Quindici anni senza Federico Aldrovandi.

«Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico / Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico». È l’urlo della Curva Ovest della Spal di Ferrara – ultras che in una coreografia impressionante e commovente ricordano sempre Federico Aldrovandi «perché non accada mai più» – che ne ha tratto il significato più politico, proprio come negli Usa: Defund the police / no justice no peace.
Perché il nodo è quello: quattro agenti di polizia in servizio misero in moto una “macchina di violenza” di fronte una situazione difficile, che si fermò solo quando Aldro smise di respirare: 54 lacerazioni sul suo corpo, la distruzione dello scroto, buchi nella testa, due manganelli rotti, compressione toracica che portò alla morte. Basta, smettetela, basta, vi prego – sentì urlare una signora nella strada e vedeva un agente che continuava a dare calci alla testa di un corpo per terra. Non la smisero. Quelle urla lacerarono la notte, ma i poliziotti – dissero poi – non avevano sentito nulla.
Per cinque ore il corpo restò lì – all’aria. I genitori di Aldro, allarmati perché non era rientrato, chiamavano in continuazione il suo cellulare. Finalmente uno dei poliziotti rispose. Non sappiamo nulla, disse. Abbiamo solo ritrovato il suo cellulare, disse. I genitori contattarono gli ospedali per avere un qualche riscontro. Niente. Alle undici li richiamarono – c’era il corpo del figlio da riconoscere. Qualcuno imbastì una storia – c’era la droga di mezzo, c’è sempre la droga di mezzo. Provarono a depistare tutto.
I can’t breathe – sussurrava George Floyd mentre gli avevano messo un ginocchio sul collo, non riesco a respirare. «Non respiro più», scrisse la mamma di Aldro sul suo blog. Nessuno le dava retta, nessuno riusciva a credere a quella storia. I giornali si giravano dall’altra parte. Era arrivato Natale, da quel maledetto 25 settembre 2005, e nessuno faceva niente, non c’era stato nessun atto di indagine. Aldro continuava a non respirare, continuava a morire. Un amico le suggerì di aprire un blog – lei non sapeva neppure cosa fosse. Cominciò a scrivere: «Non respiro più», scrisse. Arrivò quasi un migliaio di commenti – divenne una delle pagine più lette. Nei commenti qualcuno suggeriva di rivolgersi a Indymedia, una piattaforma alternativa, visto che i media mainstream non ne parlavano. Indymedia fece circolare la storia. E «Liberazione» e «il manifesto» ne scrissero. Ci fu qualche interrogazione parlamentare. Le risposte del governo erano una ripetizione a pappagallo delle veline dei poliziotti. Fu a quel punto che la storia di Federico Aldrovandi divenne la storia che tutti conosciamo.
Ieri l’altro dei tre poliziotti coinvolti nella morte di Breonna Taylor solo uno è stato condannato: “per negligenza”. Nello sparacchiare contro tutto ciò che si muoveva aveva tirato anche contro i vicini della casa in cui aveva fatto irruzione con i colleghi, convinti di trovare droga – per poi rovesciare i loro caricatori sul corpo di Breonna. Era marzo, a Louisville, Kentucky. Ma nessuno poteva credere a questa storia. i giornali non ne parlavano. È solo dalla morte di George Floyd che la morte di Breonna è diventata oggetto di indagine. Gli altri due poliziotti sono andati assolti “per autodifesa”. Però, almeno adesso i “no-knock warrants”, cioè il fatto che gli agenti potessero irrompere senza avvisare e farsi riconoscere in un qualunque appartamento sono diventati illegali in Louisiana.
I quattro agenti di polizia nelle cui mani morì Federico vennero condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo (la Cassazione li definì «sproporzionatamente violenti»), pena poi ridotta a sei mesi per l’indulto. Scontarono altri sei mesi di sospensione disciplinare dal servizio. Ripresero il loro posto in polizia. Quasi dieci anni dopo, nel 2014, tre dei quattro partecipano a un congresso del sindacato di polizia Sap e ricevono cinque minuti di applausi dai colleghi. «Vergognatevi» – urla la madre di Aldro, che riceve la solidarietà del presidente Napolitano, di Renzi e del capo della polizia, Alessandro Pansa. E il padre, Lino: «Ucciso senza una ragione da quattro individui con una divisa addosso. Una divisa che forse non guarderò mai più con fiducia». Incalza Patrizia: «Servono provvedimenti concreti, perché la solidarietà fine a se stessa non basta. Si tolga la divisa agli agenti condannati e si introduca nel nostro ordinamento il reato di tortura». Non è accaduto niente.
Erano le 6.04 del 25 settembre 2005, a Ferrara («Lailalaillà vola e va / la luna di Ferrara veglia la città
» – canteranno i Modena City Ramblers), quando Federico scese dall’auto con cui rientrava con i suoi amici da una serata di festa e si fece lasciare lì, per attraversare il parco e prendere un po’ di ossigeno, a via dell’Ippodromo. Non arriverà mai a casa.
Era la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, a Varese, quando Giuseppe Uva in evidente stato di ebbrezza è fermato da due carabinieri e ammanettato e portato in caserma, poi trasferito all’ospedale per un TSO dove morirà per arresto cardiaco.
Era il 15 ottobre del 2009, a Roma, quando Stefano Cucchi viene arrestato e portato in caserma. Sette giorni dopo, morirà.
Era la notte del 3 marzo 2014, a Firenze, quando Riccardo Magherini, dopo una cena, corre per le strade in preda a un terrore incontrollabile. Viene bloccato a terra, ammanettato da due carabinieri, uno sta a cavalcioni su di lui, il torace schiacciato – «Aiuto, aiuto, sto morendo. Vi prego, ho un figlio». Morirà.
No justice / no peace.

Nicotera, 25 settembre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 26 settembre 2020.

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