn, Piers, che è un astrofisico e un meteorologo, e già noto per le sue teorie contro il cambiamento climatico, a guidare le manifestazioni No-Mask. Lo hanno multato di diecimila sterline, quasi una sterlina a manifestante, per un partecipato evento a Trafalgar Square a Londra, e lo hanno convocato in tribunale per un’altra manifestazione, molto più contenuta, a Sheffield, Yorkshire. E in Gran Bretagna l’epidemia non accenna a fermarsi e sono sempre stati molto cauti nel praticare un lockdown ristretto. Ma Piers non molla.
In Spagna invece sono le associazioni di quartiere e i centri sociali che si sono mobilitati contro la chiusura di trentasette aree sanitarie della Comunità di Madrid, tutte nella zona meno ricca della città. «Per i governi siamo la mano d’opera a buon mercato di questa “città globale”, siamo il posto dove si trova tutto quello di cui la città ha bisogno ma che vuole nascondere, inceneritori, depuratori,
industria inquinante da decenni. Siamo quelli da confinare quando le cose non vanno bene», dicono i movimenti di quartiere. E continuano: «Gli abitanti del sud di Madrid possono andare al nord a servire una birra nei bar ma non a berne una, a vendere vestiti ma non a comprarli, a fare le pulizie in un museo ma non a visitarlo, e ci saranno poliziotti armati a controllare che rispettino questa ordinanza».
Ora sono perfino in Svizzera i No-Mask, dato che il Covid-19 non ne ha rispettato la storica neutralità. E così sono scesi in piazza a Altdorf, capitale del Canton Uri, nella Svizzera tedesca, una zona meno colpita dal contagio e dove le misure sono state meno restrittive che nella Svizzera italiana o romanda. Eppure. E sono scesi in piazza anche a Zurigo, dove invece i numeri dei contagi sono tra i più alti della Svizzera.
Cosa propongono i No-Mask? Niente che sia ragionevole – una sorta di negazionismo del contagio, un “libera tutti”. D’altra parte, cosa pensiamo noi, che la mascherina la indossiamo regolarmente? Speriamo che aiuti a contenere il contagio. Speriamo.

Nicotera, 30 settembre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’1 ottobre 2020.

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Quindici anni senza Federico Aldrovandi.

«Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico / Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico». È l’urlo della Curva Ovest della Spal di Ferrara – ultras che in una coreografia impressionante e commovente ricordano sempre Federico Aldrovandi «perché non accada mai più» – che ne ha tratto il significato più politico, proprio come negli Usa: Defund the police / no justice no peace.
Perché il nodo è quello: quattro agenti di polizia in servizio misero in moto una “macchina di violenza” di fronte una situazione difficile, che si fermò solo quando Aldro smise di respirare: 54 lacerazioni sul suo corpo, la distruzione dello scroto, buchi nella testa, due manganelli rotti, compressione toracica che portò alla morte. Basta, smettetela, basta, vi prego – sentì urlare una signora nella strada e vedeva un agente che continuava a dare calci alla testa di un corpo per terra. Non la smisero. Quelle urla lacerarono la notte, ma i poliziotti – dissero poi – non avevano sentito nulla.
Per cinque ore il corpo restò lì – all’aria. I genitori di Aldro, allarmati perché non era rientrato, chiamavano in continuazione il suo cellulare. Finalmente uno dei poliziotti rispose. Non sappiamo nulla, disse. Abbiamo solo ritrovato il suo cellulare, disse. I genitori contattarono gli ospedali per avere un qualche riscontro. Niente. Alle undici li richiamarono – c’era il corpo del figlio da riconoscere. Qualcuno imbastì una storia – c’era la droga di mezzo, c’è sempre la droga di mezzo. Provarono a depistare tutto.
I can’t breathe – sussurrava George Floyd mentre gli avevano messo un ginocchio sul collo, non riesco a respirare. «Non respiro più», scrisse la mamma di Aldro sul suo blog. Nessuno le dava retta, nessuno riusciva a credere a quella storia. I giornali si giravano dall’altra parte. Era arrivato Natale, da quel maledetto 25 settembre 2005, e nessuno faceva niente, non c’era stato nessun atto di indagine. Aldro continuava a non respirare, continuava a morire. Un amico le suggerì di aprire un blog – lei non sapeva neppure cosa fosse. Cominciò a scrivere: «Non respiro più», scrisse. Arrivò quasi un migliaio di commenti – divenne una delle pagine più lette. Nei commenti qualcuno suggeriva di rivolgersi a Indymedia, una piattaforma alternativa, visto che i media mainstream non ne parlavano. Indymedia fece circolare la storia. E «Liberazione» e «il manifesto» ne scrissero. Ci fu qualche interrogazione parlamentare. Le risposte del governo erano una ripetizione a pappagallo delle veline dei poliziotti. Fu a quel punto che la storia di Federico Aldrovandi divenne la storia che tutti conosciamo.
Ieri l’altro dei tre poliziotti coinvolti nella morte di Breonna Taylor solo uno è stato condannato: “per negligenza”. Nello sparacchiare contro tutto ciò che si muoveva aveva tirato anche contro i vicini della casa in cui aveva fatto irruzione con i colleghi, convinti di trovare droga – per poi rovesciare i loro caricatori sul corpo di Breonna. Era marzo, a Louisville, Kentucky. Ma nessuno poteva credere a questa storia. i giornali non ne parlavano. È solo dalla morte di George Floyd che la morte di Breonna è diventata oggetto di indagine. Gli altri due poliziotti sono andati assolti “per autodifesa”. Però, almeno adesso i “no-knock warrants”, cioè il fatto che gli agenti potessero irrompere senza avvisare e farsi riconoscere in un qualunque appartamento sono diventati illegali in Louisiana.
I quattro agenti di polizia nelle cui mani morì Federico vennero condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo (la Cassazione li definì «sproporzionatamente violenti»), pena poi ridotta a sei mesi per l’indulto. Scontarono altri sei mesi di sospensione disciplinare dal servizio. Ripresero il loro posto in polizia. Quasi dieci anni dopo, nel 2014, tre dei quattro partecipano a un congresso del sindacato di polizia Sap e ricevono cinque minuti di applausi dai colleghi. «Vergognatevi» – urla la madre di Aldro, che riceve la solidarietà del presidente Napolitano, di Renzi e del capo della polizia, Alessandro Pansa. E il padre, Lino: «Ucciso senza una ragione da quattro individui con una divisa addosso. Una divisa che forse non guarderò mai più con fiducia». Incalza Patrizia: «Servono provvedimenti concreti, perché la solidarietà fine a se stessa non basta. Si tolga la divisa agli agenti condannati e si introduca nel nostro ordinamento il reato di tortura». Non è accaduto niente.
Erano le 6.04 del 25 settembre 2005, a Ferrara («Lailalaillà vola e va / la luna di Ferrara veglia la città
» – canteranno i Modena City Ramblers), quando Federico scese dall’auto con cui rientrava con i suoi amici da una serata di festa e si fece lasciare lì, per attraversare il parco e prendere un po’ di ossigeno, a via dell’Ippodromo. Non arriverà mai a casa.
Era la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, a Varese, quando Giuseppe Uva in evidente stato di ebbrezza è fermato da due carabinieri e ammanettato e portato in caserma, poi trasferito all’ospedale per un TSO dove morirà per arresto cardiaco.
Era il 15 ottobre del 2009, a Roma, quando Stefano Cucchi viene arrestato e portato in caserma. Sette giorni dopo, morirà.
Era la notte del 3 marzo 2014, a Firenze, quando Riccardo Magherini, dopo una cena, corre per le strade in preda a un terrore incontrollabile. Viene bloccato a terra, ammanettato da due carabinieri, uno sta a cavalcioni su di lui, il torace schiacciato – «Aiuto, aiuto, sto morendo. Vi prego, ho un figlio». Morirà.
No justice / no peace.

Nicotera, 25 settembre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 26 settembre 2020.

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